venerdì 31 agosto 2012

Agota Kristof: i bambini che hanno sperato e hanno perso


Dove sei Mathias?
di Agota Kristof

Edizioni Casagrande, 2006

traduzione di M. Balmelli
con una nota di M.T. Lathion



Nel 1996, in un'intervista di Philippe Savary dal titolo emblematico Écrire c'est presque suicidaire, Agota Kristof, un'esiliata ungherese nella Svizzera francese, sostiene: «L'unica cosa buona che ho fatto – a parte i libri – sono i miei figli».
I due brevi e sottili racconti riuniti in Dove sei Mathias? appartenevano al Fondo Agota Kristof, depositato negli Archivi Letterari Svizzeri a Berna, presso la Biblioteca Nazionale. Il primo, omonimo della silloge, ha a che fare con l'infanzia allo stato puro, sconfinante con il non-tempo. Il secondo, Line, il tempo, è un sorso di teatro, e ancora una volta ritrae segmenti di infanzia che la diacronia ormai agguanta e scompiglia. Per un lettore fedele della Kristof – quale io non sono – incontrare per la prima volta queste poche pagine datate agli anni settanta (Line è del 1978) sarà, tutt'al più, un vezzo. È noto, però, che Agota Kristof divenne un fenomeno editoriale solo a seguito della trilogia dei gemelli, a cavallo tra gli anni ottanta e i novanta. Per questa ragione poco importa quanto assiduamente si sia frequentata la scrittura dell'autrice; Agota Kristof prova qui, infatti, i primi esperimenti, e accenna a plasmare in una forma plurale il contenuto della sua triste memoria storica.

giovedì 30 agosto 2012

"Un giorno questo dolore ti sarà utile": storia di un outsider


Un giorno questo dolore ti sarà utile
di Peter Cameron
Adelphi, Milano 2007

pp. 206
€ 17,50

Traduzione di G. Oneto
“.. stare da solo. Per me è un bisogno primario come l’acqua e il cibo, ma ho capito che non lo è per tutti […] Io mi sento me stesso solamente quando sono solo. Il rapporto con gli altri non mi viene naturale: mi richiede uno sforzo”
James ha diciotto anni, proviene da una famiglia benestante a cui all’apparenza non manca nulla, di certo non i soldi o il prestigio sociale: genitori divorziati, la madre vagamente eccentrica possiede una piccola galleria d’arte contemporanea in cui trovano posto gli artisti più assurdi, mentre il padre avvocato di successo finge di essere presente nella vita di James e della sorella Gillian –impegnata in una relazione con il proprio professore di teoria del linguaggio- nel tempo fugace di un pranzo al club. Una “normale” famiglia americana, con i suoi conflitti irrisolti e le problematiche che accompagnano la separazione dei genitori, eppure ancora una volta Peter Cameron è capace come pochi altri –immediatamente si pensa a Franzen, Roth, Yates- di penetrare nella facciata di conformismo e ricchezza per regalare al lettore lo splendido ritratto di un outsider, questa volta un diciottenne asociale e tremendamente profondo, capace in un attimo di cancellare fiumi di carta e parole di quei romanzi per young adult tanto in voga negli ultimi anni. Cameron si conferma infatti ancora una volta attento indagatore dell’anima umana, delle sue sfaccettature, delle complessità e contraddizioni dei suoi personaggi, che prendono vita grazie a quella scrittura puntuale, brillante, che rende la prosa intensa e capace di ammaliare il lettore pagina dopo pagina seguendo l’incessante dialogo di James.

mercoledì 29 agosto 2012

Anna Laura Longo: Procedure Esfolianti

Manni Editori, Lecce 2011
Procedure esfolianti
di Anna Laura Longo
Manni Editori, Lecce 2011


C’è una coppia di oggetti ossidata nel tempo,solo in parte sfumabile: densamente emanacellule di fascinazione. Una lettera è incisa-Deve restare – per la sua erogazione calma,quasi di maschera. Una coppia di oggetti

malleabili ed a stento ritmati, perforantinel loro resistere, quando invece è sui macchinariche assetati si sveglia, troppo ancora si tesse o si discute.C’è una lettera incisa (in un camion).Non la propaggine o la forma ornamentale.Non la norma ossidata nel tempocon capace posa di stucco.

Questo è solo un esempio dello “studio di vocaboli trascorrenti” che mette in piedi Anna Laura Longo in questa sua raccolta poetica, pregna di intense sinestesie e di rimandi sintattici quasi estenuanti, esasperatamente timbrici.
Sembra non trovare mai posa il vigore creativo della Longo, quasi costantemente pervasa da una smania espressiva curiosa e multifocale, poco arginabile entro i canonici schematismi della letteratura tout court.
Sono già note a molti, infatti, in Italia come in Belgio, in Svizzera e in Francia, le performances teatrali e musicali che la vedono impegnata sia come pianista concertista che come autrice di allestimenti visuali e creativi.
L’aspetto che qui, in questa sede, andiamo ad analizzare più nel dettaglio, però, pertiene principalmente la sua indole poetica, sebbene sia sempre difficile scindere realmente i vari campi espositivi che contribuiscono alla creazione di un solido e ben studiato percorso artistico.
Dico ben studiato non a caso, perché fin dall’impaginazione del libro della Longo, Procedure Esfolianti, appunto, salta subito all’occhio un’estrema perizia negli intenti poetici, unita a una raffinatissima cura nel dettaglio dell’elaborazione editoriale.
La raccolta è infatti impreziosita da disegni e collages in rilievo, che restituiscono al lettore proprio quella sorta di contatto doppio con gli oggetti di cui si parlava nei versi che ho citato in apertura.
Oggetti, quelli raccontati, più ancora materializzati o per meglio dire diffratti dalla scrittura, pur abbastanza concettosa e altisonante, della Longo, che hanno il pregio bifronte di rivelarsi tanto “malleabili”, e dunque confortevolmente accoglienti, quanto più “perforanti nel loro resistere”.
A cosa vanno resistendo, dunque, questi oggetti poetici? Alla cruda quotidianità dei tempi? All’oscurantismo di cui parrebbe vittima un più puro sapere critico? O non è forse una resistenza quasi tutta privatizzata, quella che sembra mettere in atto la Longo, arroccandosi nella costruzione quasi martiriologica di un discorso poetico senza tregua, senza sospensioni sintattiche, senza riprese di fiato?
Leggendo questi versi si percepisce l’acuirsi verticale di una sorta di sofferenza panica, che però non rimane mero ripiegamento intimista nei mali del nostro tempo, bensì veste i panni combattivi di un camion che slabbra i pertugi dell’esposizione fonematica, e imprime una semiotica del disappunto che è solida, sostanziale e non ornamentale, come una “colata di gesso”.


Let my books be then the eloquence

Le voci dei libri
di Ezio Raimondi
Il Mulino, Bologna 2012
pp. 113

€ 13.00
“Siano allora i miei libri a parlare per me
muti messaggeri del mio traboccante cuore"
Shakespeare, Sonetti 23, 9-10.

Per chi è appassionato del libro e della lettura è sempre difficile trovare testi di altri uomini e donne che hanno segnato il corso della loro esistenza nella pratica quotidiana del leggere. La ricerca è il segno del desiderio di trovare altri con cui condividere l'intimo piacere della lettura. Porre i sentimenti e la riflessione sulle pagine dei romanzi o dei libri di studio e di ricerca è un'attitudine che non riesce a rimanere sterile, chiusa nell'egoismo. La lettura fa parte della comunicazione e essere in contatto con un autore ed il suo mondo fa emergere l'esigenza di condividere con gli altri ciò che si è conosciuto e vissuto in centinaia di libri come in un uno solo. In questo contesto diventa eloquente il desiderio espresso nel Sonetto 23 di William Shakespeare che affida ai libri l'eloquenza traboccante del cuore.

