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La scrittura per mettere a nudo le contraddizioni del nostro tempo: intervista a Giulia Scomazzon, vincitrice del Premio Katundo opera seconda

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"Ogni facile speranza di redenzione viene rifiutata ora con ironia, ora con volontà ribelle; così come sul piano formale viene scartato qualunque funambolismo (di plot, di stile) che finirebbe per tradire la rappresentazione dell'aridità esistenziale": con questa motivazione Giulia Scomazzon vince la seconda edizione del Premio Katundo Opera Seconda.  

8.6 gradi di separazione, edito da Nottetempo, racconta di Alice, insegnante trentenne con una dipendenza da alcol, calmanti e droghe leggere, con i quali cerca di placare il proprio senso di inadeguatezza esistenziale: bere, la ritiene una volontà autocurativa che la porta con grande ironia a definirsi una "bevitrice funzionale". È la sua voce in un monologo lucido e a tratti sadico a raccontarci i fatti, a farci entrare nel mondo della dipendenza senza stereotipi e a mostrarci la provincia veneta che costruisce la propria socialità attorno al bere. Alice ci porta dentro il suo dolore, che è in fondo il vuoto che appartiene a una generazione, a volte incapace di stare al mondo come adulta, rinchiusa in una sorta di adolescenza infinita. I suoi ragionamenti, sostenuti da una lucida intelligenza, la portano a smontare la gravità della propria dipendenza come una sorta di autoinganno, tra terapeuti, Alcolisti Anonimi e servizi sociali, in un viaggio che ci accompagna nel mondo della sofferenza giovanile. Dieci domande all'autrice, ci raccontano un romanzo tragicomico che merita di essere letto, ascoltato e accettato per l'onestà e la lucidità che si ritrovano in ogni pagina.

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8.6 gradi di separazione vince la seconda edizione del Premio Katundo Opera Seconda, un romanzo in grado di intercettare un disagio che appartiene a una generazione, i Millennial, che dalla provincia si sposta nella grande città per studiare, ma poi come un boomerang ritorna alla provincia. Quanto patiscono il fallimento del rientro i tuoi personaggi? 

8.6 gradi di separazione
di Giulia Scomazzon
Nottetempo, 2026

pp. 168
€ 16,50 (cartaceo)
€ 11,49 (ebook)

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Alice e Giacomo tornano in provincia durante la pandemia e il Covid offre a entrambi una specie di alibi storico: possono rientrare nel loro “porto sicuro” rimandando l’elaborazione della delusione per non essere riusciti a costruire una casa lontano da casa. Il fallimento riguarda soprattutto un modello di vita lineare: separarsi dalla famiglia, studiare, specializzarsi, trovare un lavoro adeguato alla propria formazione, costruire una nuova famiglia. È una traiettoria che per molti Millennial si è inceppata da qualche parte.
La provincia, nella sua ambivalenza, anestetizza in parte l’angoscia di questo fallimento. È un rifugio economico e affettivo: permette di avere una casa di proprietà, un costo della vita più basso, una socialità immediata. Allo stesso tempo, però, può trasformarsi in un circuito molto stretto e ripetitivo. I luoghi attraversati da Alice sono come i nodi di una maglia che progressivamente le si stringe attorno: casa, scuola, supermercato, bar e ancora casa diventano le tappe sempre più ravvicinate di un percorso di isolamento.

Più che il ritorno geografico o l’opposizione tra provincia e città, mi interessava lo scarto tra il modello di vita adulta che abbiamo ereditato dalla generazione precedente e la possibilità concreta, per la nostra, di realizzarlo. Il ritorno in provincia rende questo scarto visibile: Alice si ritrova nel luogo da cui era partita dopo aver seguito una strada che avrebbe dovuto portarla altrove, e scopre che neppure lì le sue radici riescono davvero a trarre alimento dal terreno.

Hai scelto il monologo come forma narrativa per questo tuo secondo libro: Alice è un narratore inattendibile, anche se i suoi ragionamenti appaiono logici e razionali. Usa la propria intelligenza per negare la gravità della propria dipendenza. Come hai mantenuto questo equilibrio?

