Claudia consiglia
Kolchoz di Emmanuel Carrère (Adelphi)
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Perché: è un libro pieno di vita, una storia di famiglia che attraversa generazioni e tempi, in un continuo dialogo con chi ci ha preceduti. Carrère parla dei bisnonni, dei nonni, dei genitori, dell’amato zio Nicolas, delle sorelle, delle persone incontrate per caso o per scelta. Parla della Rivoluzione d’Ottobre e della dissoluzione dell’impero russo, dell’esilio, della povertà, delle fughe, delle valigie piene di fotografie e documenti ritrovati nei cassetti degli studi di famiglia. Carrère si conferma sì lo scrittore dell’io, ma di un io che contiene sempre il mondo.
A chi: a chi ha già letto Carrère e a chi lo incontra per la prima volta. L'autore sembra aver racchiuso qui tanti dei suoi libri passati: il perturbante e l’inganno de I baffi, lo smarrimento infantile de La settimana bianca, l’indagine storico-politica e un pizzico della trasgressione di Limonov. C’è, soprattutto, Un romanzo russo, il libro che ha aperto fratture profonde nella famiglia e con la madre. Da qualsiasi punto decidiate di iniziare, buon viaggio.
Deborah D'Addetta consiglia
La valigia perduta di Hemingway di Angelo Petrella (Neri Pozza)
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Perché: Angelo Petrella, scrittore, sceneggiatore e traduttore – ha partecipato alla scrittura dei soggetti e delle sceneggiature per Mare Fuori, Il Commissario Ricciardi e I bastardi di Pizzofalcone, per citarne alcune – già autore edito, torna in libreria con questo romanzo storico noir che prende a piene mani dai Ruggenti Anni Venti, epoca in cui a Parigi (dov'è ambientato il romanzo) si riunirono molti dei grandi talenti in campo artistico che oggi chiamiamo geni: Picasso, Chanel, Hemingway, i coniugi Fitzgerald, Modigliani, Mirò e tantissimi, tantissimi altri.
Un romanzo avvincente, frenetico, appassionante, che tira fino all'ultima pagina per sapere come la storia va a finire, un noir confortevole, leggero, ma rocambolesco, perfetto per le pause pranzo.
A chi: piacerà molto a chi di solito porta in borsa libri gialli, noir e thriller, o chi ha amato il film Midnight in Paris.
Federica consiglia
L’amore o l’arte della manutenzione della bicicletta di Andrea Genzone (Bompiani)
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Perché: è un romanzo d’esordio originale e ben riuscito, caratterizzato da una scrittura dinamica e scorrevole che riesce ad affrontare, con una certa ironia e leggerezza, tematiche significative come disabilità, esclusione, difficoltà relazionali.
Al centro della narrazione, il tema del viaggio, affrontato non soltanto come metafora della vita, ma anche come strumento di scoperta e riscoperta di sé.
Attraverso la storia dei fratelli Fuggi, Filippo e Vittorio, l’autore ci regala pagine ricche di emozioni, umori, incontri, colori e panorami, che si concludono con una consapevolezza importante: bisogna partire dal viaggio più complicato, quello dentro noi stessi, per arrivare a comprendere la meraviglia dell’incontro con l’altro e costruire l’itinerario della propria esistenza.
A chi: per gli amanti dei romanzi di formazione e delle storie a lieto fine e per tutti coloro che considerano la vita una meravigliosa avventura.
Giada consiglia
La ricreazione è finita di Dario Ferrari (Sellerio)
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Perché: perché ne La ricreazione è finita, Dario Ferrari riesce a raccontare i malesseri di un'intera generazione, tenendo conto del passato che, come sempre accade, chiede il conto al presente. Marcello è un giovane trentenne che, dopo la laurea, vive nell'incertezza tipica di chi stenta ad affacciarsi all'età adulta e si ritrova a dover scegliere contemporaneamente la propria strada lavorativa e personale: ma quale via prendere? È proprio dall'inaspettata ammissione a un dottorato universitario che Marcello inizia a prendere consapevolezza del suo presente e del suo passato. Assegnato alla ricerca sull'archivio del giovanissimo autore (e rivoluzionario) Tito Sella, vissuto durante gli Anni di Piombo, Marcello finisce per scavare a fondo nei misteri della sua vita e delle sue opere perdute. La ricreazione è finita diventa così il romanzo di formazione e il brillante affresco di due giovinezze incompiute che, per un gioco del destino, si trovano a dialogare a distanza di anni.
