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Un percorso potente e illuminante tra cultura figurativa e sapere: “Storie di corpi. Un'indagine sull'arte, la scienza e le credenze dell'età moderna” di Victor I. Stoichita

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Storie di corpi 
di Victor I. Stoichita 
Il Saggiatore, gennaio 2026

Traduzione di Rossella Savio

pp. 280
€ 26,00 (cartaceo) 


In Storie di corpi Victor I. Stoichita affronta uno dei temi più complessi e affascinanti della cultura occidentale, il modo in cui il corpo umano è stato pensato, rappresentato e interpretato nel corso dei secoli. Stoichita, storico dell’arte di origine romena, formatosi tra Bucarest e diverse città europee, è professore emerito all’Università di Friburgo in Svizzera. In questa sua ultima pubblicazione propone un percorso che attraversa la storia delle immagini, intrecciando arte, scienza, religione e costruzioni simboliche per mostrare come il corpo non sia mai una semplice realtà biologica, ma il risultato di una continua elaborazione culturale.

Diviso in dodici capitoli, intervallati da immagini di opere e da disegni, il libro prende avvio dall'età rinascimentale, un momento cruciale in cui le nuove conoscenze anatomiche modificano radicalmente la rappresentazione della figura umana. Le ricerche sul corpo condotte da medici e anatomisti trovano infatti una corrispondenza nelle sperimentazioni degli artisti, impegnati a comprendere la struttura fisica dell'uomo per restituirne la presenza con maggiore verità e intensità espressiva. In questo contesto emergono figure come Leonardo, Michelangelo e Tiziano protagonisti di una rivoluzione visiva, che ridefinisce il rapporto tra interiorità e apparenza e tra forma e immagine.

Uno degli aspetti più interessanti del volume è la capacità di mostrare come ogni epoca attribuisca al corpo significati differenti. Se nel Rinascimento il corpo diventa il luogo privilegiato dell'indagine artistica, nei secoli successivi assume invece una forte valenza politica e sociale:

Nel piccolo Dialogo nel quale si ragioni della qualità, diversità e proprietà dei colori di Lodovico Dolce (1565) leggiamo: Il roseo è rosato, colore di ciascun’altro più dilettevole e più vago. E questo è propriamente quel colore, che da noi comunemente è detto incarnato: percioché egli rappresenta più che altro colore, la nitidezza d’un fanciullo, e la rosa del volto d’una polcella e perché questo colore imita il corpo dell’huomo che volgarmente si dice carne. (p. 21) 

Se in molte raffigurazioni il corpo di sovrani e di eroi viene dipinto come un simbolo tangibile di potere, la pittura moderna ne mette in evidenza la sofferenza e la vulnerabilità.

Il ritratto di Cosimo I eseguito da Bronzino e conservato agli Uffizi ha valore di apripista, in quanto forgia l’immagine ufficiale del principe che avrà maggior successo negli anni a venire […] ovvero la presentazione di un corpo principesco «corazzato» [...] tutte le armature da parata forgiano e offrono un corpo di rappresentanza, un corpo rinforzato, un corpo simbolico […] un principe senza armatura, si dice, è un principe nudo, e l’onore di sudditi è tributato senz’altro al corpo armato. (p. 138)   

Stoichita oltre a descrivere l'evoluzione delle forme artistiche, riflette sul ruolo che le immagini hanno avuto nella definizione stessa dell'idea di corporeità. Il corpo non viene considerato come una realtà puramente naturale, ma bensì come una costruzione culturale nella quale si inscrivono valori religiosi, conoscenze scientifiche e modelli sociali. Attraverso l'analisi delle opere d'arte, l'autore mostra come ogni epoca abbia elaborato una propria concezione del corpo, con diversi significati atti a esprimere credenze, paure e aspirazioni. Di conseguenza, le immagini diventano una testimonianza parlante dei mutamenti storici e culturali che hanno plasmato la percezione dell’uomo. 

Grazie agli studi di Alfred Gell sul tatuaggio e di Didier Anzieu sull’«io-pelle» oggi siamo lontani dalla mentalità sorpassata che vedeva nel tatuaggio un’usanza strettamente decorativa ed essenzialmente «primitiva». Gell e altri hanno dimostrato con dovizia di argomenti che il tatuaggio è una strategia visiva di intervento diretto sulla pelle della persona che vuole evidenziarla, proteggerla e renderla immune, una tecnica che rafforza la sacralità del capo, garantendogli, attraverso la creazione di un involucro di segni, l’integrità del corpo e l’impenetrabilità di fronte a qualsiasi pericolo, tanto spirituale quanto materiale. (pp. 221-223)  

Uno dei punti di forza del volume risiede nell'ampiezza della prospettiva storica adottata. Stoichita mette in dialogo opere, artisti e contesti lontani tra loro, facendo emergere una riflessione che oltrepassa i confini della storia dell'arte e coinvolge questioni centrali ancora oggi come la costruzione dell'identità, il rapporto tra natura e cultura e tra ciò che siamo e l'immagine che scegliamo di mostrare agli altri.

La scrittura, pur mantenendo un solido impianto scientifico, risulta accessibile e coinvolgente. L'autore ben combina rigore metodologico e capacità narrativa, guidando il lettore attraverso una ricca costellazione di immagini, esempi, citazioni e riferimenti che rendono la lettura stimolante anche per chi non possiede competenze specialistiche. A completare il volume nelle pagine finali si trova un’utile sezione di note esplicative con relativi rimandi bibliografici. 
Grazie a un'indagine colta e interdisciplinare, Stoichita dimostra capitolo dopo capitolo che osservare la storia delle immagini significa anche interrogare il modo in cui gli esseri umani hanno imparato a guardare se stessi.


Silvia Papa