Il lettore per sua natura si abbevera alla pagina e cerca di riportare ciò che ha ricevuto. Nel nostro tempo in cui tutti scrivono e tutti comunicano c'è il rischio di perdersi, di disorientare le proprie scelte e di fare sgradite esperienze approcciando testi che non si riesce a finire perché in realtà non comunicano. A volte però si stagliano sui nostri scaffali dei libri di riferimento, quei libri su cui si ritorna volentieri quando se ne ripresenta l'occasione. Si ritiene che una recente pubblicazione appartenga alla categoria dei volumi dedicati alla lettura ed all'umanità, in grado di distinguersi per l'affascinante descrizione dell'atto di leggere e perché in esso si incarna e rispecchia il mondo reale di tutti noi lettori. Le nostre parole sono dedicate ad Ezio Raimondi ed al suo Le voci dei libri. Dal titolo alla copertina, questo saggio sulla lettura attira e appaga. Spesso ci si aspetta dagli autori che nella loro esperienza sappiano dar voce ai sentimenti di varia natura che forse noi non riusciamo a significare al meglio. Le loro idee diventano il nostro modo di vedere ed interpretare il mondo e hanno tanto più valore quanto più sono aderenti al vero che si esperisce. Più volte Raimondi si riferisce al vero, all'impossibilità di separare o sostiuire i giochi da bambino con le letture, la festa e i sentimenti più alti con il tempo dedicato ai libri; sono due realtà che hanno bisogno di essere complementari e l'Autore lo ricorda più volte ed in molti modi: un incontro, un'amicizia maturata discorrendo di letteratura e di libri, in collaborazioni professionali.

Ne Le voci dei libri il prof. Raimondi racconta ciò che lo ha segnato nella vita e come i libri sono stati l'accompagnamento della sua storia. Si trova in lui la narrazione della forza della lettura che non è una ricerca consumistica delle idee ma in principio è il contatto con le persone che continuano ad essere presenti ed eloquenti in vario modo proprio grazie all'unione della lettura con la fisicità del libro, in quel formato, in quella edizione, in quella dedica sul frontespizio.

martedì 28 agosto 2012

CriticARTe: Piene di grazia. I volti della donna nell'arte





Piene di grazia. I volti della donna nell'arte

di Vittorio sgarbi
Bompiani, 2011
pp.308
Euro 20,00


Un viaggio attraverso l’arte a partire dai maestri del Duecento e Trecento fino alle correnti contemporanee, un itinerario alla scoperta di autentici capolavori, ma soprattutto la ricerca della donna, soggetto senza tempo prediletto dagli artisti.
È questo ciò che si propone Vittorio Sgarbi in Piene di grazie. I volti della donna nell’arte, un testo che coniuga l’ampia competenza del critico e un assetto ben strutturato in capitoli coinvolgenti e appassionanti. Questo rende la lettura agile e non troppo nozionistica anche attraverso i numerosi apparati fotografici che fanno di quest’opera un piccolo tesoro da conservare.

Artemisia Gentileschi, Cleopatra
Piene di grazia si presenta suddiviso in tre parti riflettendo il tentativo di Sgarbi di voler rappresentare la figura femminile in un campionario il più vasto possibile in termini di tempi e contenuti. La prima sezione, “Il cielo incontra la terra”, riconduce la donna alla dimensione sacra, punto di partenza di ogni cosa, figura di madre e della Madre, simbolo di una sensualità che tende sempre a un messaggio più alto. Qui si incontrano volti di donne dei grandi maestri come Cimabue, Masaccio, Raffaello, Parmigianino, Leonardo fino, più o meno, all’epoca rinascimentale.

“La terra misura di ogni cosa” inscena la svolta della donna che si sgancia dalle alte sfere per misurarsi, appunto, con un contesto più realistico, ma non per questo meno evocativo diventando ora fonte di infinita ispirazione. Allora ecco che le donne di si tingono di colori vivi e carnali nelle tele i Tiziano oppure sono rese con spiazzante autenticità come la Cleopatra di Artemisia Gentileschi, eccessivamente fisica e sgraziata. Le donne rappresentate vengono dal popolo, sono quelle di Murillo o di Giacomo Ceruti

Balthus, La camera turca
Infine, in “Senza cielo”, Sgarbi dà voce ai cambiamenti vissuti dalla civiltà di inizio Novecento che hanno agito anche sull’arte e sulla raffigurazione femminile. La scoperta dell’inconscio e la perdita di unità dell’io hanno portato a distorsione e perversione sia nei contenuti che nella forma. Un esempio interessante è Balthus che raffigura bambine sotto forma di donne alludendo a una certa ambiguità in fatto di morale. La moglie giapponese Tsetsuko rimarrà nei suoi dipinti la dodicenne che conobbe anni prima.

Piero della Francesca, La Madonna del parto
Quello che affascina di Piene di Grazia non è solo la tanta bellezza e potenza delle opere proposte, ma il modo in cui Sgarbi, personaggio sempre molto discusso, le interpreta. Emerge, in qualche modo, la volontà di raccontare delle storie attraverso un leggero respiro narrativo. Il lettore non rimane indifferente di fronte alla triste vicenda della Madonna del parto di Piero della Francesca; questo meraviglioso affresco, infatti, è stato “strappato” dalla chiesetta di campagna in cui si trovava per essere messo dapprima in una cappella funebre e poi in sedi diverse allo scopo di conservarlo meglio. Sgarbi immagina un Piero della Francesca sconsolato nel vedere la sua opera, una dolcissima Madonna incinta alla quale tante donne si rivolgevano, allontanata dal luogo semplice, la campagna, per cui era stata concepita e mortificata in un posto tetro per poi finire dietro una vetro in qualche museo.

Vittore Carpaccio, Il sogno di Sant'Orsola
Bellissimo ed suggestivo è il capitolo in cui si descrive Il sogno di Sant’Orsola del Carpaccio. Sgarbi si figura lo spettatore spiare il sonno di Orsola addormentata nella sua camera e dinanzi a lei l’angelo ad annunciare l’imminente martirio. E poi ci si immagina che forse Orsola, al risveglio, avvertirà qualcosa, una presenza, qualche piuma lasciata dall’angelo e l’angoscia del presentimento l’assale.

L’unica nota negativa del testo? Forse in linea con la sua personalità prorompente, Sgarbi in alcuni punti abbandona completamente il filo conduttore del capitolo e qualche volto femminile finisce per perdersi…

Martina Pagano

Stefan Zweig, "Il mondo di ieri"


Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo
di Stefan Zweig

Mondadori, 1994 (I ed. 1941)