Volevo che l’inaffidabilità di Alice non dipendesse da una sua propensione alla menzogna o all’autoinganno, che è un tratto abbastanza stereotipico dei personaggi con dipendenze, ma dalla sua tendenza quasi compulsiva a spostare continuamente il piano del discorso.
Nel romanzo dice che, quando si sente sotto accusa, le astrazioni la “ricompattano”: credo sia una buona definizione del funzionamento della sua voce.
Quando un fatto concreto diventa troppo difficile da sostenere – la quantità di alcol che beve, i vuoti di memoria, le relazioni che si rompono, la condanna penale – Alice allarga il campo e comincia a ragionare su concetti generali, sulla morale, sulla società, sulla cura.
Non dice necessariamente cose false: piuttosto, si sforza di costruire un sistema teorico abbastanza complesso da rendere secondaria la propria situazione. È però un sistema di autodifesa inefficace, perché sta sempre un po’ troppo prima o un po’ troppo dopo il suo vissuto, fatto di scelte e soprattutto di non-scelte quotidiane.

Per me Alice doveva assomigliare a una scacchista molto dotata che ha smarrito il senso del gioco: conosce bene le regole, prevede molte mosse in anticipo, ma invece di cercare lo scacco matto impiega tutta la propria intelligenza per mettere continuamente al sicuro il re, come se la partita non dovesse finire mai.

Il romanzo è attraversato da una forte ironia, da un uso a volte quasi sadico delle parole: quale reazione hai voluto provocare nel lettore?

Mi interessava anzitutto evitare che Alice fosse una protagonista esemplare, qualcuno che il lettore dovesse compatire perché soffre oppure ammirare perché sopravvive alla propria sofferenza. Tanto più perché si tratta di un personaggio femminile con una grave dipendenza e, nell’immaginario collettivo, le donne alcolizzate sono spesso compresse tra l’ideale dell’eroina tragica e il macchiettismo dell’emarginata senza voce. Volevo che Alice potesse essere ingiusta, offensiva e persino crudele, come accade ai personaggi maschili che fanno dell’abuso di sostanze una cifra del proprio anticonformismo, senza però trasformarla per questo in una protagonista orgogliosamente anticonformista.
L’ironia è l’arma principale della sua strategia difensiva, forse ancora più dell’alcol. Le permette di osservare il mondo senza aderirvi completamente, di trasformare ciò che la ferisce in qualcosa che può analizzare da una distanza almeno apparentemente sicura.
Ma questa capacità ha un costo: se ogni esperienza può diventare materiale per una battuta o per un ragionamento brillante, diventa sempre più difficile lasciarsi coinvolgere davvero e permettere alla vita di offrirci ragioni per essere vissuta.
Mi piaceva quindi che il lettore potesse ridere con Alice e, nello stesso momento, avvertire qualcosa di inquietante in quel divertimento: percepire l’ironia e l’autoironia come il sintomo di uno scollamento dalla realtà e come una forma di mascheramento delle sue fragilità. Durante la scrittura ho ascoltato migliaia di volte After Laughter (Comes Tears) di Wendy Rene e lì mi è sembrato di trovare esattamente l’atmosfera che cercavo: una risata che prevede le lacrime e, nello stesso tempo, le tiene a distanza.

Alice ci racconta il suo senso di inadeguatezza esistenziale, la sua “necessità di placare il futuro”: in che misura le difficoltà di Alice sono le difficoltà di una generazione, i Millennial?

