Notte nera
di Pilar Quintana
La Nave di Teseo, settembre 2026
Traduzione di Elisa Tramontin
pp. 224
€ 20 (cartaceo)
€ 11,99 (ebook)
Anche se la voglia di vivere nella foresta le era venuta all'università grazie a Fermín, continuò a essere una donna di città. La cosa più primitiva che aveva visto erano le baraccopoli senza servizi pubblici né strade asfaltate dove aveva lavorato finita l'università e, una volta entrata in agenzia, le ville estive della famiglia di María Teresa e di altri conoscenti facoltosi. Quella della famiglia di María Teresa era una dimora signorile del diciottesimo secolo con cortili interni in pietra che era appartenuta a uno zuccherificio. Quella di Fernando Ceballos, il cliente più importante dell'agenzia, era un moderno rettangolo di vetro inchiodato su un precipizio tra le montagne e sembrava un acquario. Quando diventò socia, aveva già finito di pagare il suo appartamento e cominciò a credere che, se avesse risparmiato e si fosse organizzata, in un futuro sarebbe riuscita a comprarsi una villetta non troppo lontano da Cali. Se la figurava umile, una casa contadina con tegole di terracotta, un ballatoio tutt'intorno e fiori in vasi appesi ai cornicioni come quelli che si vedevano a bordo strada. Non era l'avventura selvaggia che Fermín le aveva fatto anelare con i suoi racconti, con lei a lottare contro le forze delLa natura in luoghi inclementi, come l'altopiano che le aveva descritto o la giungla di Panama dell'amica di sua nonna. Era il compromesso a cui era giunta, un sogno modesto e fattibile. (p. 83)
Ho chiuso Notte nera con la voglia di ricominciare da capo, per rileggere e capire meglio: uno di quei libri che restano addosso per giorni, a cui si continua a pensare anche dopo aver finito. Pilar Quintana, autrice colombiana vincitrice del prestigioso Premio Alfaguara 2021 con il romanzo Gli abissi, torna in libreria riprendendo i temi a lei cari: le pieghe della psiche femminile, la violenza della natura, le ambientazioni che conosce bene, quelle della sua terra, la selvatichezza di vite che combattono tra sogno e tragedia.
La protagonista di Notte nera è Rosa, una donna di città che realizza il suo sogno di mollare tutto e andare a vivere nella foresta selvaggia, sperduta, ostile. Lo fa insieme al compagno Gene, un irlandese che condivide con lei l'amore per la natura e l'odio per le costrizioni sociali. Rosa è mulatta, si è sempre creduta più "bianca" della maggior parte della popolazione colombiana - di sicuro più bianca della madre e della nonna - ma solo stando con Gene si rende conto che tanto diversa dagli altri non è.
I due investono nell'acquisto di un lotto di terra paradisiaco, tra la scogliera che dà sull'oceano e la foresta vergine: capiscono fin da subito che conquistare ossigeno in quel groviglio di alberi, rovi, piante e animali sconosciuti, nonché mortali, non sarà semplice: qui la natura è spietata, ancestrale, e la casa che stanno mettendo in piedi viene continuamente minacciata da eventi meteorologici, animali, dall'avanzare della foresta che, a quanto pare, non vuole cedere terreno.
Allarmata si avvicina per scoprire che la fila sale sul pezzo più largo, una tavola con il bordo naturale dell'albero che pensano di usare per le ante degli armadi. Alcune si infilano da un buco grande come una lentiggine e altre descrivono dei cerchi attorno. È la foresta che di nuovo cerca di distruggerla. Quando si impossessano di una casa, le termiti la divorano in un istante. (p. 94)
Tutte le volte che arriva lì, si meraviglia. Non riesce a credere che un simile pezzo di terra sia suo e che questa sia davvero la sua vita. Se alla Rosa depressa che lavorava in agenzia, tappava con un asciugamano lo spiraglio sotto la porta della sua camera per fumare erba, andava a far festa il fine settimana e beveva fino a stordirsi avessero raccontato l'epilogo di quell'oscuro periodo della sua vita, non ci avrebbe mai creduto. (p. 27)
La vera storia comincia quando Gene deve partire per rinnovare il visto: una cosa inevitabile, per cui Rosa si rassegna a restare per qualche giorno da sola, a tu per tu con svariate minacce. Una donna giovane, bella, da sola nella foresta: è una preda facile. A poche ore dalla partenza di Gene, Rosa comincia ad avere delle visioni, o meglio, delle fantasie paranoiche che le avvelenano la mente: immagina che Gene la tradisca, che in realtà sia partito per non tornare più, perché vivere nella foresta è dura e lui non ne può più, anche di lei.
