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Quel sentiero che porta dall’altra parte del mare. Marta Lamalfa racconta con poesia e intensità il passaggio dall’infanzia all’età adulta in “Malopasso”

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Malopasso
di Marta Lamalfa
Neri Pozza, 8 settembre 2026

pp. 176
€ 18,00 (cartaceo)
€ 9,99 (eBook)

Mi sono chiesto se in mare era solo lui a cambiare o cambiavamo tutti. Se lì diventavi per forza qualcosa: predatore o preda. E io che non ero mai niente, da che lato potevo stare. ( p. 102)

Come ci si sente quando sappiamo che stiamo per lasciare il mondo spensierato dell’infanzia per uno che ci fa paura perché non lo conosciamo, eppure sappiamo che dovrà far parte di noi? C’è un momento nella vita in cui ognuno di noi sente di aver perduto per sempre qualcosa che gli apparteneva prima, sente che qualcosa è successo e non si può tornare indietro. Quanto dura quel momento in cui si rimane sulla soglia, sospesi, ad aspettare di fare altri passi verso una nuova fase della nostra vita? Questa è la condizione che in maniera efficace e magistrale Marta Lamalfa nel suo secondo romanzo, Malopasso, imbastisce attorno al suo protagonista, Meluzzo, un ragazzino di dieci anni che cresce in una piccola comunità di pescatori alla Tonnara. Di suo padre si sono perse le tracce, Teresina, la madre di Meluzzo si è rassegnata e non lo aspetta più da diverso tempo e in casa vivono col nonno U Spata, «lui usciva sempre, che fosse di bonaccia o di burrasca» (p. 9) e sua moglie, nonna Santina. Meluzzo è proprio lì, su quella soglia, è ancora bambino, ma dentro ha già quella inquietudine davanti a ciò che lo aspetta: è abbastanza grande per cominciare a porsi domande, ma ancora troppo piccolo per conoscere le risposte. Le sue stesse mani sono ancora piccole e delicate per remare e per pescare e così suo nonno si rifiuta di portarlo con sé sulla barca.

Eppure Meluzzo si sente pronto a fare un passo avanti, mentre gli adulti continuano a collocarlo dall’altra parte del confine. C’è un momento preciso che per lui segna una sorta di battesimo, un’uscita dall’infanzia: una notte, con i suoi amici, Nunziatella e suo fratello maggiore Rocco, hanno attraversato il Malopasso. Lo ha attraversato per la prima volta con le sue gambe, non più stretto tra le braccia della madre come quando, da bambino, vi passava per raggiungere la cittadina di Palmi per vendere il pesce.
Il Paese era dove stavano gli altri. Noi stavamo giù, al mare. La mamma ci andava a vendere il pesce, ma non mi raccontava mai niente. Noi bambini, invece, da soli non ci potevamo andare. Ci portavano solo per le feste comandate. Prima di tutto perché non serviva a niente, mi diceva nonna Santina. E poi perché per arrivarci c’era solo il Malopasso, che già come lo chiamavano diceva tutto quello che bisognava sapere. (p. 19)

Il Malopasso è il sentiero che collega la Tonnara a Palmi, inerpicandosi lungo la montagna. È una salita ripida e faticosa, che separa fisicamente la piccola comunità di pescatori dal paese e che, per Meluzzo, finisce per diventare qualcosa di più di una strada: il confine tra il mondo che conosce e quello verso cui sta muovendo i primi passi. Quella notte, attraversarlo con le proprie gambe significa per lui scoprire di poter arrivare dall’altra parte senza più essere portato. 

Quando si varca la soglia dell’infanzia cade dagli occhi quel caleidoscopio di colori con cui si guardavano anche gli oggetti più semplici, un filo d’erba, una conchiglia, un pesce (Meluzzo aveva provato a conservarne uno nel cassetto della sua camera insieme d altri suoi “tesori” e l’indomani la famiglia era in subbuglio per cercare la fonte dell’odore!!) e anche gli adulti perdono quell’aura di infallibilità che avevano prima ai nostri occhi bambini:

Per la prima volta non gli davo ragione. Per la prima volta ho pensato che anche U Spata sbagliava. Che anche lui non conosceva tutte le cose del cielo e della terra e del mare. E già solo quel piccolo pensiero mi ha fatto sentire mio nonno più lontano. Mi ha ricordato che lui, nella mia vita, non ci sarebbe stato per sempre. Che avrei avuto una vita senza U Spata, senza Santina. Senza neppure mia mamma, un giorno.
[…] Mio nonno mi diceva sempre che la Cana sentiva quando uno aveva paura. Quel giorno l’ho guardata, e mi è sembrata una barca soltanto. (pp. 93-94)