Traduzione di L. Mazzucchetti

pp. 364
€ 9,50


“Parlate e scegliete, dunque, o miei ricordi, al posto mio, e date almeno il riflesso della mia vita, prima che essa scenda nel buio!”
Questo sperava Stefan Zweig quando si accinse a scrivere la sua autobiografia Il mondo di ieri, Ricordi di un europeo, un anno prima di suicidarsi, nel 1942. Scrittore e traduttore austriaco ebreo, descrive in essa la società in cui visse - a tratti, con la meticolosità di uno storico - e il modo in cui ne venne influenzato e ispirato.
Zweig parte col raccontare della sua infanzia, trascorsa nell’opulenta Vienna della Belle Epoque. “Non fu un secolo di passione quello in cui io nacqui e fui educato. Era un mondo ordinato, con chiare stratificazioni e comodi passaggi, era un mondo senza fretta”, tutto doveri e rigidezza morale, scandito da noiosissime lezioni scolastiche e dal ticchettio di certi ordini familiari ai quali si sfuggiva solo andando a teatro o nascondendo la testa e la mente nei libri di artisti come Rainer Maria Rilke, scrittore che Zweig amò da liceale e di cui divenne amico. Sin da ragazzo, egli guardò alla letteratura come al suo unico futuro, e riuscì, finite le scuole, a pubblicare un’opera poetica sulla rivista Neue Freie Presse, di cui era redattore Theodor Herzl (famoso fondatore del sionismo). Per nulla esaltato da questo primo successo, si trasferì a Berlino dove frequentò l’università e approfondì, in solitudine e ritiro, la sua conoscenza letteraria. Per anni lesse, scrisse, studiò poco e viaggiò molto. Finita l’università, si trasferì a Parigi (la descrizione che egli fa della città è appassionata e piena di malinconia). Qui fece amicizia con artisti d’ogni genere, e non solo. Per tutto il libro, l'autore parla, in maniera particolarmente interessante, dei suoi amici scrittori; descrive il suo rapporto con Rodin, con Rilke, con Romain Rolland, con Luigi Pirandello e Antonio Borgese, con Richard Strauss (scrisse per lui alcuni libretti), con Sigmund Freud e Salvador Dalì. Zweig eccelle nelle descrizioni, soprattutto dell’animo e dell’aspetto, degli uomini “degni” di cui si circondava. Analizza benissimo il carattere di James Joyce, ad esempio, e lo fa senza spendere che poche attente parole e senza affrettare giudizi personali, semplicemente deducendo da un passo e da un muoversi del capo le leggi dell’universo che vibravano nella mente di quell’uomo allora semi sconosciuto. Non dice nulla, però, della sua prima moglie; ancor meno della seconda. Ciò che viene fuori da questo libro non è tanto il ritratto che un artista fa di sé stesso, quanto il ritratto che quell'artista fa di un continente poco attento a sfruttare le sue intelligenze e il fervore dei suoi cittadini. Se i primi capitoli del libro ci introducono nella capitale austriaca al culmine della sua bellezza, gli ultimi ci invitano a tavola con Hitler e con la sua follia. Follia di cui Zweig seguì l’evolversi e l’ingigantirsi, a partire dalla prima guerra mondiale. L’entusiasmo con cui accolse i primi anni del 1900 si spense con il 1914, ma tornò vivace dopo. A guerra finita, visse fiducioso, anche se tra gli stenti, in una vecchia casa di Salisburgo, mentre il suo paese veniva pian piano ricostruito; continuò a scrivere romani e biografie, a tradurre scrittori tedeschi, francesi, e a viaggiare. Possiamo dire che tutta la sua vita fu racchiusa in questo: nel viaggio e nel suo sentirsi cosmopolita. Purtroppo allo scoppio della seconda guerra mondiale, il cittadino del mondo divenne un apolide. Egli fu costretto a provare 
“quell’orribile condizione dell’essere senza patria, impossibile a spiegarsi a chi non l’abbia provata su sé medesimo, quel senso esasperante di procedere ad occhi aperti nel vuoto, sapendo che dovunque si appoggi il piede, ad ogni istante si può essere ricacciati indietro”.
Tanta l’angoscia, la recriminazione, l’inquietudine. Gli ultimi capitoli dell’opera sono pervasi dall’orrore di un uomo e di un popolo che si vede privato di tutto: dei propri diritti, dei beni conquistati in tanti anni di lavoro, della libertà intellettuale, del futuro. Zweig è uno dei tanti scrittori che vede i suoi libri ardere al rogo, e uno dei pochi lungimiranti che ha la prontezza di fuggire, prima in Inghilterra, poi, con l’ingresso in guerra del paese, a New York. Un uomo che come lui convinse Benito Mussolini a commutare in esilio la condanna al carcere di un medico coraggioso; un uomo che aveva trascorso giorni felici con esiliati del calibro di Maksim Gorkij e Benedetto Croce, cadde ferito dalla stessa sorte. E non seppe trovar salvezza in essa. 
Scritto in uno stile elegante e piacevole, infarcito di emozioni e sentimenti sempre delicati, nostalgico eppure mai deprimente e sconfortante, questo libro sa riassumere come pochi un passato che ci appartiene, quel “mondo di ieri” che nessuno ha dimenticato, ma che ormai pochi possono dire d’aver vissuto. 

lunedì 27 agosto 2012

Marianna Burlando, "La soglia di fuoco"


La soglia di fuoco
di Marianna Burlando

ilmiolibro.it, 2012



Estate: voglia di mare, sole, viaggi e, perché no, voglia di libri che sappiano entusiasmare e allietare le lunghe giornate trascorse fuori città. Pagine frizzanti, capaci di accendere la curiosità e di suscitare emozioni, parola dopo parola. Attributi che non mancano a La soglia di fuoco, romanzo d’esordio di Marianna Burlando. Genovese di origini ma salentina d’adozione, psicologa in ambito oncologico, l’autrice non è nuova al mondo della letteratura, in quanto già autrice di alcune raccolte di racconti e di articoli in campo medico-scientifico.

La narrazione si snoda tra Londra e Chennai, nel sud dell’India, e si apre con le vicende del giovane Joseph Revlon. Dopo il fallimento dell’antica scuderia di famiglia, orgoglio dei Revlon da generazioni, Joseph si trasferisce nella capitale britannica. La tentacolare metropoli gli mostra subito il suo volto più aspro: Joseph sbarca il lunario grazie a lavori saltuari e, spesso, troppo faticosi per un ragazzo abituato al lusso e al denaro. Stanco di giornate sempre uguali, trascorse tra sandwich, birra e partite di pocker con un gruppo di amici, Joseph decide di offrirsi come cavia per la sperimentazione di un nuovo principio attivo. Nella clinica che ospita i volontari durante la somministrazione delle molecole al fine di individuarne la soglia MTD (Maximum Tolerate Dose), Joseph incontra Ramona, una ragazza di origini slave che lavora come assistente nella struttura. La bellezza e l'avvenenza di Ramona non sfuggono a Joseph che tenta di suscitare le attenzioni della ragazza, ignaro delle rigide regole della clinica che vietano al personale di avere qualsiasi tipo di contatto con i pazienti. Lo stupore di Joseph è grande quando, all’uscita dal centro, si accorge di essere seguito proprio da Ramona, finalmente persuasa a concedergli un appuntamento. Ma solo poche ore dopo la fine dei trials, Joseph manifesta i sintomi di uno strano malore. Le condizioni del giovane sembrano aggravarsi con il passare del tempo e la ragazza decide di chiedere aiuto a Kim, uno dei colleghi della clinica.

domenica 26 agosto 2012

Pillole di autore - La passione in terzine di Patrizia Valduga

Come si può scrivere l'amore? Come declinare la passione nel pieno della mercificazione del corpo e della serialità? Patrizia Valduga (1953) è una delle poetesse contemporanee che meglio sanno restituire al verso la carnalità dell'incontro amoroso, fondendo il lessico aulico della tradizione alla più quotidiana, concreta e materialissima terminologia sessuale. Un vocabolario misto, mai stridente ma spesso violento nell'effetto dirompente e sfacciato: eppure non vi si legge provocazione, ma verosimiglianza, intimità spogliata della sua originaria privatezza, in nome della parola in verso. O meglio, della parola in rima, abbracciata da schemi strofici della tradizione. Ci ha insegnato tanto Novecento che la forma chiusa non è, di per sé, vincolo coercitivo e improduttivo; al contrario, per Valduga sonetti, quartine (come non ricordare le sue Cento quartine d'amore?), madrigali e terzine innescano un processo ideativo fecondo, senza che nei lettori si avverta la forzatura della strofa.


Per celebrare (crediamo doverosamente) la bravura metrica della poetessa, abbiamo scelto per questa puntata di #PilloleDiAutore alcuni estratti da una sorta di poemetto degli anni '80, La tentazione, in cui la terzina dantesca con rima incatenata racchiude la fantasia sessuale di un rapporto orgiastico. Vi sono tutti gli elementi della selva oscura, a cominciare dai prestiti lessicali, fino all'idea onirica che piega all'incubo di queste forze virili e psicologiche che tanto opprimono e violano il corpo e la fantasia sessuale dell'io lirico. Una lotta impari, vana, che si inzuppa di umori e di violenza ("Or godi e taci, or... ti resti dentro"): una passione suo malgrado, di una mente che vorrebbe ribellarsi ma di un corpo che sperimenta il piacere, braccato dalla presenza incombente di questi sconosciuti (poi davvero sconosciuti o vi si intravede l'amore combattuto per Tadeusz Kantor?). Un movimento ondulatorio tra amore e odio, "al di là del principio di piacere", per dirla con Freud. Il risultato non è mai soddisfacente: o meglio, l'apparente soddisfazione della domanda lascia lacanianamente un "residuo di una obliterazione.
Tra questi poli non contraddittori ma ambigui (quanto è ambiguo il sentimento), la Valduga compone un poemetto apparentemente "neoclassico", come ha detto tanta critica in un primo tempo; in realtà, vi si legge tutta la modernità di una donna che lotta tra la propria sensualità pulsionale (a volte oscura, a volte quasi ingenuamente sconvolta) e la ragione.

(Testo di riferimento: Patrizia Valduga, La tentazione, Milano, Crocetti Editore, 1985)

I

In questa maledetta notte scura
con una tentazione fui assalita
che ancora in cuore la vergogna dura.

