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La «capacità stregonesca" di Stevenson: "Il Master di Ballantrae"

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Il master di Ballantrae. Un racconto d'inverno
di R.L. Stevenson
Adelphi, 2026

a cura di Masolino D'Amico

pp. 314
€ 22,00 (cartaceo)
€ 10,99 (ebook)


Tocca ancora una volta dare ragione a Giorgio Manganelli, che definiva le capacità narrative di Stevenson una «capacità stregonesca di muovere immagini improbabili lungo tracciati insieme labirinti e fulminei». Il master di Ballantrae, sebbene meno noto dei due capolavori L'isola del tesoro e Lo strano caso del dottor Jekyll e Mr. Hyde, non ha nulla da invidiare a questi due classici. Anzi, rispetto alle loro storie che sono da sempre note, ancor prima di essere lette, questo romanzo ha la capacità di sorprendere il lettore con colpi di scena. Stevenson, infatti, apparteneva alla generazione in cui usare colpi di scena e mirabolanti scene d'avventura non era considerato un discredito, e la fluida genuinità con cui conduce il lettore tre bastimenti e mari, terre selvagge, desta ancor più meraviglia per la complessità dell'intreccio e per la vera "avventura" che lo scrittore ci invita a percorrere: la conoscenza abissale del Male e della doppiezza della natura umana.

Henry James, in una lettera a Robert Louis Stevenson del 1890 non esitò a definire Il Master di Ballantrae  «un cristallo duro e puro [...] l'opera di un'arte suprema e ineffabile». L'ineffabilità è anche dovuta all'inaffidabilità del narratore, o meglio: dei narratori. Stevenson crea un gioco di scatole cinesi, in cui oltre la cornice del manoscritto ritrovato, usa anche l'inserimento di altre fonti – accanto a quella di  Ephraim Mackellar, fido servitore e redattore del manoscritto – quali le memorie del cavaliere Burke e sporadici (ma non per questo meno "stranianti") interventi di un curatore fittizio dello scritto. Siamo sempre sul chi va là, incerti se prestare fede a Mackellar, che peraltro ci commuove con la sua fedeltà e l'amore verso il suo signore. 
Da molto tempo il mondo vuole conoscere la piena verità su questi strani fatti, e la curiosità del pubblico la accoglierà volentieri. Il caso ha voluto che io fossi intimamente legato agli ultimi anni e alla storia della casata; e nessuno al mondo è in grado più di me di chiarire queste faccende, né così desideroso di narrarle con fedeltà. (p.19)

Comincia così il manoscritto di Mackellar, che ci confida che i suoi ultimi anni trascorreranno più lievi se riuscirà a ripagare il debito che la Verità esige. Comprendiamo che c'è una storia che porta travaglio e inquietudine e pian piano facciamo la conoscenza, come Mackellar che ripercorre i giorni in cui arrivò nella tenuta Durrisdeer.

La storia si svolge durante la rivolta giacobita del 1745, in cui la famiglia Durie, per non perdere i benefici sia nel caso di una vittoria dei lealisti fedeli al re inglese Giorgio II che degli indipendentisti scozzesi, decide di schierare i due figli uno per una causa: il minore, Henry per la corona inglese e il maggiore, il Master, James per i rivoltosi.

Fra l'altro, James era fra i due il più movimentato e avventuroso, il suo fascino aveva da sempre adombrato la calma bontà di Henry, e continuerà a farlo anche da assente. Per completare questa contrapposizione tra fratelli abbiamo un padre che non fa mistero di preferire e stimare maggiormente James e una ragazza che, promessa sposa a James (e di lui innamorata), dopo la sua morte - o presunta morte - sposerà Henry.

Veramente anche un cieco avrebbe presto scoperto che su quella casa c'era un'ombra, l'ombra del Master di Ballantrae. Vivo o morto (e allora lo si credeva morto), quell'uomo era il rivale di suo fratello: suo rivale nel mondo, dove mai c'era una buona parola per Mr. Henry, e nient'altro che rimpianti e lodi per il Master; e suo rivale in casa, non solo per suo padre e per sua moglie, ma per gli stessi servi. (pp. 34-35)

Anche nella servitù, Stevenson ripropone la logica del doppio, con John Paul, capo della fazione del Master, che è l'alter ego di Mackellar. 

Il ritorno di James segnerà la deflagrazione di tutte le tensione che sapientemente Stevenson aveva  disseminato lungo le pagine, con una capacità di tenere a bada e solleticare al tempo stesso l'ansia del lettore. Abbiamo un crescendo fino alla fatale notte del 27 febbraio del 1757, su cui non ci è lecito anticipare nulla, per non rovinare l'architettura della faticosa tela di ragno tessuta dallo scrittore.

Nonostante non manchino le avventure e i cambi repentini di ambientazione, è l'attenzione verso le metamorfosi interiori ciò che seduce maggiormente. Il conflitto tra due fratelli che sono uno l'opposto dell'altro (cinico e spregiudicato il primo, onesto e leale il secondo) non conduce ad una dicotomia manichea. Non abbiamo il Male Assoluto, come in Hyde, ma pian piano, vedremo contaminarsi i caratteri dei due fratelli, come nella complementarità dello  Yin e Yang. Se all'inizio, Stevenson mostra il carattere fascinoso del Male (nella figura di James) e il volto ben più opaco del Bene (Henry) lo svolgimento della storia farà capire che - come per Dottor Jeckyll e Mr Hyde - i due opposti si coappartengono. 

L'ineludibilità di questa scissione fra le due forze era stata espressa da Stevenson nel rapporto fra Smollet e John Silver ne L'isola del tesoro. Il primo incarnava la disciplina e il potere legittimo, il secondo la forza sovversiva, in grado di generare la crisi del potere costituito. «Dove comincerebbe una storia – si chiede – se non ci fossero i cattivi?» fa dire Stevenson a quest'ultimo in un Apologo intitolato I personaggi del racconto. Stevenson sa che è la violazione della norma a mettere in moto la storia e Il Master di Ballantrae presenta in modo efficace e perturbante il ruolo del Doppelgänger. Il "cattivo" appare e scompare varie volte, viene dichiarato morto e poi "resuscita", segno dell'invincibile delle tenebre. Non è forse un caso che lo vedremo nelle terre selvagge, cioè lontane da qualsiasi legge, fuori dal logos occidentale. 

Il dilemma etico è probabilmente è probabilmente irrisolvibile (come si trasforma il Bene, quando reagisce al male) e Stevenson sceglie forse per questo un narratore non perfettamente affidabile, da sempre schierato, della cui oggettività il lettore dubita più volte. Perfino nella narrazione della scena più importante, il duello tra i fratelli, il narratore annaspa fra "sembra", "pare", "il mio occhio è inesperto per rendere i particolari". 
È strano che io sia in difficoltà con una data - la data, fra l'altro, di un episodio che cambiò la natura stessa della mia vita e ci mandò tutti e tre in terre straniere. Ma la verità è che fui costretto ad abbandonare ogni mia abitudine, e trovo i miei diari molto mal redatti, con il giorno non indicato a volte per una settimana o due, e tutto l'aspetto della cosa è simile a quello di un uomo vicino alla disperazione. (p. 178)

E così il narratore si è definitivamente fatto contagiare dalla propria storia, anche lui annebbiato dal "Nemico".

Stevenson è un maestro nel dissimulare la profondità dei suoi contenuti e la stratificazioni delle sue strutture narrative. Tutto appare semplice, rocambolesco, ottimo per intrattenere ogni lettore. Sì, è davvero una «capacità stregonesca», la sua.  

Deborah Donato