Credo che le difficoltà di Alice stiano in parte dentro una storia generazionale riconoscibile. È cresciuta negli anni Novanta e nei primi Duemila, dentro un immaginario di benessere e mobilità sociale che prometteva una vita adulta molto più stabile e leggibile di quella che poi abbiamo incontrato. È un sogno infantile che è andato in frantumi, non come uno specchio, ma come lo schermo di una televisione – non a caso nella prima parte del romanzo Alice ne spacca uno – che ci restituisce la nostra immagine, ma oscura e sempre sovrapposta a qualcos’altro.
Quando Alice dice di avere bisogno di “placare il futuro” esprime qualcosa che va oltre la sua angoscia personale. Il futuro contiene contemporaneamente speranze e paure, ma entrambe richiedono che il futuro sia in qualche modo pensabile e che il presente possaessere organizzato in funzione di ciò che verrà. Carriera, famiglia, casa, figli: sono obiettivi che per lei non risultano abbastanza desiderabili da iniziare a costruire il presente in funzione del loro raggiungimento.
L’alcol ha anzitutto questa funzione: comprime l’orizzonte temporale. Non risolve il futuro, lo rende irrilevante per qualche ora. In questo senso Alice estremizza una forma di disallineamento rispetto al modello di vita adulta che credo appartenga alla mia generazione, anche se naturalmente la risposta che dà a quel disallineamento è patologica, individuale e non generalizzabile.

Nelle sue riflessioni Alice analizza diversi aspetti della nostra contemporaneità e lo fa senza filtri e senza sconti: scuola, servizi sociali, bar gestiti dai cinesi, Alcolisti Anonimi… Quanto il loro “malfunzionamento” pesa sul suo bisogno di sedare le emozioni? 

Farei anzitutto una specificazione sul “malfunzionamento” di queste realtà dentro il romanzo. Alcuni spazi, come il bar tabacchi e la fattoria sociale, permettono ad Alice di stare contemporaneamente sola e in mezzo agli altri. Sono luoghi in cui le dinamiche relazionali sono instabili, deboli e, soprattutto, orizzontali. La comodità che le offrono asseconda il suo desiderio di invisibilità.
Dall’altra parte ci sono gli Alcolisti Anonimi, gli psichiatri e gli psicoterapeuti e, in modo diverso ma parallelo, la scuola: Alice li percepisce come spazi gerarchici e verticali, che le assegnano un ruolo e la costringono a una forma di visibilità per lei insostenibile. Non mi interessava mostrare l’inefficacia delle istituzioni o delle relazioni di cura in generale, anzi confido molto nel loro potenziale, ma raccontare la difficoltà di Alice a entrare in un rapporto di cura senza percepirlo come una minaccia.
Mi interessava soprattutto mettere in scena l’inibizione a formulare una richiesta d’aiuto quando chiedere aiuto significa anche accettare che qualcun altro nomini ciò che ti sta accadendo. La dipendenza, da questo punto di vista, occupa una posizione particolarmente ambigua: chi ne soffre può essere considerato contemporaneamente vittima e colpevole, qualcuno di cui prendersi cura e qualcuno a cui chiedere di cambiare. Alice vive questa ambivalenza come una forma di minorità e reagisce cercando continuamente di sottrarsi alle definizioni che gli altri producono di lei.

L’alcolismo è oggi una dipendenza di cui si parla anche se molti sono ancora i pregiudizi a esso legati: c’è nella storia di Alice una sorta di denuncia dell’ipocrisia legata a questa dipendenza?

Sono arrivata a questo secondo libro dopo un memoir in cui provavo a confrontarmi con il ricordo smarrito di mia madre, morta di AIDS e con alle spalle un breve periodo di uso di eroina. Nel passaggio alla finzione, col senno di poi, mi sono resa conto che avevo ancora bisogno di usare la scrittura per mettere a nudo certe contraddizioni. Non si tratta di una denuncia in senso programmatico, quanto di un’urgenza riemersa quasi inconsciamente. Provengo da un territorio in cui bere molto è perfettamente normalizzato e in cui una parte importante della socialità passa attraverso il bere. Mi interessava esplorare il confine sfumato e graduale oltre il quale un comportamento socialmente accettato diventa un’identità morale: quando qualcuno può essere definito “alcolizzato”?
Alice combatte ossessivamente contro quella parola perché sente che, una volta pronunciata, rischia di diventare una spiegazione retroattiva di qualsiasi cosa la riguardi: il suo perenne senso di inadeguatezza, la sua pigrizia, la sua anaffettività. Il paradosso è che, nel tentativo di sottrarsi all’etichetta, finisce per dimostrare quanto la dipendenza condizioni effettivamente la sua vita.