Le angosce per l'assenza del marito non sono le uniche: vi si aggiungono, nel tempo narrativo di soli quattro giorni, dalla domenica al mercoledì, anche alcune preoccupazioni prettamente legate al luogo. L'autrice ci cala nella psiche di Rosa, e a farle da cornice è la notte: in quel posto, la notte è nera, minacciosa, piena di terrori (per parafrasare una famosa frase de Il Trono di Spade).
Alterna momenti di quiete, in cui ammira la sua terra, la bellezza della natura incontaminata, sentendosi la donna più fortunata al mondo, a momenti di angoscia, di vera e propria paranoia: si perde in fantasticherie catastrofiche in cui vede la casa portata via da una tempesta, o distrutta dalle termini; vede un serpente ferro di lancia che la morde, o una tarantola che cerca di contaminare il suo giaciglio; vede le sue amatissime galline uccise da un pipistrello-vampiro; e poi, ultima ma non ultima perché costante, ha paura degli uomini.
È bastato che suo marito si allontanasse perché diventassero degli spudorati, perfino quelli che sembravano seri. Ma tranquilla, Rosita, che veniamo noi a consolarla. A farle più male è stato che don Israel si sia girato dall'altra parte. Era per Gene che la trattavano con deferenza. Lei non la rispettano. L'hanno lasciata tutta sola?, le ha detto Rodrigo. E lei: mica tanto sola. È stato questo a stuzzicare l'ingegnere. La sua civetteria. Se potesse tornerebbe indietro nel tempo per cancellarla e fare una faccia di pietra come quando se ne erano andati. L'hanno lasciata tutta sola? E lei muta. (p. 63-4)
Sta attraversando il punto oltre il quale non arriva più il rumore del torrente quando, non sa da dove, sente nitidamente lo scrocchio di un ramoscello che si spezza. Si ferma. Non ci sono granchi che scappano né uccellini che saltellano sui rami. Non è l'ora delle civette, delle vipere, dei grilli e delle rane. Non ci sono suoni strani né ombre sospette. Gli alberi e il resto dell'intrico, sotto il chiarore del cielo, sembrano usciti da un mondo immaginario. Ricorda cosa ha pensato al ruscello: che non riesce a distinguere nel groviglio della vegetazione ciò che desidera rimanere nascosto. Ci sono degli occhi nella foresta, li sente, degli occhi che la spiano senza che lei riesca a vederli. (p. 107)
Nel frattempo aleggia una domanda: Gene tornerà mai indietro? Rosa è spossata dalla paura e dalla tensione, ma non si arrende, nonostante pensi che la foresta voglia sottometterla, incastrarla, mangiarla. Le visioni continuano, si aggravano, per raggiungere l'apice l'ultima notte, quella di luna nuova, la notte più nera di tutte (da qui, il titolo del romanzo).
Il finale regala una rivelazione e un grandissimo dubbio: Rosa è in sé oppure ha immaginato tutto? Le sue visioni, le fantasie macabre, le allucinazioni sono giustificate dalle condizioni estreme in cui vive o sono davvero presagi?
La maestria dell'autrice sta proprio in questo nodo: non lo sa. E non lo sappiamo neanche noi lettori, a meno che non vogliamo interpretare l'ultima pagina come una seconda rivelazione.
E in realtà non è neanche importante che sia vero o meno, che le minacce siano reali o meno, ciò che è importante sono le sfaccettature dell'angoscia di una donna sola nella foresta, tra piante taglienti, vipere, tarantole, zanzare e termiti. La lotta di Rosa contro mostri, dentro e fuori dalla sua testa.
Ciò che ho apprezzato è stato proprio quest'ultimo punto: tutti e tutte combattiamo dei fantasmi, delle paure, fantasticandoci sopra, aggravando le caratteristiche delle nostre paranoie, ricamando scenari catastrofici che poi non si realizzano. Ci avveleniamo senza motivo o ci proteggiamo per non cadere da troppo in alto? I terrori di Rosa potrebbero essere giustificati dal luogo ostile in cui vive, ma noialtri allora? Probabilmente non è il dove che causa a monte il problema, ma è tutto ciò che c'è nella nostra mente, e dunque il cosa.
La psiche della protagonista mi è sembrata molto affine alla mia. Spesso mi perdo anche io in immagini, possibili eventi, aggravando situazioni reali che poi tanto minacciose non sono, e ho trovato che il modo in cui l'autrice è scesa nel suo animo sia doloroso perché molto realistico.
Non posso che consigliare calorosamente la lettura di questo romanzo, non solo a chi ha già letto altri testi della stessa autrice (che recupererò anch'io), ma anche a chi vuole calarsi nelle pieghe nere della psicologia femminile che si crede sotto minaccia. Stupendo.
Deborah D'Addetta

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