Io così pudica, così compita,
vedevo un uomo a me venire piano
e avvolgermi quasi avido la vita;

sabato 25 agosto 2012

CriticaLibera: Quella polemica tra Leonardo Sciascia e Oreste Macrì attorno alla traduzione di García Lorca

Ignacio Sánchez Mejías
Uno degli aspetti più interessanti del lavoro letterario consiste nella polemica. Non esiste rivista, quotidiano, convegno, tavola rotonda o qualsivoglia altra manifestazione letteraria in cui scrittori e critici non si siano dati battaglia a colpi di articoli, lettere, interventi e, in tempi più remoti, sonetti.
Questa propensione alla polemica nasce dal fatto che la letteratura non è una scienza esatta, con un linguaggio tecnico, in grado di fornire dati empirici inequivocabili. Ogni testo è passibile di interpretazioni che sono l'una il contrario dell'altra, che sono così antitetiche da produrre nel lettore il dubbio che i due polemisti non stiano parlando dello stesso testo. Un esempio illustre è la totale inadeguatezza della teoria sul romanzo storico di Lúkacs per quanto riguarda l'interpretazione delle narrazioni storiche sulla Guerra Civile di Max Aub. La polemica letteraria è, quindi, destinata a perpetuarsi all'infinito e, in effetti, esistono casi di uomini di lettere che si sono dati battaglia sullo stesso argomento per molti anni, senza che nessuno si dichiarasse sconfitto o, per lo meno, cessasse la polemica per stanchezza.
La vis polemica distingue la critica letteraria dalla filologia più pura, che si basa sul dato inequivocabile che è il manoscritto: carta canta, verrebbe da dire. Tra i due campi di studio sta la traduzione letteraria, che si avvale della filologia per quanto riguarda l'adeguatezza del testo fonte (nel caso in cui ne esistano più versioni o più edizioni), mentre per la trasposizione nella lingua d'arrivo si avvale, in parte, della critica, non essendo le lingue in corrispondenza biunivoca ed esatta. Questo vale a dire che se consideriamo lo spagnolo (A) e l'italiano (B) due insiemi, i cui elementi sono le parole, non è assolutamente detto che ad ogni elemento di A corrisponda uno e un solo elemento di B. Quindi il traduttore è costretto a fare ricorso ad altri strumenti che si possono far confluire nel grosso calderone della critica.
Detto ciò, risulta del tutto normale che di un testo spagnolo (l'esempio è fatto per comodità mia) esistano molteplici traduzioni in italiano tutte uguali, ma tutte molto diverse perché ogni traduttore avrà operato scelte differenti. A noi il compito di giudicare una traduzione? Non esattamente perché ogni scelta se motivata e semanticamente corretta non si può definire errata, semmai impropria o poco elegante. La traduzione, quindi, per la sua naturale propensione all'imperfezione si presta all'attitudine polemica di chiunque frequenti la letteratura per mestiere o per passione. Vediamo ora uno degli esempi più interessanti (e dimenticati).
Nel 1961, sulla rivista Rendiconti, Leonardo Sciascia scrisse una recensione molto critica nei confronti di tre traduzioni del Llanto por Ignacio Sánchez Mejías, il famoso poema che Federico García Lorca scrisse in calce alla morte del celebre torero, nel 1935 [1]. Le traduzioni incriminate sono quelle di Carlo Bo, Oreste Macrì e Giorgio Caproni. Il poema di García Lorca venne pubblicato in Italia per la prima volta nel 1940, in piena stagione ermetica: «complicandosi, nel primo traduttore, l'inesperienza della lingua spagnuola con l'esperienza ermetica, il risultato fu di una quasi totale oscurità» (25). Successivamente Sciascia concede ai due ispanisti e al poeta livornese di avere in parte migliorato, «ma non al punto da eliminare completamente i tralignamenti e le gratuite oscurità di cui era inzeppata la prima [traduzione]» (id.). L'obiettivo della critica sciasciana è chiaramente la scuola di traduzione fiorentina, sviluppatasi negli anni '30-'40 attorno all'ermetismo poetico. Oggettivamente, molte traduzioni di quegli anni, almeno per quanto concerne lo spagnolo, risentono dell'influenza di questo movimento, andando talvolta a snaturare testi che con l'ermetismo non hanno nulla a che vedere. Ma è quasi impossibile che una traduzione poetica non risenta della poesia nazionale del traduttore: un esempio recente è la versione dell'alessandrino baudelariano nell'endecasillabo itaiano operata da Antonio Prete [2].

Tuttavia Sciascia non si limita a una critica passiva, ma anzi entra nel vivo della polemica (e il siciliano era un maestro in tale arte!) proponendo una sua traduzione, compiendo a mio -sindacabile- avviso un errore macroscopico: «Noi non abbiamo, in fatto di lingua e letteratura spagnuola, un decimo della competenza che hanno Carlo Bo e Oreste Macrì [...] Ma forse abbiamo un punto di vantaggio nel fatto di essere siciliani» (id.). Prima di proseguire è bene precisare che Sciascia fu, oltre che scrittore, un ispanista sopraffino. La curiosità nei confronti della cultura spagnola nasce senza dubbio dal fatto che la Spagna fu presente in maniera importante -e lo è ancora!- in Sicilia. Sono convinto che lo scrittore di Racalmuto sarebbe stato un ispanista altrettanto sopraffino se fosse nato a Napoli, o a Milano, dove pure gli spagnoli hanno lasciato tracce importanti del loro dominio. Questa convinzione, tuttavia, lo porta a tradurre, sbagliando, lo spagnolo ataud (bara) con il siciliano tabuto perchè etimologicamente affini.
Detto ciò, Sciascia procede a rivedere l'intera traduzione del Llanto fornendo la propria versione.
Sono molte le divergenze tra la versione di Sciascia e quella di Macrì per questo motivo ci concentreremo su un verso che ha molto scandalizzato lo scrittore siciliano e che lo spinse a rivedere l'intera traduzione, suscitando la piccata risposta dell'ispanista.