Alice, nella sua solitudine, arriva a chiedere aiuto a ChatGPT: si tratta di un tema di cui non si parla ancora abbastanza. Potrebbe essere una nuova dipendenza?

Personalmente penso sia quasi scontato che l’intelligenza artificiale produca forme nuove e specifiche di dipendenza, come è accaduto prima con i social o i mass media. Nel romanzo, però, ChatGPT arriva quando Alice è già isolata e ha attraversato diversi tentativi falliti di chiedere aiuto agli esseri umani. In questo senso l’AI non costituisce per lei un nuovo carico di dipendenza: è piuttosto un interlocutore spaventosamente coerente con il suo progetto di isolamento e desensibilizzazione, una forma estrema della solitudine contemporanea in cui sente di essere sprofondata. L’intelligenza artificiale le offre la simulazione di un dialogo senza l’altro, senza attrito e, soprattutto, senza giudizio né rischio.

Il finale arriva improvviso, non “finisce” e lascia al lettore la possibilità di farlo autonomamente, spiazzandolo. Come mai questa scelta? 

Ho faticato molto a trovare il finale perché non volevo né guarire Alice né condannarla. Una conclusione in cui smette di bere sarebbe stata rassicurante, ma anche improvvisata e falsa rispetto al personaggio; una conclusione tragica avrebbe rischiato invece di trasformare tutto ciò che viene prima nella preparazione di una catastrofe. Ho sempre pensato ad Alice come alla protagonista di un romanzo di formazione fuori tempo anagrafico. Una delle cose che ho amato nei romanzi di formazione è proprio la possibilità di lasciare che un personaggio continui a esistere fuori dal libro, affidando al lettore l’onere di un augurio, l’immaginazione di ciò che potrà diventare. Mi interessava provare a concedere la stessa possibilità a una donna adulta. Così ho capito che non dovevo chiudere la parabola della dipendenza, ma seguire fino in fondo un movimento interno al personaggio, molto più piccolo.
Per tutto il romanzo Alice ha un rapporto ossessivo con il controllo, con la morte e con il confine tra sé e gli altri. Nei suoi incubi si perde, oppure arriva vicino all’istante che precede la morte e poi si sveglia. Nell’ultimo sogno sperimenta per la prima volta quella dissoluzione senza terrore. Immaginando di svanire con qualcuno, può pensare alla morte in una forma diversa dall’abbandono. Non significa che sia guarita e non produce una soluzione concreta. È uno spostamento minimo, ma per me sufficiente a concludere il libro senza concludere Alice.

Qual è il ruolo di Matteo, che compare nelle battute finali?

Matteo per me è stata l’apparizione un po’ miracolosa di uno sguardo curioso ed empatico che si posa su Alice, come accade negli innamoramenti adolescenziali. L’idea era quella di trasferire su Matteo la speranza che provavo verso Alice mentre la scrivevo. La differenza rispetto agli altri personaggi è che Matteo non considera Alice un progetto. Non cerca di migliorarla, diagnosticarla o convincerla a diventare diversa. Come Alice, sembra muoversi su un piano molto teorico e iperanalitico, ma dimostra anche una
pragmaticità istintiva che alla protagonista manca. Ancora ai tempi dell’editing, una cara amica a cui avevo fatto leggere la bozza mi aveva chiesto se dovesse considerare Matteo reale: le sembrava una sorta di spiritello shakespeariano prodotto dalla fantasia di Alice. Credo ci sia del vero in questa interpretazione e, quando l’ho realizzato, ho provato una certa apprensione nei confronti del personaggio.

Intervista a cura di Silvana Maria Baroni

Ringraziamo l'autrice, la casa editrice e l'organizzazione del Premio Katundo per la disponibilità.