lunedì 18 giugno 2012

Criticalibera: Alla ricerca del tempo perduto: la vita di un romanzo. Parte prima

Alla ricerca del tempo perduto: La vita di un romanzo

- Parte prima -


L’esordio di Marcel Proust nel mondo letterario francese fu precoce e squisitamente agghindato. I Piaceri e i Giorni, uscito da Calmann-Levy nel 1896, raccoglieva racconti, poesie, satire di costume che Proust aveva pubblicato in riviste negli anni immediatamente precedenti, era accompagnato da una simpatetica e vacua prefazione di Anatole France, lo scrittore allora più famoso e riconosciuto in Francia, delle illustrazioni di Madeleine Lemaire, pittrice alla moda e grande organizzatrice di serate mondane, e, per le poesie, degli spartiti musicali del suo amico Reynaldo Hahn. Padrino e madrina di grande rinomanza e prestigio, edizione di lusso, elaborazione stilistica perfettamente consona all’ambiente tardo-decadente della prosa d’arte fanno di quest’esordio il perfetto contraltare di quello che nella biografia proustiana si suole definire il periodo del “fiore all’occhiello”. La stagione, cioè, dell’ascesa mondana, dello snobismo, dell’adulazione dei personaggi influenti, del dilettantismo prezioso. Non che in questo periodo Proust non vivesse, non pensasse o non scrivesse cose più profonde o più feconde (la stessa operina d’esordio contiene temi e spunti che saranno ampiamente sviluppati e approfonditi in seguito e in base a ben altra elaborazione stilistica e speculativa): è che in questo periodo, il periodo della giovinezza e della relativa salute fisica (Proust dall’età di 10 anni è malato d’asma e sarà sempre tormentato da forti disturbi all’apparato respiratorio), prevale nella sua vita e nella sua letteratura l’aspetto superficiale, il carattere strumentale dell’esperienza biografia e letteraria in vista di una riuscita sociale che rappresentava allora la sua più grande aspirazione. Dotato d’intelligenza, sensibilità e cultura fuori norma, le aveva messe al servizio di un fine estraneo ad esse: il successo mondano e letterario. Da questa stagione della sua vita, con coraggio, crudeltà e determinazione, ma senza abiure o contriti pentimenti, trarrà una lezione decisiva che sarà uno dei motori propulsivi della sua opera maggiore.


Tra il 1895 e il 1900, oltre che alle relazioni mondane, alle cure e ai lunghi periodi d’isolamento indotti dalla malattia, e ai contrasti, talvolta aspri, con la famiglia, che gli chiedeva, da “buon borghese”, di dedicarsi a un’attività utile e remunerativa (Proust era di famiglia ricca ma borghese, sebbene lui frequentasse e si comportasse come un aristocratico), lo scrittore è intento, quasi clandestinamente, alla redazione di un ampio romanzo autobiografico, del quale scrive centinaia di pagine, senza seguire una traccia cronologica preordinata, secondo un metodo che sarà anche della Ricerca, e senza un’idea generale entro cui inserire i singoli episodi (idea che sarà invece ben presente e ben operante durante la redazione della Ricerca). Il progetto fallisce e verrà abbandonato. Se ne avrà notizia solo nel 1952, quando, tra le carte dello scrittore rimaste alla nipote, lo scovò Bernard de Fallois, che ne pubblicò i frammenti in una versione e secondo accorpamenti tematici di dubbia e comunque arbitraria esattezza filologica, intitolandolo Jean Santeuil, nome del personaggio principale della cui biografia il romanzo narra in terza persona. Il Jean Santeuil è una tappa decisiva nella biografia e nella ricerca letteraria proustiana. Dal punto di vista letterario contiene pagine di livello non inferiore alla Ricerca, alcuni temi, alcuni episodi saranno ripresi quasi alla lettera nel romanzo maggiore, epperò ciò che spinge Proust ad abbandonare quel progetto è l’irrisolto rapporto tra biografia e letteratura. Sebbene narrata in terza persona, l’autobiografia sottostante all’opera letteraria non è sufficientemente distanziata, lo sguardo dello scrittore è ancora troppo legato al sé esterno, alle relazioni mondane, amorose e familiari che gli impedivano una trasfigurazione letteraria in grado di scorgere un senso, una Verità da attingere. Proust dovrà scoprire che non è la volontà, il tante volte ripetuto “mettersi a lavorare”, a fare lo scrittore, bensì è la Verità del proprio essere, è la scoperta della propria natura, è la convinzione che la scrittura non sia uno strumento per afferrare una realtà esterna, bensì la realizzazione consustanziale di una realtà interna, che induce ad essere scrittore. Dal punto di vista biografico, dopo un lavoro durato 5 anni e del quale lo scrittore si sente insoddisfatto, il fallimento del Jean Santeuil convince Proust di non essere in grado di scrivere ciò che sentiva la necessità di scrivere, ciò a cui veramente aspirava.

