Terra vergine
di George Egerton
8ttoedizioni, settembre 2026
Traduzione di Cecilia Fabaro
A cura di Debora Lambruschini
pp. 296
€ 19 (cartaceo)
€ 9,49 (e-book)
Noi donne senza figli fantastichiamo sulla maternità più delle madri vere e proprie. Per noi la poesia della maternità resta intatta: né l’orticaria, né la pertosse, né il pensiero dei cambiamenti del nostro corpo riescono a scalfirla. Io, di mestiere, sono una scrittrice… ah, lo sapeva già? No, non sono famosa; ma cerco di aggiungere meglio che posso le mie piccole tessere al grande mosaico. (p. 276)
Donne, madri: due categorie ontologiche, due sezioni che articolano la raccolta di racconti Terra vergine, di George Egerton – pseudonimo dell’autrice Mary Chavelita Dunne – e due tra le moltissime tessere del mosaico dell’identità femminile, che questi racconti mappano, esplorano, interrogano. Pubblicato da 8ttoedizioni, nella traduzione di Cecilia Fabaro e a cura di Debora Lambruschini, la raccolta Terra vergine porta in Italia un’autrice ingiustamente trascurata dal canone letterario nonostante la forza poetica e politica della sua prosa.
Questi racconti appartengono alla fine dell’Ottocento inglese, tra l’epoca vittoriana e la vigilia del Ventesimo secolo. Più nello specifico, come spiega la prefazione di Lambruschini, sono da inquadrare all’incrocio di due fenomeni letterari e sociali dirompenti: da un lato il periodo d’oro della short story inglese, pubblicata su quotidiani e gazzette, e dall’altro l’affermazione della New Woman, a cui fa da specchio la pubblicazione di narrativa che dà largo spazio alla soggettività femminile e a una riflessione intima ma profondamente critica sulla posizione della donna nella società. Presa di mira dall'opinione pubblica e dalla stampa, dopo che la sua vera identità dietro lo pseudonimo maschile fu rivelata, Mary Chavelita Dunne dovette lottare sia contro attacchi misogini sia contro critiche alla sua attenzione alla vita interiore dei suoi personaggi, che sembra anticipare di vari decenni il flusso di coscienza modernista.
Cosa leggere per primo di questo straordinario volume? La prefazione, che ci introduce alla figura di Mary Chavelita Dunne – figura tragica e ammirevole allo stesso tempo, segnata dal dolore inflittole dagli uomini della sua vita ma anche dall’avventura, dall’attivismo in circoli letterari e culturali come quello in Norvegia costituito da Hamsun, Ibsen, Bjørnson e Strindberg – o i racconti, folgoranti per l’attualità dei temi trattati e per l’audacia dell’esposizione?
Qualsiasi ordine si scelga di seguire, inevitabilmente si finirà per essere conquistati dall’autrice e dall’opera, e per ritrovare parti dell’una nell’altra.
I racconti, lo si intuisce, sono talvolta di ispirazione fortemente autobiografica: il racconto L’incantesimo dell’elfo bianco vede la protagonista vivere una complicata storia d’amore con un uomo norvegese per il quale sbarca e vive un periodo nel paese. Dalle pagine sembra di respirare l’odore della vita vicino ai fiordi, il ritmo lento delle persone che escono a comprare il caffè in fondo alla strada e salutano sventolando un fazzoletto. Sembra anche di percepire, con la vividezza di un film, o della prosa migliore, la complessità del personaggio di Hans, affascinante e ambiguo, per il quale la protagonista coltiva una passione accesa ma quasi del tutto consumata nella distanza e nel ricordo. E infatti, come in tutti i racconti di Egerton, la storia non si esaurisce nella relazione tra un uomo e una donna; incastonati nelle regole della società che agisce come dio supremo e controllore severo della morale e della correttezza di comportamento, i personaggi femminili di Egerton esprimono desideri controcorrente, sono caratterizzate da una forte voglia di emancipazione, hanno una vita interiore ricchissima di sfumature e contraddizioni, e vivono il rapporto alla propria identità con entusiasmo e al contempo apprensione per le limitazioni imposte dalla società.