Dall’altra parte del Malopasso c’è Dorella, una bambina della sua età che ci parla tra le pagine, alternando la sua voce a quella di Meluzzo. Lei è “di su”, Meluzzo è “di sotto”, e le loro voci procedono a lungo come due strade parallele, appartenenti a mondi che sembrano non avere nulla in comune. Quando, nel romanzo, compare per la prima volta la voce della bambina, si ha quasi la sensazione che appartenga a una storia lontana da quella di Meluzzo e per un po’ si rimane ad ascoltarla senza sapere ancora quale posto occuperà davvero nella storia. La sua presenza sembra procedere ai margini del racconto, e proprio per questo lascia nel lettore una piccola attesa. Lamalfa lascia che le due voci procedano separate, come due sentieri che sembrano non incontrarsi, disseminando nel frattempo piccoli segni. Uno dei più belli è quella testa di bambola che il mare porta nelle mani di Meluzzo, un frammento del mondo di Dorella che arriva fino a lui prima ancora che i due possano riconoscersi.

Quel giorno il mare mi ha portato una testa di bambina. Io l’ho raccolta: era poco più grande della mia mano, e dura che sembrava una roccia. Aveva gli occhi scoloriti dei vecchi che non ci vedono più. Come se, a furia di piangere, il sale delle lacrime glieli avesse sciolti. Non aveva capelli, solo un cerchio che mi era parso il segno di una corona rimasta troppo a lungo in testa. […] Il collo era tutto rotto e ci ho guardato dentro: mi aspettavo di trovarci qualcosa, forse l’anima, di capire com’era fatta. Invece c’erano solo qualche alga e il rumore dell’acqua. (p. 17)

Avevo già letto l’esordio di Marta Lamalfa, L’isola dove volano le femmine, e ricordo di aver pensato che in quella penna ci fosse qualcosa destinato a fare strada. In Malopasso quella promessa trova una maturazione evidente. La scrittura ha conservato il suo tratto evocativo e poetico, ma si è fatta più sicura, più consapevole, e soprattutto non lascia spazio al superfluo: ogni personaggio, ogni presenza, ogni luogo sembra avere una precisa ragione d’essere all’interno della storia. È una costruzione narrativa che si rivela poco alla volta: uno scoglio, il Malopasso, una barca, i pesci, il mare, tutti elementi che potrebbero appartenere semplicemente allo sfondo di una storia ambientata in una comunità di pescatori e che invece finiscono per caricarsi di significati, diventando parte della vicenda e della crescita dei personaggi. Nunziatella, compagna di giochi e di crescita di Meluzzo, l’ammericano, Peppiceddu, che Santina vorrebbe dare in marito a Teresina perché una donna sola non può stare, e altri personaggi apparentemente marginali contribuiscono a costruire quel mondo e a raccontarlo. 

Lamalfa ha cura di ogni dettaglio, perché i paesaggi, gli oggetti, le persone che attraversano la storia per poche pagine sembrano lasciare tutti una traccia. Si ha la sensazione forte che nulla sia davvero casuale e ogni elemento, prima o poi, trovi il proprio posto nell’economia del romanzo. 
La scelta di fare di un luogo geografico, il Malopasso, una soglia verso l’età adulta è, in sé, un’idea semplice, quasi archetipica: un sentiero da attraversare, una salita da affrontare, un “dall’altra parte” che coincide con ciò che ancora non si conosce. Ciò che fa la differenza è proprio il modo in cui Marta Lamalfa sviluppa questa intuizione, infatti il valore del romanzo non sta tanto nell’aver trovato una metafora inedita della crescita, quanto nell’aver costruito intorno a quella soglia una fitta rete di rimandi, presenze e simboli. Credo sia sempre più raro trovare oggi un romanzo così breve capace di contenere una tale densità di significati.

A libro terminato da giorni, mi chiedo ancora quale sia il suo segreto e lo trovo forse proprio in questa ricchezza di significati, perché Malopasso è un romanzo che cresce con il lettore e che chiede di essere riletto. A ogni rilettura alcuni particolari possono rivelare qualcosa che alla prima lettura era rimasto in ombra, un significato che si aggiunge agli altri e modifica il modo in cui si guarda a ciò che è venuto prima. È una delle qualità che riconosciamo nei libri destinati a durare, quelli che non finiscono davvero quando arriviamo all’ultima pagina.

Marianna Inserra