Gli anni successivi (1900-1905) sono cruciali per la formazione dello scrittore. Proust scopre John Ruskin, scrittore e critico d’arte legato alla corrente inglese pittorica e poetica dei primitivi. Trova in Ruskin le risposte a molti degli interrogativi che lo avevano percorso durante la giovinezza e nell’incipiente maturità. Il ruolo dell’Arte, la sua capacità di trascinarci fuori del nostro essere quotidiano, di farci sentire migliori, non solo destinati ad un’insensata vita di superficie. Studia a fondo le opere e la vita dello scrittore inglese che aveva eletto a suo maestro, ne fornisce la traduzione in francese di due opere, La Bibbia di Amiens e Sesamo e il Giglio, corredandole di prefazioni, note e commenti dotte e acute che gli valgono una certa rinomanza nel mondo artistico e letterario dell’epoca. Ma già la prefazione alla seconda opera tradotta, Sesamo e il Giglio, due conferenze del Maestro inglese sulla lettura e sui libri, licenziata nel 1905 segna un deciso distacco dagli insegnamenti di Ruskin. Con la consueta capacità di analisi e autoanalisi, Proust s’accorge che il “brivido d’erudizione” che l’aveva colto durante il febbrile studio sullo scrittore inglese nascondeva due pericoli micidiali per un’autentica e profonda esperienza estetica: la sterilità nozionistica e l’idolatria (nella Ricerca queste due derive dell’esperienza estetica saranno incarnate rispettivamente da Swann e da Charlus, due personaggi che in qualche modo rappresentato ciò che nella vita lo stesso Proust ha rischiato di diventare). La sterilità nozionistica fa dell’opera d’arte una serie di dati oggettivi, tecnico-filologici che ne offusca l’immediata percezione, crea una sorta di barriera fra il soggetto e l’opera, impedendo a quest’ultima di penetrare profondamente nell’animo del fruitore ed elevarlo al livello dell’artista. L’idolatria materializza l’oggetto artistico, che assorbe in questo modo nel suo aspetto esterno (libro, quadro, spartito, ecc.) il suo contenuto di Verità, come se questo fosse sempre disponibile. Viceversa, il contenuto di Verità di un’opera d’arte è una virtualità dell’opera stessa che solo il fruitore di essa può rendere reale facendolo risuonare dentro di sé, rivivendolo dall’interno e non demandandolo all’oggetto che lo trasmette. Dio (l’esperienza estetica) è dentro di noi, non nel vitello d’oro che lo rappresenta. Ancora una volta è vivendoli concretamente dall’interno, pagandone lo scotto in termini d’insoddisfazione esistenziale che Proust si avvicina a quella Verità consegnata al lettore nella Ricerca.

Nel 1903 si sposa il fratello minore, Robert, che aveva intrapreso, sulle orme del padre, una promettente carriera medica; pochi mesi dopo muore all’improvviso, Adrien, il padre, medico rinomato, uomo volitivo e ben integrato, che solo dopo accesi contrasti aveva finito con l’accettare l’indefessa volontà del figlio maggiore di dedicarsi esclusivamente alla letteratura; neanche due anni dopo, nel 1905, muore, quasi altrettanto improvvisamente, l’amatissima madre, Jeanne Weil, d’origine ebraica, donna di estrema sensibilità e intelligenza, colta e spiritosa, era altresì dotata di acuto senso pratico, e senza mai ostacolare le inclinazioni artistiche dell’ipersensibile e intelligentissimo figlio maggiore, Marcel, aveva sempre cercato di sottrarlo alle insalubri abitudini (come ad esempio dormire durante il giorno e vivere la notte) che potevano esacerbarne l’estrema suscettibilità nervosa. Sulla splendida figura di donna, di moglie e di madre di Jeanne Weil bisognerebbe soffermarsi più a lungo, ma in questa sede non si può far altro che rimandare al bel libro di Evelyn Bloch-Dano, Madame Proust, 2004 [trad. ital. 2006]. In poco tempo dunque, la fitta e consolidata rete di relazioni familiari entro la quale il giovane e poi maturo Proust si era sentito talvolta intrappolato e soffocato, si dissolve; viene così a mancare quella riserva inesauribile di solidarietà, sicurezza e tenerezza affettiva che, per quanto opprimente, gli erano indispensabili. È un momento cruciale nella biografia di Proust: relativamente solo, malato, convinto di non avere il talento e la pazienza necessaria per diventare lo scrittore che voleva essere, persuaso di aver accelerato la morte della madre con l’essere stato un “cattivo figlio” (Jeanne Weil in qualche modo aveva dovuto sopportare e accettarne anche l’omosessualità), attraversa un cunicolo buio e stretto fatto di rimpianti, scoramento e autentico, profondissimo dolore. È anche il momento in cui Proust “scopre” di essere ricco. Non che prima non lo fosse, è che fino alla morte dei genitori egli non aveva potuto disporre a piacimento del patrimonio; è il momento in cui è padrone del proprio destino; è il momento in cui sarebbe potuto diventare uno Charlus, omosessuale ricco, colto, intelligente, sensibile, frivolo, ma, alla fine, derelitto, vinto dal vizio, dove aveva seppellito tutte le sue migliori qualità. Attraversando quel cunicolo, analizzando se stesso e il mondo con ostinata determinazione, spinto da un dovere morale contratto “in una vita precedente” (in realtà, l’incondizionato dovere morale dell’artista), trovando proprio nel dolore il nocciolo più infrangibile dell’autenticità del proprio io, Marcel Proust si è strappato a quel destino.

Paolo Mantioni
.... domani la seconda parte!

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