venerdì 24 agosto 2012

"Denti Guasti": Il neorealismo di Matteo De Simone

Denti Guasti
di Matteo De Simone

Hacca, 2011
pp. 232, 14

E’ un gioco che faceva con papà quando era bambina. Prima di andare a dormire si mettevano sul balcone e guardavano la gente passare. E cercavano di capire dalla faccia se la gente si lavava i denti oppure no. Se uno aveva una faccia rovinata, gialla, rugosa, aveva certamente i denti guasti. (…) Era bello poter credere quello che volevi tu. Giudicare sull’apparenza e sghignazzare da lontano.
 Roman ha 19 anni ed è moldavo. Ha i denti perfetti, “non sono i denti di uno che ruba nei supermercati”. E invece nel supermercato di Torino dove incontra Giulia sta facendo scivolare sotto la manica una bottiglia di qualcosa, lo stesso qualcosa che si è insinuato nella vita della ragazza dopo la morte del padre come un ospite indesiderato, trascinando inesorabilmente nell'abbisso la madre Silvana. Ma Giulia negli occhi di Roman "ci ha visto subito la  paura" e gli ha comprato la bottiglia.
Un gesto di aiuto fa da incipit all'incontro delicato e fortuito con cui il giovane scrittore Matteo De Simone interseca due cosmi etnici separati e indifferenti che coabitano la nostra società; i due protagonisti, superficialmente così distanti, sono in realtà profondamente accumunati da un presente caratterizzato dal degrado, dalla mancanza di amore, dalla diversità: il delicato sentimento che nasce naturalmente tra loro, seppur acerbo, accompagna come un velo di speranza e di riscatto i pensieri di entrambi durante il susseguirsi di avvenimenti drammatici in un climax che si risolve in un amaro finale.
La trama procede da questo "snodo" in poi, così come era avvenuto prima dell'incontro, su due binari paralleli: la vita da immigrato clandestino appena sfuggito al "protettore" Ivan assieme al minorenne Silviu da un lato, la vita da studentessa italiana diciottenne, figlia di un' impiegata delle Poste alcolizzata, dall'altro.
Giulia riflette. Non sa se prima spegnere la musica. Oppure prendere subito mamma e portarla a letto. Oppure  chiudere semplicemente la porta del soggiorno e lasciare mamma così, come un dente guasto devitalizzato nella bocca della casa.
La poliedricità del giovane scrittore e musicista torinese Matteo De Simone (autore, cantante e bassista del trio rock indipendente Nadàr Solo http://www.myspace.com/nadarsolo) emerge non soltanto nella capacità con cui riesce attraverso un linguaggio semplice ma palpitante a non banalizzare personaggi e temi dall'essenza stereotipata, ma anche nella diversità dei temi affrontati: immigrazione e alcolismo sono infatti solo due dei temi trattati durante la narrazione. 
Personaggi e dinamiche che avvolgono "Un tram chiamato successo", il programma televisivo che ha "sfornato" il mito di Giulia, la cantante Caterina Samperri, dove la possibilità di riscatto e successso le vengono offerte seppur indirettamente dalla madre stessa, aprono profonde riflessioni su un altro tema: l'attualissimo mondo dei talent show, spietato, manipolatore, risultato di una società passiva, vittima dei suoi stessi sogni.
La focalizzazione interna, l'alternarsi del discorso indiretto libero a dialoghi estremamente realistici e crudi, così come la verità dolorosa e violenta delle vicende narrate, permettono di definire Denti Guasti un romanzo "Neo-Neorealista" in cui lo scrittore accompagna i personaggi in una Déchéance che ricorda quella presente nelle opere di Zola.
L'opera di De Simone non manca della presenza dell'ironia, seppur celata: la si ritrova nelle situazioni narrate, nei nomi dei "professori" che gravitano intorno al talent show (Beppe Vestali, Rudy Genovese, Grazia Di Marco...), ma sopratutto nelle vicende del personaggio secondario Marco Zecca, un agente immobiliare "che ha smesso di bucarsi" dalla deontologia discutibile, che richiama alla mente i più spassosi personaggi al limite del trash che popolano i romanzi di Ammaniti.
A far da cornice a questa "sceneggiatura di un film neorealista che preferiremmo non vedere" (dalla prefazione di Pierpaolo Capovilla, cantante de Il teatro degli orrori)  una Torino contemporanea e "civilissima", che si eleva a simbolo di un'Italia dal futuro incerto
E' bella Torino. (...) Se Silviu dovesse regalare Torino a una ragazza, prima toglierebbe la Mole. Magari solo la punta. La Mole rovina tutto. E' troppo alta, ma non è abbastanza alta. Non è la torre di Pisa, ma non è la torre Eiffel. Vista davanti alle montagne mette tristezza. Vorrebbe, lei vorrebbe ma non ce la fa. E messa al dito di una ragazza, potrebbe fare male a qualcuno. Se Silviu fosse l'artigiano che l'ha inventata, adesso guardando Torino direbbe tra sé: non ci siamo ancora.
Una denuncia pronunciata sottovoce quella di De Simone, indirizzata al modello fallimentare di una società in cui un'apparenza che stona con i sorrisi "senza macchia" di politici e personaggi del Jet Set autorizza all'emarginazione, al giudizio affrettato, al disinteresse e all'indifferenza per l'individuo stesso: i denti guasti diventano così simbolo e iperbole di povertà, del marcio del mondo da arginare, di uno specchio spesso ingannevole della natura dell'anima.
Non ci piace che la gente, gli italiani soprattutto, ci vedano coi denti così. Getta una cattiva luce sulla Romania. Sembra che non siamo gente per bene.
E allora forse il vero riscatto per l'uomo nasce dall'istinto di giustizia, di ricerca di quei valori comuni che possono cancellare la vergogna di un sorriso imperfetto e annientare il male attraverso l'amore.

Elisa Pardi

giovedì 23 agosto 2012

"Metà di un sole giallo": il sangue africano, il silenzio occidentale

Metà di un sole giallo
di Chimamanda Ngozi Adichie

Einaudi, 2008

pp. 456



Metà di un sole giallo è un ottimo esempio di letteratura postcoloniale: una storia corale che cerca di raccontare le diverse prospettive di un mondo, e di rivelare attraverso sensibilità complementari i conflitti e le identità di un popolo. Chimamanda N. Adichie, giovane autrice di origini Igbo, affronta questa difficile prova narrativa con piglio deciso, dipingendo un'intensa, dolorosa pagina della storia africana: il tentativo  del Biafra di rendersi indipendente dalla Nigeria, che costò un carissimo prezzo di miseria e violenze, sotto la morsa della potenza coloniale britannica e gli sguardi, pietistici ma pieni di pregiudizi, degli occidentali che conobbero quest'angolo di mondo grazie alle fotografie di bambini malati di kwashiorkor. 

mercoledì 22 agosto 2012

La trappola esistenziale di Čechov

 Reparto n. 6
di Anton Čechov


Il Narratore audiolibri

€ 6,99



“Quando un uomo pensante raggiunge la virilità, e perviene alla maturità della consapevolezza, si sente suo malgrado come chiuso in una trappola dalla quale non c'è via di scampo. E infatti: contro la propria volontà, in modo puramente accidentale, egli si trova evocato dal non-essere alla vita... Perché? Vuol conoscere, egli, il significato e il fine della propria esistenza, ed ecco che nessuno glielo dice, o gli dicono delle bambinaggini; bussa, e non gli viene aperto; lo sopraggiunge la morte, e anche questo gli accade contro la sua volontà. E allora, allo stesso modo che in carcere gli uomini, legati dalla comune sventura, si sentono meglio quando si riuniscono insieme, così anche nella vita non ti accorgi più di essere in trappola quando, fra uomini inclinati all'analisi e ai concetti generali, ci si raccoglie insieme e si trascorre il tempo nello scambio di fiere, libere idee. Da questo punto di vista l'intelligenza è un piacere insostituibile”.
Chi fa queste riflessioni sulla vita è Andrej Efimjc, protagonista di uno dei racconti più intensi di Anton Cechov (1860-1904), Reparto n.6 (1892), disponibile anche in formato audio con Il Narratore audiolibri.
Un romanzo di cui pure Lenin rimase inorridito, incapace di restare a casa, turbato come se fosse stato lui stesso rinchiuso in quel reparto che Leskov riteneva simbolo di tutta la Russia.

martedì 21 agosto 2012

#CritiCOMICS: Kick-Ass, una parodia d'autore del teen-hero comic


Kick-Ass
di Mark Millar e John Romita Jr.

I ed. originale
Marvel Comics-Icon Comics, 2008 (8 albi)


Distribuito in Italia da
Panini Comics, 2010 (2 voll.)
€ 12 cadauno


Cosa succede quando uno scrittore come Mark Millar e un disegnatore come John Romita Jr. collaborano per un progetto frutto della mente geniale dell’acclamato scrittore di fumetti scozzese? Di sicuro ne viene fuori un’opera fuori dagli schemi e decisamente sopra le righe: e questo è proprio il caso di Kick-Ass
 Dave, uno studente liceale nerd e annoiato di New York, si domanda spesso perché nessuno prenda mai la decisione di diventare un super-eroe come quelli che vede nei fumetti che legge fin da quando era un bambino. La vita di molte persone è noiosa, compresa la sua, e le ingiustizie in città sono all’ordine del giorno. Così, un po’ per gioco, Dave si ritrova a comprare una tuta verde aderente su e-bay, ad indossarla e a camminare sopra i tetti di notte per allenare il suo equilibrio. Si porta dietro anche un manganello, non si sa mai che incontri qualche criminale. Un tardo pomeriggio Dave nota dei teppisti imbrattare un muro, decide quindi che è giunto il momento di fare il suo esordio come Vigilante e di rimettere i ragazzi sulla retta via. Purtroppo le cose non vanno proprio per il verso giusto e Dave viene picchiato selvaggiamente, accoltellato da uno dei teppisti e mentre cerca di fuggire viene anche investito da un’auto in corsa. Dopo quattro interventi chirurgici e mesi di riabilitazione e terapia il ragazzo può finalmente riprendere a muoversi e giura a se stesso che l’avrebbe smessa con la faccenda del super-eroe, ma la tentazione di indossare nuovamente il costume è troppo forte, e così si ritrova di nuovo in mezzo ad un gruppetto di criminali, parte la rissa, ma stavolta il ragazzo riesce ad averla vinta, grazie anche alle placche di metallo che i medici hanno dovuto applicare su gran parte delle sue ossa fratturate e che gli conferiscono una maggiore resistenza fisica. Un passante riprende la scena con il cellulare e carica il video su Youtube. Il video diventa presto diffusissimo e la gente comincia a chiamare il ragazzo in verde Kick-Ass. Ormai il grande passo è compiuto, Dave ha un alter ego e un’identità segreta, Kick-Ass è un fenomeno mediatico a tutti gli effetti. 
Miller e Romita Jr. danno conferma con Kick-Ass di tutta la loro abilità. Millar, come di consueto, ci regala una trama fuori dal comune e ricca di punti di riflessione e Romita Jr., già apprezzato per i suoi disegni nella serie The Amazing Spiderman, condisce il tutto con il suo tratto dinamico, ed espressivo.
Essendo un fumetto d’autore, e quindi pensato per un pubblico più di nicchia, Kick-Ass può permettersi certi lussi, che le testate mainstream invece devono limitare. La violenza ad esempio è trattata in maniera molto realistica, ogni pestaggio, tortura o colpo che viene inflitto ai personaggi lascia i segni sul corpo. Il rosso sangue addobba quasi ogni tavola e la violenza diventa spettacolo come in un film di Tarantino. I dialoghi sono sboccati, i personaggi politicamente scorretti, gli antagonisti dei veri criminali della mafia italo-americana che non si fanno alcun scrupolo a torturare e cercare di ammazzare un liceale.
Lo schema della trama ricorda pienamente quello di un teen-hero comic a sfondo scolastico, come Spiderman, con la differenza che qui il protagonista non ha nessun tipo di super-potere ed è molto più imbranato e impopolare di Peter Parker. La scuola stessa è più realistica, Dave non è l’unico nerd bullizzato e maltrattato da tutti, ma ha comunque degli amici che condividono con lui la passione dei videogiochi e dei fumetti, la ragazza di cui è innamorato non è lo stereotipo “ragazza della porta accanto/amica d’infanzia”, ma effettivamente la più attraente della classe. Millar traspone insomma un fumetto super-eroistico nella vita reale, e lo fa con stile, con tutto ciò che ne può conseguire. 
L’opera vede la luce nel 2008 in America e approda in Italia nel 2010, riscuote immediatamente un grandissimo favore da parte del pubblico che lo porta a diventare  anche una pellicola cinematografica dal titolo omonimo nel 2010 e ricevere pure un seguito, Kick-Ass 2, distribuito in 7 albi pubblicati tra il 2010 e il 2012.
Dave e il suo alter-ego  Kick-Ass, sono diventati insomma un fenomeno mediatico anche nel mondo reale, non vi resta che leggere le sue avventure per scoprire se un ragazzino senza nessun potere o abilità speciale riuscirà a sopravvivere al mondo del crimine senza che nessuno scopra la sua identità segreta, e a conquistare allo stesso tempo la ragazza di cui è innamorato segretamente da anni.

