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Un frullatore narrativo pazzesco capace di far smontare di sella perfino l'Arte: "Come un cavallo appeso al soffitto" di Nicolas Ballario

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Come un cavallo appeso al soffitto
di Nicolas Ballario
Mondadori, settembre 2026

pp. 276
€ 20 (cartaceo)
€ 11.99 (ebook)

Capivo improvvisamente perché certe persone pagano per fare esperienze di deprivazione sensoriale. Quando il mondo smette di avere direzioni precise, il cervello si calma. O si arrende. Chissà se gli artisti erano d'accordo con l'installazione di quell'opera o era solo una sorta di scherzo di un curatore megalomane e spocchioso, una battuta che prende forma. (p. 172)

Avete mai fissato un'installazione artistica con qualcosa (o qualcuno) di strambo e pensato: "Ok, qui siamo ufficialmente oltre i confini della realtà". Non è vero, sicuramente avrete pensato: "Ma che diamine è?" Specifico che ho volutamente evitato di usare ogni riferimento al membro sessuale maschile come espressione di sorpresa, perché, in fondo, sono una signora. Se l'arte contemporanea vi è sempre sembrata un club esclusivo per alieni snob che parlano una lingua misteriosa, probabilmente avete ragione, ma fermatevi un attimo. La soluzione non è studiare diecimila cataloghi per capire e recuperare, ma aprire le pagine di Come un cavallo appeso al soffitto, il romanzo d'esordio di Nicolas Ballario. Dimenticate la figura del critico brontolone e accigliato con gli occhiali tondi. In realtà gli occhiali ogni tanto li ha e sono pure tondi, ma no, non assomiglia a quello insopportabile di Ratatouille. L'autore, volto pop e irriverente della divulgazione artistica, prende il sistema dell'arte e lo infila in un frullatore narrativo pazzesco, ambientato in una Venezia irrequieta nei giorni della Biennale.

Perché in fondo, che cos'è l'arte se non il tentativo disperato di portare un asino giù da un camion, davanti a una città che da secoli combatte tra l'eterno e l'effimero? (p. 10)

Il titolo, mutuato dall'ormai celeberrima installazione Novecento di Maurizio Cattelan (su intuizione del suo editor), è un manifesto d'intenti e una metafora perfetta. L’arte contemporanea è proprio questo: una creatura bizzarra che all’inizio ti lascia lì, a testa in su, a chiederti se sia una burla o un capolavoro, per poi rivelarsi incredibilmente familiare se soltanto ci si concede il lusso di guardarla meglio.

Ma attenzione: Ballario non firma un manuale per addetti ai lavori. La prima sorpresa del romanzo è che si tratta di una cavalcata satirica, vivida e sfrontata che ricorda da vicino la libertà narrativa dei grandi autori già rodati. Ballario infatti ci catapulta in una Venezia allucinata e in questo scenario ipnotico, il tempo va a Honolulu con Merlino e la realtà cede il passo a un surreale raduno di icone: vivi e morti si ritrovano allo stesso tavolo, cosicché tra un prosecco e un’inaugurazione ci si può imbattere in Basquiat, Mark Rothko, Patti Smith, Loredana Bertè e perfino in una Miuccia Prada inventata ed eretta a protagonista di gag esilaranti.

Il protagonista, un giornalista precario ed emaciato con un misto di devozione e disperazione (più la seconda) che sgomita nel dietro le quinte del sistema, diventa la nostra guida attraverso un microcosmo grottesco. Ed è qui che lo stile di Ballario spicca: il suo linguaggio è fresco, dinamico, perfettamente tarato sui ritmi contemporanei ma impreziosito da una cura per la ricerca lessicale. Non si dilunga in descrizioni prolisse, sa bene che nell'era di Instagram, TikTok e Six Seven (vi prego di non chiedermi cosa diamine significhi), non ce n'è alcun bisogno, ma riesce a far risaltare immagini nitidissime, come la vertigine folle dell'abisso cosmico di Anish Kapoor (in cui realmente qualche sventurato turista è caduto davvero) o riesce a restituire l'oscurità violenta delle tele nere di Rothko. Ciò che rende la lettura un piacere continuo non è l'ansia di scoprire come vada a finire, ma il puro gusto di stare dentro le pagine, di godersi dialoghi affilati e aneddoti imprevedibili. Si ride e si sorride. Il romanzo oscilla con leggerezza tra due stati d'animo contrastanti: da un lato percepiamo l'amore sconfinato per l'arte in sé, intesa come invito alla lentezza, alla meditazione e al dubbio fecondo, dall'altro ne traspare un'ironia spietata verso il sistema che la circonda.

Ballario smantella con grazia e una punta di amara lucidità tutta l'ipocrisia di un borghesia elitaria che si finge superiore ma che è in realtà insicura e terrorizzata. La comunità eletta dell'arte ha un terrore folle del caos, perciò si circoscrive in un ambiente chiuso e sigillato che celebra l'outsider solo quando si presenta munito di addetto stampa e press kit. Il grande merito di questo romanzo è di liberare dall'ansia da prestazione culturale. Come spiega lo stesso autore, l'arte contemporanea non è una formula matematica da decifrare: è uno spazio per il dubbio, un invito a riscoprire la lentezza in un'epoca che ci vuole sempre iper-connessi e scrollanti. Non serve cercare a tutti i costi un significato nascosto, basta mollare la presa della pressione sociale e lasciarsi interrogare da ciò che vediamo e percepiamo.

Come un cavallo appeso al soffitto è un esordio narrativo promosso a pieni voti, capace di dimostrare che con l'arte contemporanea bisogna solo spalancare la mente, prendersi il proprio tempo (tanto) e godersi lo spettacolo. Anche quando, sopra la testa, vi ritrovate un cavallo appeso a testa in giù: basta un perché, ed il gioco è fatto.

Carlotta Lini