A chi: a chi ama i romanzi incalzanti, a chi vuole leggere una storia ironica e al tempo stesso umana, e a chi semplicemente ama le storie che raccontano i nostri tempi (e non solo).
Giulia consiglia
Il diamante del Rajà e altri racconti di Robert L. Stevenson (Alter ego)
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Perché: la raccolta di tre racconti che oscillano tra la fascinazione dell'Oriente e i tocchi gotici permette di fare la conoscenza di Stevenson prima che scrivesse Dr. Jekyll e Mr. Hyde. Si passa dal misterioso diamante in grado di tentare il cuore di ogni uomo e condurlo alla rovina, alla macabra scelta di un cavaliere tra matrimonio e forca, fino alle avventure del poeta François Villon. Tre racconti che riportano subito nello squisito gusto inglese di fine Ottocento.
A chi: a chi vuole ammantare di avventura anche un semplice tragitto casa-lavoro o vuole godersi mezz'ora di immersione nell'Oriente misterioso. A chi ha una borsa piccola: il volume è fatto apposta per viaggiare.
Gloria consiglia
Le perfezioni di Vincenzo Latronico (Bompiani)
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Perché: in attesa di leggere il nuovo romanzo di Vincenzo Latronico (in libreria da oggi), è stato bello per me ritrovare un romanzo che è stato molto chiacchierato, all'uscita nel 2022: rileggerlo mi ha mostrato quanto sia ancora estremamente attuale nel raccontare i pensieri, le aspettative e i sogni (spesso ridimensionati dalla realtà) di una coppia di grafici che parte dall'Italia alla volta di Berlino, sperando di poter trovare una propria dimensione. Una coppia molto compatta, va detto, che vive di piccole perfezioni, come i dettagli della loro casa che immortalano nelle foto degli annunci per affittarla di tanto in tanto. Diversa però è la loro vita quotidiana, quella che solo loro vedono...
A chi: a chi ama andare oltre la superficie riflettente e lucente dell'apparenza, ma anche a chi è stato un expat o ha pensato di diventarlo.
Leonardo consiglia
Furgonauta di Andrea Pauletto (66thand2nd)
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Perché: l'autore racconta che questo libro ha preso forma su un taccuino che ha portato con sé su e giù per l'Italia, durante i turni di lavoro alla guida del suo camion, macinando chilometri e annotando quello che sarebbe diventato Furgonauta, vincitore del Premio Calvino 2025. È un esordio maturo, crudo e sofferto, costruito attraverso scelte stilistiche coraggiose, a partire dalla seconda persona che guida l'intero testo. Pauletto racconta la deriva fisica e psicologica di un uomo costretto a lavorare sempre di più per sostenere le spese della casa e della famiglia, con una moglie e un figlio appena nato. Il lavoro, però, finisce per occupare ogni spazio della sua vita, consumando il corpo, alterando la percezione della realtà e allontanandolo progressivamente dagli amici, dai colleghi e dai suoi affetti. È un romanzo che fa sentire sulla pelle la stanchezza di chi continua a correre anche quando avrebbe bisogno di fermarsi.
A chi: a chi cerca un libro che affronti in maniera diretta e mai scontata le condizioni di lavoro, il deterioramento dell'equilibrio psicologico e il rapporto sempre più difficile tra il tempo che siamo costretti a dedicare al lavoro e quello che rimane per noi e per le persone che amiamo. Ma anche a chi vuole scoprire un esordio dalla voce personale e da una forma narrativa tutt'altro che convenzionale.
Marianna consiglia
Il dono del mito di Cristina Dell’Acqua (Mondadori)
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Perché: perché Cristina Dell’Acqua restituisce ai miti la loro dimensione più umana, non proponendoli come racconti da conoscere, ma come serbatoi di esperienza, archetipi universali capaci ancora oggi di dare un nome a paure, desideri, perdite, conflitti e fragilità. E anche perché alla fine di ogni capitolo c’è una parola-cura, un piccolo dono che dal mondo antico arriva fino a noi.