A. Dario Greco

lunedì 20 agosto 2012

Andrea Camilleri, "La concessione del telefono"

La concessione del telefono
di Andrea Camilleri

Sellerio, 1998
pp. 269




Il sottoscritto Genuardi Filippo, fu Giacomo Paolo e di Posacane Edelmira [...] desidera venire a conoscenza degli atti occorrenti per ottenere la concessione di una linea telefonica per uso privato.



Sicilia, anno di Grazia 1891: questa semplice richiesta di informazioni per l'attivazione di una linea telefonica scatena una ridda di eventi esilaranti e surreali, complici un Prefetto squilibrato, un Tenente dei Reali Carabinieri dotato di rara ottusità, l'immancabile "uomo di rispetto" e la proverbiale burocrazia italica, tanto bizantina quanto demenziale.

Genuardi Filippo da Vigàta, giovane di belle speranze e di conveniente matrimonio, inoltra a Sua Eccellenza Vittorio Marascianno, Prefetto di Montelusa, una domanda di informazioni circa gli adempimenti da porre in atto per la concessione di una linea telefonica - compresa la posa dei pali e il collegamento del cavo - tra il suo magazzino e la casa del suocero, facoltoso commerciante sposato con una donna molto più giovane. L'insistenza del Genuardi, che in mancanza di riscontro invia due solleciti, alimenta i sospetti del Prefetto, napoletano ossessionato dalla "smorfia", che nelle ripetute istanze dell'uomo e in un banale errore nello scrivere il nome del funzionario vede addirittura una congiura sovversiva contro se stesso e l'intera struttura dello Stato.

Ai deliri di Sua Eccellenza si aggiungono le attenzioni verso Filippo da parte di don Lollò, "omo de panza" cui il giovane si rivolge per un'intercessione - in omaggio alla tradizione nazionale -, che naturalmente comporta l'obbligo di sdebitarsi. Insomma, in breve tempo il nostro eroe si trova sotto doppia sorveglianza, con i "Carrabbinera" da una parte e la mafia dall'altra.

A nulla serve il tentativo di riportare  alla normalità la questione da parte del Questore Arrigo Monterchi, persona dotata se non altro di un certo senso pratico, che attraverso le indagini del funzionario delegato alla Pubblica Sicurezza traccia un profilo del Genuardi profondamente diverso, descrivendolo per quello che è: un opportunista che grazie alla disponibilità economica del suocero ha intrapreso numerose avventure imprenditoriali senza portarne a termine alcuna, che ha speso una fortuna - non sua - per comprarsi un quadriciclo a motore, unico esemplare in tutta l'isola e che passa il tempo nelle case da gioco e in altri ritiri parimenti ameni, accompagnandosi all'amico Sasà La Ferlita, "vera sentina di ogni deboscio". Riguardo la politica, il nostro Pippo neanche sa cosa sia:
Le idee politiche del Genuardi sono inesistenti. Vota secondo le indicazioni del suocero, che è uomo d'ordine. Non ha mai espresso in pubblico un'opinione.
Per non rovinare la suspence lascio al lettore scoprire chi, fra i diversi funzionari coinvolti, sarà promosso e chi invece andrà a passar carte in Sardegna (non a Stintino però, ricordiamoci che siamo a fine Ottocento). Il telefono tanto agognato, poi, farà da megafono al finale "esplosivo".

Leggere Camilleri è un po' come assaporare gli arancini di riso, il pesce alla griglia o altre sicule "delikatessen", risveglia i sensi e appaga l'animo. La sua grande capacità immaginativa ci consegna un esilarante romanzo strutturato in "cose scritte" e "cose dette", ossia in capitoli che riportano la corrispondenza - a tratti incredibile - fra i vari personaggi e in altri che riportano i dialoghi nel consueto e meraviglioso miscuglio italo-siciliano cui lo scrittore ci ha abituati. L'assenza di un narratore - le "cose dette" sono praticamente un "romanzo di parole" - non impedisce di seguire il corso degli eventi, anzi aumenta la godibilità della lettura.

"La concessione del telefono" è in realtà un romanzo amaro; una lettura minimamente attenta permette di andare oltre le risate e, scostato il velo del grottesco, di intravedere il reale quadro di un Paese che già agli albori della propria esistenza annegava nei difetti e nei problemi che presto sarebbero diventati tara ereditaria, quasi un lascito generazionale. Corruzione, inefficienze, mera incapacità sono stati i tratti caratteristici delle classi dirigenti italiane, soprattutto in Meridione, ove i diversi governi nazionali spedirono quelli che Pirandello, citato in apertura da Camilleri, definisce "gli scarti della burocrazia", gli elementi peggiori e più asserviti ai potenti di turno, buoni soltanto per occupare le poltrone strategiche in quei territori cui il passaggio dai Borbone ai Savoia non comportò progressi di alcun genere ma ne acuì lo status di terre da conquistare mediante la sottomissione delle popolazioni e la sistematica razzia delle risorse.

Sicilia, anno di Grazia 1891. Praticamente l'Italia di stamattina.

Stefano Crivelli

domenica 19 agosto 2012

Pillole d'Autore: le poesie di Gesualdo Bufalino




Non c'è pagina di Gesualdo Bufalino che non lasci al lettore una sottile, voluttuosa incertezza circa la verisimiglianza di ciò che ha appena letto. Potrebbe dirsi l'effetto collaterale di una scrittura nata, e in modo così evidente, per eludere e insieme sedurre la morte. Così, anche nel leggere le Note all'introvabile silloge L'amaro miele, ci si chiede in fondo quanto, in quelle parole, sia verità autobiografica e quanto sia, invece, diceria:
Questi versi, scritti su carta da macero con un pennino Perry moltissimi anni fa; sopravvissuti solo quasi per caso alle periodiche fiamme di San Silvestro a cui l'autore fu solito un tempo condannare il superfluo e l'odioso dei suoi cassetti; divenuti, invecchiando, patetici come rulli di pianola o vecchie fotografie; questi versi non vantano probabilmente altro merito per vedere la luce; se non quello, privato, di fare per un momento sorridere, ove ne abbia ancora le labbra capaci, un fantasma di gioventú. Il quale potrà ritrovarvi e riconoscervi, insieme ai relitti di sue antiche pene d'amor perdute in riva al Mediterraneo, le memorie di una lunga attesa e persuasione di morte all'ombra grave della guerra; e le veloci letizie, le lunghe solitudini, dopo il ritorno nel Sud.

sabato 18 agosto 2012

CriticaLibera: Intervista a Michel Onfray


Riproduciamo un estratto dall’intervista di Aliocha Wald Lasowki a Michel Onfray pubblicata sul n. 520 (giugno 2012) del Magazine Littéraire. 

