Villa Coco
Cosa c'è di meglio, nelle nostre giornate caotiche, di un romanzo divertente, confortante e che ha il sapore di casa? Cosa ci intrattiene di più di un protagonista catapultato da un continente all'altro, dall'America all'Italia? Niente è più accattivante di questo pot-pourri di avventure e disavventure, e Andrew Sean Greer – premio Pulitzer con Less – lo sa bene. Scrive Villa Coco per far spassare un po' il lettore, e noi per questo lo ringraziamo.
Purtroppo, dietro non c'è nulla di più. La storia è molto più semplice di quanto lo scrittore americano abbia voluto, si teme. Un giovane archivista americano, fresco di laurea e in tensione con i suoi genitori che lo credono un perditempo, accetta un annuncio di lavoro in una villa in Toscana. La mansione è quella di archivista e catalogatore dei beni privati di un'anziana signora di novant'anni, Coco. La villa è, per l'appunto, Villa Coco. Accolto in Italia, al ragazzo viene affibbiato il nomignolo Giovedì, perché la signora è una buontempona con la passione per i soprannomi, che hanno il solo compito di svalutare il rapporto con il prossimo: quando Coco ti chiama per soprannome, o non si fida ancora abbastanza o semplicemente non le piaci.
Giovedì è ancora abbastanza inesperto, molto serio e prende a cuore il lavoro, che dovrà portare avanti per quattro mesi. Quindi, mentre lui vorrebbe dedicarsi all'attività per cui viene pagato, la signora lo porta sopra e sotto per le colline toscane, a fare la raccolta delle olive, a consegnare dei misteriosi pacchi, a espletare alcune mansioni che nulla hanno a che vedere con l'archivistica. A chi legge fa piacere tenere traccia di alcune divagazioni, conoscere le storie dei protagonisti che popolano Villa Coco. Tuttavia, a un certo punto, si incomincia a sentire una certa mancanza. Mancanza di una struttura narrativa, mancanza di senso a volte, mancanza di conflitto. Semplicemente, nel romanzo, non accade quasi niente. E quel poco che accade non si può definire davvero un colpo di scena.
Se, infatti, i personaggi si uniscono, litigano, si allontanano e prendono svolte inaspettate, sembrano farlo forzatamente. Come se una specie di copione lo richiedesse. Più spesso accade, però, che chi legge non avverta una vera connessione con i personaggi, perché sembrano posticci, stereotipati e, a volte, anche inverosimili. Per Coco, per esempio, si potrebbe anche accettare la caricatura della vecchietta affatto sprovveduta, che dirige una villa, gestisce dei lavoratori e le vite altrui, ma accanto a questi tratti infallibili, non ci sono fragilità, non si registra mai un cedimento. Con le dovute differenze, il medesimo meccanismo si nota anche in Giovedì: un ragazzo proveniente da un'altra parte del mondo, confuso sul proprio futuro, si ambienta in tempo zero in un paesino toscano in cui non conosce nessuno, fa e disfa come se fosse perfettamente a suo agio.
Inoltre, quando l'autore offre delle possibilità di conflitto – un litigio, una rottura amorosa, un bivio esistenziale – il problema si risolve su due piedi e si archivia senza ripercussioni su nessuno. E cosa dire del rischio sempre in agguato, ahinoi, dello stereotipo? In difesa di Greer, va detto che non inciampare nei soliti luoghi comuni è complicatissimo, e un po' lo afferma anche lui nel romanzo. Perciò, via con la cucina italiana e le sue regole, la moda italiana e i suoi dettami, le credenze vecchie di secoli. Ma a questo siamo abituati, ci si diverte anche. Avviene, però, anche al contrario. Perciò, si dice degli americani che non hanno storia, non sanno stare al mondo se non a modo proprio, e sono onesti, come afferma Coco stessa senza la minima cognizione di causa.
Anche la lingua talvolta pecca di caricature e forzature, ma, se non ci riesce con la trama, almeno con lei Greer raggiunge dei momenti di divertimento. I dialoghi sono effervescenti e stimolanti, meno le pause descrittive nelle quali, con grande precisione, l'autore prende nota di ogni oggetto che il protagonista nota.
Camilla Elleboro
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