A chi: a chi pensa che il mito sia qualcosa di lontano, riservato a chi ha studiato il mondo classico, ma anche a chi attraversa un passaggio particolare della propria vita e cerca nelle storie degli altri una forma di comprensione di sé e, forse, una cura. È un libro adatto a lettori curiosi, ma anche a chi ama la letteratura, il cinema, l’arte e la psicologia e vuole scoprire come il mito continui a riaffiorare nelle forme della cultura contemporanea.
Sabrina consiglia
Gaia sui mezzi di Gaia Grassi (Prospero Editore)
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Perché: perché, a volte, ascoltare e osservare i vicini di viaggio può regalare momenti di divertimento, curiosità, stupore. Come si evince dal libro di Gaia Grassi che racconta decine di microstorie, tratte da incontri casuali sulla metropolitana milanese. Frammenti di vite origliate, di cui non si saprà più nulla alla fermata. Ma intanto quella conversazione al telefono, quei baci appassionati, quegli abbracci fra nonni e nipoti, quelle piccole litigate tra sconosciuti entrano nella nostra vita, anche solo per qualche minuto. E dipingono (nell'arco di 15 anni) un'umanità che cambia nella città che sempre corre, la Milano dei mezzi.
A chi: a tutti i pendolari per i quali la ripresa del lavoro a settembre coincide con treni, autobus, metropolitane. Eccomi presente, tratta Cremona-Milano e ritorno.
Samantha consiglia
Drive di James Sallis (Nottetempo)
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Perché: è un romanzo sulla fuga. Un uomo che conosce ogni modo possibile per lasciare velocemente un luogo, ma non ha mai imparato davvero come si fa a restare. E visto che quando torniamo alla nostra quotidianità vorremmo spesso scappare di nuovo, leggere un libro come questo ci porta a comprendere che non tutte le quotidianità sono perfette. Anche se vivi a Hollywood, anche se fai il lavoro per cui sei nato, anche se cerchi di essere una brava persona, la vita ha in serbo per te cose più spiacevoli di un rientro dalle vacanze.
A chi: a chi cerca emozioni forti, una prosa che non fa sconti, una scrittura che non procede in maniera lineare, perché segue le curve della strada. A chi sa che dietro ogni luogo che riteniamo iconico si cela un sobborgo e un risvolto della medaglia. A chi cerca di tenersi lontano dai guai ma spesso non ce la fa.
Valentina consiglia
Il mio vero nome è Elisabeth di Adèle Yon (Neri Pozza)
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Perché: Il mio vero nome è Elisabeth di Adèle Yon si apre con un gesto estremo – il suicidio pianificato di un uomo apparentemente sano – e inizia a tirare il filo genealogico che risale fino alla bisnonna mai conosciuta, Betsy, dichiarata schizofrenica e lobotomizzata in Francia negli anni '50. Il libro nasce da una tesi di dottorato e la ricerca è meticolosa, fatta di lettere, di archivi ospedalieri e di interviste ai discendenti riluttanti. Quella ossessione accademica diventa qui materia viva, quasi febbrile, perché Yon non sta solo ricostruendo una vita, sta combattendo la propria paura di ereditare la stessa follia. Il romanzo è così capace di tenere insieme registri che convivono raramente nella letteratura: l'inchiesta storica sulla violenza istituzionale contro le donne, l'archeologia famigliare fatta di silenzi e reticenze, il memoir che si interroga sul proprio diritto di scavare e la non-fiction contemporanea che segue l'autrice stessa nella ricerca. Betsy, per tutta la famiglia, resta "Betsy" e mai la nonna, mai la madre o la sorella. Yon le restituisce invece un corpo e una storia e in questo atto di riparazione c'è tutta la forza politica del libro.
A chi: a chi ama le storie che scavano nei segreti di famiglia fino a farli sanguinare di nuovo; a chi ha amato Triste tigre o Il ballo delle pazze e cerca ancora quella miscela di rabbia e rigore; a chi è affascinato dai libri che sono anche lavoro d'archivio, dove la ricerca accademica non raffredda la scrittura ma la rende più tagliente; e a chi, semplicemente, sa che ogni famiglia ha un nome che si nasconde e vuole capire cosa succede quando qualcuno decide di pronunciarlo.
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