Io sono un gatto
di Natsume Sōseki
Neri Pozza, settembre 2026
Traduzione di Gala Maria Follaco
pp. 576
€ 17 (cartaceo)
€ 8,99 (ebook)
Io sono un gatto. Non ho ancora un nome. Non conosco il mio luogo di nascita. Ricordo soltanto che miagolavo in un posto umido e buio. Fu lì che vidi per la prima volta un essere umano. Seppi in seguito che era uno studente, la più crudele delle razze umane. Pare che a volte questi studenti catturino noi gatti per cuocerci e poi mangiarci. Ma allora non ero in grado di pensare, quindi nemmeno di provare paura. Ricordo solo che credetti di volare quando mi sollevò tenendomi sul palmo della mano. Da lassù, una volta fermo, ebbi modo di osservare per la prima volta un volto umano. Ricordo ancora quanto lo trovai bizzarro. Innanzitutto, il viso non era coperto di peli, ma liscio come un bollitore. Neanche tra i gatti che incontrai in seguito, e non sono pochi, ne vidi mai uno che fosse sgraziato quanto quello studente. Per giunta, nella parte centrale c’era una grossa sporgenza con due fori che soffiavano fuori del fumo. Un fumo irritante, che mi fece tossire. Solo recentemente ho capito che si trattava di quella cosa chiamata “tabacco” che gli esseri umani amano tanto. (p. 5)
Attraverso la sua narrazione ci rendiamo conto che tutti i personaggi che incontra e che ascolta parlare - e nel romanzo ci sono dialoghi infiniti e lunghissimi, di fatto è un romanzo quasi tutto di dialoghi e rare descrizioni - sono ridicoli: l'insegnante inetto che cerca di eccellere in qualcosa ma è un buono a nulla, irritabile e pavido, pigro e anche un po' sciatto; Meitei, quello che sembra l'amico più colto e ricco, in realtà è un bugiardo che si diverte a prendere in giro la gente inventando frottole; il signor Kangetsu non si capisce bene se sia una vittima o l'ennesimo giovane senz'arte né parte; la famiglia Kaneda, ricca ma giudicante, con la loro grande villa che sbatte in faccia ai vicini la ricchezza degli uni contro la miseria degli altri.
Insomma, il gatto osserva e si prende la libertà di dire la propria, alternando passaggi divertenti in cui bolla gli umani come sciocchi e insensati, a idee strampalate, più strampalate di quelle del suo padrone, che pure in merito non scherza.
Il contesto storico, come dicevo, è importante: non siamo ancora giunti nel pieno della trasformazione e dell'occidentalizzazione del Giappone, ma la metamorfosi è in corso e Sōseki, che non smetterà mai di indagare il tema, comincia a operare la sua critica alla società: attraverso le opinioni di un animale, l'autore si chiede cosa abbiano i giapponesi da essere tanto fieri.
Abbandonare le tradizioni? Vincere la guerra contro la Russia? Adottare usi e costumi stranieri? Ecco, l'autore è uno di quelli scettici nei confronti dell'apertura del Paese, nonostante sia stato uno dei pochi ad aver studiato in Europa. Anzi, forse proprio questo è il motivo determinante.
La domanda con cui fa i conti è: come fa il mio popolo a modernizzarsi senza però smettere di essere giapponese? La risposta ci sarà fornita nei romanzi successivi, ma già qui, con questo testo, il gatto e la sua irriverenza ne danno indizi. E come? La finezza dell'autore sta esattamente nel tratteggio del narratore: tanto ridicolo e tanto inaffidabile quanto gli umani che critica.
E Meitei, con un’aria da finto tonto, aggiunse: «Una moglie che ha un marito premuroso come te è davvero fortunata».
Dietro la porta scorrevole, si sentì la donna simulare un colpo di tosse.
Io, invece, ascoltavo in silenzio la conversazione. Non mi fece né ridere né commuovere.
Pensai che gli esseri umani sono creature capaci di muovere inutilmente la bocca, al solo scopo di passare il tempo, e ridono di cose che non fanno ridere, si entusiasmano per circostanze che non hanno niente di speciale. Sapevo già che il mio padrone era egoista e ristretto di vedute, ma normalmente parlava poco, lasciando parte di sé all’immaginazione. C’era, in quella riservatezza, persino qualcosa in grado di incutere un certo timore. Dopo quel racconto, però, cominciai a disprezzarlo.
Perché non riusciva a starsene zitto ad ascoltare gli altri? A cosa serviva mettersi a parlare a sproposito solo per non sembrare da meno? Epitteto ha mai prescritto un simile comportamento? Non credo proprio. (p. 89)
Il romanzo non segue una narrazione lineare, ma è piuttosto un insieme di episodi e dialoghi legati tra loro. Una satira che, a differenza dei romanzi successivi, non smonta la psicologia dei personaggi dall'interno, ma dall'esterno, attraverso un osservatore felino che ha dalla sua due vantaggi: è estraneo ai desideri, alle ansie, alle ridicolezze, all'ego degli umani e, al tempo stesso, ci fornisce un punto di vista che, proprio perché esterno e animale, è ancora più ridicolo.
Il gatto ci sta simpatico, certo, ma quando assume gli stessi comportamenti e gli stessi vizi di chi sta giudicando, è chiaro che diventa ridicolo il doppio, e con lui anche i personaggi che osserva. E c'è un terzo livello di lettura, a mio avviso: il professor Kushami ricorda l'autore, dunque è possibile che Sōseki prenda in giro anche se stesso dicendoci che nemmeno lui è immune alla "colpa" di aver ceduto la propria autenticità in favore del progresso.
Mi pare che il tema qui sia la modernità come commedia dell'assurdo: osservare gli umani da un punto di vista esterno ne svela ogni piccolezza, e ridimensiona anche ciò che danno per scontato, desiderabile, di valore - il denaro, il prestigio, la carriera, il successo - la recita continua a cui si sottopongono per apparire colti, belli, intelligenti.
Ecco, la recita è senz'altro uno degli elementi fondanti del testo: i personaggi lo fanno in continuazione, non dicono mai ciò che pensano, si sforzano di apparire migliori di quelli che sono, col risultato di rendersi comici, ma in modo triste.
Nei romanzi successivi, Sōseki abbandonerà questo approccio dall'alto, un po' distaccato, quasi da osservatore di un'altra specie, e scenderà più in profondità nei tormenti degli uomini, esplorando a piene mani le conseguenze proprie di quel cambiamento sociale dovuto alla restaurazione Meiji.
Deborah D'Addetta

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