Non si dice sayonara
di Antonio Carmona
Emons edizioni, 2025
pp. 208
€ 14,00 (cartaceo)
€ 8,99 (ebook)
Audiolibro disponibile su Audible (tempo di ascolto: 4 ore e 15 minuti); legge Marianna Jensen.
Sono passati quattro anni da quando la mamma di Élise è morta.
Quello è stato anche il momento della «fine
del mondo». Da allora, il padre non è più stato lo stesso, spezzato, anzi, svuotato, dal suo lutto. Trascorre le sue giornate «senza emozioni», protetto da una corazza invisibile che tiene
lontano non solo il dolore, ma anche una figlia che, pur amata, assomiglia ogni
giorno di più alla moglie scomparsa.
A dodici anni, Élise vive silenziosamente, cercando di arrecare il
minor disturbo possibile: «mi sentivo in
colpa perché assomigliavo a mia madre e, senza volerlo, imponevo la sua
presenza». Il padre ha imposto regole
rigidissime, che prevedono di rimuovere dalla quotidianità domestica
qualsiasi riferimento alla moglie o al Giappone, da cui proveniva. Anche la sua
stanza è stata chiusa a chiave, il suo pianoforte lasciato scordato a
impolverarsi, e il suo ciliegio ad appassire in giardino.
Soprattutto, però, Élise non
può parlarne, né porre la domanda,
quella che sempre più spesso la attanaglia, e che spinge però il padre a
reagire con ostilità e a cucinare convulsamente torte di cipolle per mascherare
lacrime che non sono mai condivise con la figlia.
In una casa che non è un tempio alla memoria, quanto piuttosto il luogo doloroso di una rimozione, la ragazzina
trascorre la maggior parte del tempo in camera sua, a fare e disfare puzzle a
cui toglie sempre qualche pezzo, soprattutto quello con i pesci pagliaccio, che
è l’ultimo ricordo che le resta della defunta. Mettere insieme i tasselli è un modo per avere il controllo su
qualcosa, per ricollocarsi all’interno di un ordine, ma quei pezzi sottratti
sono la forma di un’incompletezza,
denunciata sottovoce e inavvertita da chi dovrebbe notarla e farsene carico.
Il contesto narrativo
di partenza è certamente tragico, ma
Élise, voce narrante del romanzo, è curiosa,
spiritosa, e ha dalla sua una
sensibilità vibrante e soprattutto l’amicizia
con Stella, compagna di classe stravagante, chiacchierona, in grado di
costruire «intorno a sé un’atmosfera
incredibilmente luminosa».
È Stella a dare inizialmente a Élise quell’affetto genuino e gratuito che le manca, ma soprattutto a spingerla
a violare per la prima volta una delle regole del padre, convincendola a
guardare con lei Naruto. Nell’anime
giapponese, che le due ragazzine condividono come un rituale segreto, Élise
trova anche un nome da dare al malessere del genitore: è Orochimaru, il demone
antagonista di Naruto, a occupare il suo cuore, spingendolo a chiudersi sempre
più in se stesso.
Orochimaru
rappresenta il nemico, il male che si annida, colui che propone scambi tentatori, ma dal
prezzo altissimo: la memoria, in cambio
della liberazione dal dolore. Élise sa che non si può cedere al ricatto,
soprattutto da quando la visita della nonna materna, Sonoka, le ha mostrato una
via diversa per onorare la madre. La nonna è arrivata e ha travolto il grigiore della casa sigillata: l’ha riempita di incenso
per purificarla, ha preparato offerte di frutta fresca allo spirito della
figlia, ha sfondato la barriera del non detto, raccontando alla nipote aneddoti
del passato, e aiutandola a riprendere confidenza con il suo ricordo.
Questo incide sugli equilibri del nucleo famigliare, introducendo
alcune lievi forme di disgelo nelle relazioni («La corazza si stava sciogliendo come neve al sole»). Élise inizia a
comprendere meglio il sentire del padre («Il
suo odio, il suo dolore e il suo amore erano una cosa sola»), lo vede
dibattersi in una battaglia interiore
senza esclusione di colpi. Capisce, lei prima di lui, che solo l’accettazione – della perdita, della sofferenza che ne consegue
– è la base di una possibile
ricomposizione.
Ecco spiegato allora il significato del titolo: “Non si dice sayonara” perché la parola
in giapponese presuppone un congedo freddo, forse definitivo, destinato a chi
non si ha desiderio di rivedere. Molto meglio allora il termine “matane”, che indica la speranza di rivedersi presto. Questo è
il saluto della nonna alla nipote, ma è anche un riferimento a come si può
maneggiare la memoria di chi è perduto solo al mondo, ma non nel cuore di chi
resta.
Vincitore del
Premio Strega Ragazze e Ragazzi nella categoria +11, il
romanzo di Antonio Carmona narra una
storia commovente ma piena di
speranza, che parla di un processo di rielaborazione del lutto, ma anche di
legami famigliari e amicali, e della possibilità di una rinascita dal dolore grazie agli affetti più veri e profondi («Quello che vede è più forte di Orochimaru.
[…] Il superpotere di papà è il suo amore per me»).
Marianna Jensen legge con voce pulita, adatta a restituire il
punto di vista della giovane narratrice, pronta a interrogarsi, obbediente al
proprio sentire anche quando questo contrasta con le regole imposte. Élise è
circondata da personaggi bislacchi, ma sfaccettati e ben caratterizzati, che le
mostrano quanto importante sia essere se
stessi, non nascondersi dietro a maschere
che alla lunga diventerebbero troppo
pesanti da sopportare. Anche per questo, il volume piacerà a lettori
coetanei della protagonista, che come lei si pongono domande, cercano risposte,
iniziano a comprendere le persone che stanno diventando.
Carolina Pernigo
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