Così, in questo racconto come in molti altri, il focus si sposta sull’interiorità della protagonista e delle altre donne che lo abitano, le quali esprimono opinioni decise eppure tanto oneste sul loro rapporto al femminile e al maschile:
Ha l’istinto materno nel sangue, ma detesta gli uomini. Dice sempre: «Se solo si potesse avere un bambino, signora, senza marito e senza il disonore… Ah, gli uomini, che disgusto!». Sa che questo non è un sentimento così raro fra le donne? L’ho spinta spesso a parlare dell’argomento, proprio perché l’ho riscontrato anche in altre donne. Ne ho conosciute molte – soprattutto avanti con gli anni – che darebbero qualunque cosa al mondo pur di avere un figlio “tutto loro”, se solo fosse possibile ottenerlo, come dice Belinda, “senza uomini fra i piedi e senza scandali”. (p. 277)
Le donne dei racconti di Egerton sono talvolta madri, talvolta desiderano esserlo, talvolta sono state strappate all’esperienza della maternità dalla crudeltà di un uomo: è il caso di Edith, che la protagonista di Affondare, primo racconto della sezione Madri – incontra a bordo di un piroscafo al largo di New York. Sedotta da un uomo che, proprio come un altro in Vita di una donna in tre atti, vive con lei senza sposarla, viene costretta a separarsi dal bambino che dà alla luce; più che la rovina sociale e l’alcolismo a cui l’abbandono dell’uomo la riducono, è lo strappo della maternità mancata a mandarla a fondo. Lo sguardo della protagonista – e della narratrice, e di noi lettori – guarda così perdersi una vita di donna, impossibilitata a intervenire, a salvare.
Nei racconti di Egerton c’è tristezza, ma anche molta rabbia, contro gli uomini e contro una società che zittisce le donne e le condanna alla vergogna e al rimprovero non appena deviano dai binari strettissimi della vita domestica e della bienséance; nella società dipinta da Egerton, e che ha ancora tante risonanze con la nostra, i desideri delle donne devono sempre fare i conti con strutture oppressive, e cercare compromessi per ritagliarsi uno spazio di esistenza.
Nella nostra società esiste una legge non scritta: la donna che devia dallo stretto sentiero assegnatole non può più tornare sulla via dell’onore. E anche se oggi non porta più una lettera scarlatta cucita sull’abito a distinguerla dalle altre, è comunque condannata” (p. 161)
Il dialogo con gli uomini non è tuttavia sempre impossibile: nel racconto di apertura, Lenze incrociate, la protagonista parla al marito, con il quale vive in apparente felicità e armonia, della verità dell’essere donna. L’onestà delle sue affermazioni stupisce per l’incredibile modernità, e viene accolta con affetto dal marito, ma non totale comprensione, che resta impossibile: il messaggio della prosa di Egerton sembra essere che un’armonia è possibile tra uomo e donna, ma che la complessità dell’essere donna non è comunicabile all’altro sesso, e una vera comunicazione su quest’esperienza condivisa è possibile, in fondo, solo tra donne.
«Cos’è che non ti piace?» «Tu.» «Grazie.» «Sei stato tu a chiedermelo! Non capisci dove sta la magia? È nella libertà, nella novità, in quel vago senso di pericolo, nell’ignoto che affascina ogni donna.» «Quindi sei incapace di provare affetto?» «Certo che no. Condivido (con amarezza) questa suprema debolezza con il mio sesso; ma non per scelta – ne soffro. Mio Dio! Se non fosse per questo, noi donne domineremmo il mondo! Gli uomini non sarebbero alla nostra altezza! In fondo, le leggi non ci interessano, né i sistemi; tutti i vostri codici, così meticolosamente elaborati per regolare la morale o governare le persone, non valgono nulla di fronte a un impulso, a un istinto. Queste cose le apprendiamo da voi – animali addomesticati e mansueti – ma non ci sono innate. È una disposizione saggia della Provvidenza che la nostra indomabilità sia temperata dai sentimenti. Forgiamo da sole le nostre catene in un momento di debolezza, e poi, (ancora con amarezza) tanto vale indossarle con grazia. (p. 52)
E così, indomabili e sensibili, le donne di Mary Chavelita Dunne ci arrivano con nitidezza: a ricordarci le battaglie che le donne hanno affrontato e vinto in passato, e quelle che tocca a noi abbracciare oggi. Terra vergine ci invita a scoprire una voce femminile trascurata dalla storia letteraria ma che merita di essere riscoperta, riletta e studiata. Questo libro conquisterà non solo gli amanti della short story inglese, gli appassionati di narrativa femminile, e tutti i lettori pronti a entrare nelle vite quotidiane e nei pensieri più intimi e sovversivi dei personaggi di Egerton, facendosi guidare e incantare dalla prosa delicata e pittorica di quest'autrice straordinaria.
Michela La Grotteria

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