Michel Onfray è uno scrittore e filosofo francese (nato nel 1959) proveniente da una modesta famiglia della provincia normanna. Donna delle pulizie la madre e bracciante agricolo il padre, Onfray ha studiato al collegio dei salesiani, ha fatto l’operaio stagionale in un caseificio, per poi laurearsi in filosofia e intraprendere l’insegnamento nelle scuole superiori. 
È autore di molti libri, per lo più incentrati su un approccio materialistico, edonistico e antiaccademico alla storia della filosofia. Ha fondato nel 2002 l’università popolare di Caen, tuttora operante ed è impegnato in una diffusione della cultura e dell’insegnamento al di fuori dalle istituzioni ufficiali e a disposizione delle categorie sociali di solito escluse dall’accesso alla cultura superiore. 


***

L’uomo, un po’ dandy, sorridente e cordiale, elegante e discreto, nel ricevervi ha l’aspetto disteso. Non fidarsi delle apparenze: lui è uno dei rari filosofi d’oggi che sia anche un cittadino attivo, impegnato. Carismatico, gioviale, intellettuale antiliberale, ateo, edonista e libertario, ha un forte impatto sull’attualità. Sono appena usciti La costruzione del superuomo, settimo volume della Controstoria della filosofia, il Manifesto edonista, che raccoglie le principali tesi della sua filosofia, L’ordine libertario, dove Michel Onfray traccia un bel ritratto di Albert Camus, e La saggezza delle api, grande poema in prosa scritto da Onfray e messo in scena da Jean Lambert-Wild alla Comédie de Caen. Per aggiungere un mattone all’edificio, il filosofo lavora attualmente a un’antologia pagana. E, quest’anno, l’Università popolare che ha fondato a Caen festeggia dieci anni. 
Nell’Ordre libertaire. La vie philosophique d’Albert Camus, lei incrocia l’opera dello scrittore con lo svolgersi della sua esistenza, con la vita dell’uomo, le sue prese di posizione, il suo sguardo vivo e personale sul mondo. Quale insegnamento filosofico ne ricava? Secondo lei, Camus incarna lo spirito libero?

Lui è il libertario per eccellenza, altrimenti detto: l’uomo libero, specie rispetto a coloro che fanno professione di libertà libertaria, come gli anarchici guardiani del tempio che parlano tra loro in conformità a un catechismo della libertà che li aliena. Costoro hanno sempre bisogno di compulsare Bakunin o Kropoktin per sapere cosa devono pensare…Camus, figlio di poveri, fedele al suo ambiente d’origine, non intercala mai la sua biblioteca tra il mondo e se stesso, al contrario della maggior parte degli intellettuali e dei filosofi che vanno per la maggiore. Se deve ragionare sulla miseria, non si chiede cosa ne dicessero Marx e Engels, perché lui l’ha vista a casa sua, in una famiglia senza padre e con una madre disabile. Non commenterà un commentario, ma dirà cosa ha visto: quale metodo migliore per un filosofo? Sartre rappresenta il contrario: prodotto dai libri e dalle biblioteche, il ragazzotto che vuole essere celebre grazie alla letteratura pensa il mondo come un campo di battaglia dove lui lotta per diventare celebre – Spinoza e Stendhal, come afferma immodestamente. 

Camus è l’erede carnale dei Greci o uno spirito inquieto sempre all’erta, alla maniera di Nietzsche?

Così come Nietzsche fu un grande filosofo perché non fu un prodotto dell’università, ma un autodidatta (ebbe una formazione da filologo, no da filosofo), Camus incarna la tradizione del pensiero libero, indipendente, autonomo, padrone di sé, un uomo che non dipende dalla tribù, che non si costruisce guardandosi nello specchio della storia, che non deve niente a nessuno, che si è costruito da solo, senza i vantaggi degli ascensori tribali parigini, ma vivendo sotto l’occhio di un padre assente depositario dei valori della gente semplice e modesta: la verità e l’equità che è giustizia. 
(…)

Tra i valori essenziali di Camus, ci sono anche l’entusiasmo, la simpatia per il corpo, la carne, la sensualità. Qual è il bersaglio della sua parodia teatrale del 1947 La commedia dei filosofi? Si fa beffe della pesantezza speculativa?

È proprio un testo contro Sartre, l’esistenzialismo e la frivolezza degli ambienti intellettuali di quell’epoca. Camus ha conosciuto la meschinità di questo mondo arrivando a Parigi. È la squadra degli autori Gallimard, che è anche il suo editore. È il Gotha intellettuale, ovvero un gruppetto di persone che detta legge. A quell’epoca, Sartre è il governatore: tutto ciò che dice è scorticato e diventa, a seconda dei gusti, una parabola del Vangelo o le parole del diavolo. Quando arriva la celebrità, essa conferisce doveri, non diritti. Sartre, diventato più che lui grazie al successo, è stato meno che lui per decenni. Sartre aveva talento, se non genio, ma nella sua capacità creatrice non ha mai misurato il peso delle parole e ha parlato alla leggera schierandosi dalla parte del totalitarismo marxista-leninista, legittimando ogni violenza a patto che fossero esercitate in nome della sinistra, appoggiando il terrorismo, i regimi corrotti, i paesi dell’Est. Camus prende in giro il Sartre che recita il ruolo del guru a suo esclusivo vantaggio. Sul modello della Commedia dell’Arte, o del Molière delle Furberie di Scapino, Camus mette in scena il «Signor Niente», un personaggio libidinoso, panciuto, verboso, con un bel librone sotto il braccio, che gioca con le parole, servendosene per arrivare ai suoi scopi che sono, una volta, divorarsi un prosciutto, e un’altra, sedurre una giovinetta. Alla fine si scopre che il personaggio era scappato dal manicomio. Quest’improvvisazione è rimasta inedita e non è mai stata rappresentata. Peccato! Ma potrebbe ancora succedere [In Italia ne è uscita nel 2010 un’edizione numerata a cura di A. Castronovo con il titolo La commedia dei filosofi per le edizioni Via col vento, N.d.T. ]. 

venerdì 17 agosto 2012

Mario Grasso, "Latte di cammella"



Latte di Cammella
di Mario Grasso
2012 Sensoinverso

Pp 185
17,00


L’errore di “Latte di Cammella “ di Mario Grasso è cedere alla tentazione della narrativa, volendo dare una veste accattivante a ciò che dovrebbe essere solo reportage, brutale denuncia. L’inizio del romanzo, col giornalista Vanni Ossarg che fa un sogno premonitore e poi incontra personaggi inquietanti in un villaggio diroccato, brumoso e fuori dal tempo, sembra precipitare il lettore in un thriller paranormale, per poi riacciuffarlo immediatamente per i capelli e lanciarlo nella materia dell’inchiesta giornalistica. Vanni Ossarg andrà in Somalia e poi in Sierra Leone, raccontando a modo suo ciò che vede. Di là dal contenuto completamente diverso, il modo di esporre è quello de “La profezia di Celestino”, in un mix fra saggio e narrativa, in un accumulo di dialoghi, incontri, illuminazioni e indottrinamento del lettore.
Il reportage di Grasso, il suo modo di raccontarci l’Africa, è viziato da uno spiccato indirizzo di pensiero, teso alla giustificazione forzata di tutto ciò che è il continente nero, visto come innocente e incolpevole, come originariamente “buono”. Vengono così trovate attenuanti per la sharia, le incursioni dei pirati, addossando all’occidente tutte le colpe.
"Chi vuole aiutare la Somalia non deve pensare alle lotte dei clan, alle brutture del fondamentalismo esasperato, alle tante cose che devono cambiare, ma alla gente e ai bambini la cui unica colpa è di essere nati lì o altrove." (pag. 101)
Vero è che la denuncia è indispensabile, che troppo spesso le guerre a colpi di machete - sbrigativamente etichettate come etniche o tribali - sono dimenticate dai nostri telegiornali, con i loro orrori impensabili. Fiumi di sangue e di morte scorrono in Africa, inseguendo diamanti, petrolio, rifiuti tossici scaricati dal cielo, con la complicità di politici corrotti, signori della guerra, multinazionali rapaci e persino organizzazioni finto-umanitarie, soprattutto complice, e muto testimone, l’occidente.

