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Una casa custodisce un filo invisibile di alleanza e di coraggio che lega esistenze lontane nel tempo: "La tana delle lupe" di Stefania Aphel Barzini

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La tana delle lupe
di Stefania Aphel Barzini
Mondadori, 29 settembre 2026
 
pp. 324 
€ 19.50 (cartaceo)
€ 10.99 (ebook)

 
Quattro ritratti, quattro racconti, quattro protagoniste. Una sola casa. Un solo romanzo: La tana delle lupe di Stefania Aphel Barzini mette in scena quattro storie con protagoniste donne straordinarie che hanno abitato la stessa casa, a Roma, in epoche lontanissime tra loro. Sono le storie di Drusilla che ci porta nel II secolo d.C., di Ciancia che ci fa rivivere la peste del 1348, di Anna con cui vivere i moti rivoluzionari del 1848 e infine di Anna, con la quale riviviamo le leggi razziali. 
È la casa stessa a prendere parola e a introdurre ciascuna storia, vero e proprio personaggio e non mero sfondo silenzioso, che seleziona queste quattro donne tra tutte le persone che, nel corso dei secoli, hanno vissuto tra le sue mura:
Io le esistenze di chi é passato di qui, di chi mi ha abitata per periodi più o meno lunghi, le ricordo tutte. Alcune hanno lasciato su di me tracce sottilissime, solo flebili segni, altre sono state vite vuote che mi strappavano un sorriso. Ma più di ogni altra cosa amavo le vite piene, anche difficili, ricche di curve, di fermate, di ostacoli, di salite e di discese, di sbarramenti improvvisi. Esistenze che valeva la pena vivere. Soffrivo e gioivo con loro, guardavo le loro storie svolgersi quasi fossero film, che ti lasciano con il fiato sospeso. (p. 8) 

Possiamo dire che la quinta donna è davvero rappresentata dalla casa, attenta e sagace custode di vite eccezionali che a loro volta hanno saputo amare e ascoltare la casa. È in questo modo che vengono scelte le vite che vale la pena raccontare affinché possano rimanere nella memoria e nel cuore dei lettori: le vite piene. C'é un filo rosso che lega queste quattro figure che attraversano la Storia ed è rappresentato dal loro coraggio di credere in sé stesse, in un mondo giusto dove potersi realizzare e autodeterminare, dalla forza di andare contro i limiti imposti dalla società e di prevedere un futuro in cui, uomini e donne potessero essere liberi. Donne diversissime per estrazione sociale, formazione e carattere accomunate dalla determinazione di poter essere parte attiva della Storia. Nessuna di loro è davvero sola, ma ognuna riceve qualcosa da chi l'ha preceduta e lascia a sua volta qualcosa a chi verrà dopo.

E così Drusilla, giovane patrizia romana, rifiuta il matrimonio come unica possibilità di salvezza e diviene gladiatrice: indossa armatura e coraggio e con determinazione vive la propria vita fino a riprendersi la propria casa:

Voglio riprendermi la mia casa, e per farlo ho bisogno di soldi, tanti soldi. E poi non voglio un uomo che mi protegga e mi difenda. Nell'arena sarò io a difendermi e a prendermi cura di me stessa. (p. 47)

Nella casa, dopo secoli arriva Ciancia e il passaggio di testimone tra esistenze avviene con il ritrovamento di una antica spada, appartenuta appunto a Drusilla. «Ciancia era una donna che amava il cielo. Era arrivata troppo presto. Era arrivata quando le donne il cielo non potevano guardarlo» (p. 76). Ama la matematica, la fisica e l'astronomia, in lei vive un potente desiderio di conoscenza che la porta a mettere in discussione la Bibbia. Stregoneria: le viene strappata la lingua, ma Ciancia non rinuncia a studiare e a istruire altre donne. 

Quando è Anna ad arrivare nella casa, trova un piccolo astrolabio: fugge da un padre insensibile al suo amore per la scultura e da una madre troppo debole per sostenere la sua voglia di indipendenza. È una scultrice che trova l'amore di un uomo sensibile con il quale imbraccia le armi per difendere la Repubblica dai Francesi e la propria idea di libertà contro un mondo che le ricorda che

Le donne non scolpiscono un bel niente, al massimo ricamano, cuciono, rammendano, fanno il pane! Ma che te sei messa in testa? De diventà 'n'artista? Scordatelo! (p. 149) 

L'ultima vita che ha abitato la casa che sente come un grande abbraccio attorno a sé, é quella di Miriam, ragazza ebrea che sembra riconoscere tra le crepe dei muri, nei battiscopa, voci misteriose che parlano di libertà e di coraggio. È in una crepa del pavimento del salotto che trova il suo 'passaggio di consegne', un piccolo guscio di noce finemente scolpito. 

A volte quando passo in corridoio, credo di avvertire che una donna abbia spostato una sedia. O che un'altra seduta vicino alla finestra si sia alzata in fretta per non farsi scoprire. Non vedo nessuno ovviamente, ma sento una specie di traccia, un profumo, qualcosa che non riconosco ma mi è familiare. (p. 216)

La tana delle lupe di Barzini ci consegna quattro affreschi storici e quattro ritratti di donne accomunate dallo stesso desiderio di autodeterminazione e ci ricorda che ci sono fili invisibili che ci legano a chi è passato prima di noi e a chi ancora dovrà arrivare: saper cogliere questo intreccio misterioso, invisibile agli occhi ma non al cuore, ci rende persone con una "vita piena". Interessante la scelta di rendere concreto il passaggio di consegne tra generazioni attraverso oggetti che divengono detonatori di significato: la spada di Drusilla a rappresentare la forza delle donne, l'astrolabio di Ciancia, il loro coraggio di guardare in alto, la noce di Anna, la possibilità di seguire il proprio naturale e il diario di Miriam, che le parole aiutano a dare ordine e forma al mondo. 

Avere una casa, ovvero un luogo comune dal quale partire e al quale poter sempre ritornare, ci dà forza e ci fa sentire potente quel senso di comunione che ci permette di spiccare il volo con ali forti. Una casa che metaforicamente rappresenta i nostri valori condivisi, il nostro riconoscerci umani. 

Una casa che è la nostra umanità, il nostro saper essere umani.

Sapere di appartenere è il messaggio che la casa, autentica protagonista del romanzo, ci consegna:

Le persone e le cose passano, le case invece non passano mai. E sono certa che la mia mi osservi, non per giudicare ma per ricordarmi che non sono la prima, che forse non sarò neanche l'ultima, che ci sono fili invisibili che legano chi passa di qui. (p. 217) 

 Silvana Maria Baroni