giovedì 16 agosto 2012

La vita signori, nulla più: "Colazione con i Modena City Ramblers" di Milvia Comastri

Colazione con i Modena City Ramblers
di Milvia Comastri


Historica Edizioni, 2012



Non c'è bisogno di raccontare vicende insolite o particolari per tenere legato il lettore. Basta raccontare la vita, quella quotidiana, quella che si dipana attorno a noi e che in alcuni casi ci coinvolge. L'importante è raccontarla bene, con realismo e sensibilità, come fa Milvia Comastri nei dieci racconti di Colazione con i Modena City Ramblers.
Filo conduttore delle storie è il cambiamento, anzi i cambiamenti della vita: a volte inevitabili o imposti o voluti. E la maniera di accoglierli reagendo ad essi, facendo finta di ignorarli o accettandoli con coraggio.
C'è l'infermiere del reparto pediatrico-oncologico che vuole aiutare una madre sconfitta (Angelo dei bambini), e Francesco in attesa di due appuntamenti che cambieranno la sua vita in modo contrastante (Appuntamenti). Il ragazzo che sognava una vita totalmente diversa ma trova un appiglio per accettare la realtà (Antonio e l'odore del mare) e Davide che dalle ceneri (reali) della sua esistenza riesce a ricominciare da capo (Libri sull'acqua). E ancora, il mio preferito, uno struggente e delicato addio, I'm in the mood of love.
Così si arriva in fondo al libro e rimane un'idea: comunque vada, ci vuole coraggio per affrontare la vita, e benché tu sappia che "i sogni muoiono all'alba" puoi sempre aggrapparti al pensiero che - in fondo - l'alba per il momento è lontana.

Recensione di Carla Casazza
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mercoledì 15 agosto 2012

"Il romanzo delle Olimpiadi": Alfredo Pigna ripercorre la storia dell'evento sportivo più spettacolare


Il romanzo delle Olimpiadi
di Alfredo Pigna
Editore Mursia, 2012

pp. 356
€ 16

E anche la XXX Olimpiade è giunta al termine: tra spettacoli, celebrazioni, tributi e musica (tanta musica), si è svolta domenica sera la cerimonia di chiusura di Londra 2012. Per chi in queste settimane è rimasto incollato al televisore programmando le giornate estive sulla base delle gare da seguire, ma anche per chi in fondo dello sport non è mai stato un fan incallito, Alfredo Pigna ci regala un interessante racconto a metà strada tra romanzo e cronaca, che conduce il lettore in un viaggio nella storia dell’Olimpiade.
Con la precisione del giornalista di lunga data, osservatore privilegiato di quasi cinquant’anni di cronaca sportiva, in questo ultimo libro Pigna sceglie di raccontare la storia di un evento mondiale unico nel suo genere, partendo dalle origini antiche e ripercorrendo una dopo l’altra tutte le Olimpiadi che sono seguite in epoca moderna, fino ad arrivare a Londra 2012. Ma ciò che rende ancor più interessante questo lavoro è la scelta di raccontare soprattutto gli uomini protagonisti dell’evento, eroi e leggende, ma anche uomini comuni entrati per un attimo nella storia, che al di là dei record e dei risultati hanno saputo affascinare lo spettatore, per le imprese, i sacrifici, le debolezze, il carattere. Nomi divenuti famosi e conosciuti dal grande pubblico, ma anche altri la cui fama è durata giusto il tempo di un’Olimpiade e che oggi in gran parte vengono ricordati dai veri appassionati. Pigna sceglie di dedicare queste pagine proprio a tutti questi personaggi che con le loro imprese hanno lasciato un segno nella storia del più suggestivo evento sportivo mondiale e lo fa con uno stile particolare che cattura il lettore pagina dopo pagina, storia dopo storia: partendo dal dato storico che introduce ogni capitolo tracciando un quadro generale relativo all’Olimpiade di quell’anno, la cronaca lascia presto il posto ad un racconto romanzato, in cui parole e pensieri -verificati o anche solo immaginati- dietro le imprese servono a creare un’atmosfera intima e partecipe tra lettore e personaggio. 
Il risultato, come poc’anzi anticipato, è una lettura capace di coinvolgere non soltanto tifosi e fan più fedeli, bensì un pubblico più vasto che al di là del dato tecnico apprezza il racconto di un evento che sempre si intreccia con la politica, la storia, le evoluzioni della società e che quindi va letto in questa chiave, a tutto tondo, con l’attenzione che merita il fatto sportivo certo, ma con uno sguardo quanto più possibile aperto alle molteplici questioni che lo compongono. Perché seguire la storia delle Olimpiadi è in fondo seguire anche la storia del mondo, i suoi conflitti ed interessi, il costume che cambia. Trenta Olimpiadi moderne, che tuttavia devono la loro esistenza ad una tradizione antichissima e gloriosa nata ad Atene nel 776 a.C. ed interrotta nel 393 d.C. per volere di Sant’Ambrogio, vescovo di Milano, erroneamente giudicata come una delle numerose tradizioni pagane da estirpare in seguito all’editto di Costantino. Una nobile tradizione tuttavia che l’avvento del Cristianesimo non ha potuto cancellare dalla memoria e dalle cronache antiche, carica di fascino e attrazione verso un evento capace di porre momentaneamente tregua a tutte le guerre e riunire gli uomini per la gioia di partecipare ad una competizione sportiva in cui celebrare la forza, il coraggio, la disciplina (ma che, va ricordato, per molto tempo è stata preclusa alle donne sia come spettatrici che partecipanti).

Auguri!



Buon Ferragosto 

da tutta la Redazione

martedì 14 agosto 2012

Gabriel Del Sarto, "Sul Vuoto"

Sul Vuoto
di Gabriel Del Sarto
Transeuropa, 2011

67 pp.
9,90 €



Sul vuoto è il titolo della seconda raccolta poetica di Gabriel Del Sarto, pubblicata a otto anni di distanza dal poderoso e acclamato esordio I viali (Edizioni Atelier, 2003). La raccolta porta in apertura una citazione di Ralph Waldo Emerson, «non esiste, propriamente, la storia. / Esiste solo la biografia». Tradotto banalmente significa che prima del grande quadro vengono i singoli frames che lo compongono, che dietro i grandi eventi, le trasformazioni, le ideologie ci sono gli individui, gli sforzi personali, la lotta quotidiana. Un messaggio perfettamente in linea con la filosofia di Emerson e la filosofia americana in generale, ma anche con la poesia di Gabriel Del Sarto. Una poesia che nasconde il mondo dietro i piccoli cenni e le piccole cose, dietro gli oggetti più comuni, la routine, i gesti ordinari, dietro il nostro giornaliero resistere ed essere presenti. Ma ogni piccolo dettaglio rivela un dramma taciuto e controllato, uno sbigottimento, la sorpresa, il sogno, lo stupore. Una resistenza.
In questo senso il titolo potrebbe essere già emblematico; il sostantivo «vuoto» si porta con sé il senso dell’assenza, della mancanza, più specificatamente della morte. Ma il vuoto accanto alla preposizione «sul» lascia trapelare proprio il grande sforzo di resistere, di rimanere appesi, cercare e trovare degli appigli, con disperazione controllata. Gabriel Del Sarto accatasta la sua vita, i suoi momenti e movimenti per rimanere aggrappato, in equilibrio sul nulla, per trovare un senso, comunque e nonostante tutto. Lo sforzo è quello di affrontare il vuoto che si affaccia a ogni angolo, affrontarlo per riempirlo e addomesticarlo, senza atti eclatanti, sfiorando appena la vita. Sembra questo il tentativo ultimo compiuto dall’io lirico e dal suo «tu» affettuoso e affettivo, variegato e multimforme; guardare in faccia il vuoto e resistergli.
Il senso era qui, luminoso
E perduto, nell’attenzione improvvisa
Dei tuoi occhi mentre mi paravi
Di lui, del tuo sognare la sua morte
Mentre accadeva. Eri qui. Lo sguardo
Su te ora è sul vuoto e quella sedia
È come morte, altra morte ancora.
Siamo questa speranza
Trafitta dalla cenere dopo la luce
Di un gesto, come se avesse questa tua pazienza
Ogni storia, o differenza, che sapevi
E raccontavi: così ascoltare era come
Assaporare il tessuto che mi lega
Al dolore di un padre e di un figlio.