Parlare di Dio - Un dialogo con Simone Weil
di Byung-Chul Han
Nottetempo, maggio 2026
pp. 132
€ 16 (cartaceo)
€ 10,99 (ebook)
È interessante notare come Simone Weil ponga l'accento sulle cerimonie, le pratiche festose e religiose che conferiscono alla vita bellezza, magia e un'aura di mistero. Esse sono esercizi dell'attenzione, elevano e spiritualizzano la vita. Una vita senza magia e misteri, senza il soprannaturale, non è più vita. La bellezza più elevata, che rende la vita qualcosa di più della mera sopravvivenza, non può che essere religiosa. Oggi il mondo è povero di pensatori e poeti già per via della carenza di attenzione. Il pensiero richiede una profonda attenzione. Heidegger lo concepisce a partire dall'Eros. L'Eros come anelito, come desiderio è profonda attenzione. Grazie all'Eros il pensiero resta insistentemente alla ricerca dell'impensato, delle strade non ancora battute. (p. 31)
Byung-Chul Han, filosofo e scrittore sudcoreano, è una di quelle penne che leggo sempre con grande aspettativa e attenzione, perché ogni volta che mi capita sottomano uno dei suoi nuovi scritti gli spunti e le domande che solleva sono di grande spessore.
Che parli di contemporaneità, di erotismo, di religione o di tecnologia, Han ha sempre un approccio accademico ma alla portata di tutti, racconta una filosofia di alto profilo ma con termini e parole semplici, ma non per questo meno eleganti.
In questo nuovo saggio, Han si misura con gli scritti di Simone Weil, autrice francese radicale: il fulcro centrale del testo è il dialogo orizzontale con lei, ma anche quello verticale che chiama all'appello niente meno che Dio e la religione. Da Attesa di Dio ai Quaderni, Han cita costantemente Weil, estrapolando dai suoi saggi ciò che ritiene funzionale al racconto della contemporaneità sotto la lente della religione.
Weil era notoriamente legata al misticismo e al rifiuto dell'organizzazione ecclesiastica: anche in questo approccio era radicale, ha sempre voluto essere cristiana ma fuori dalla Chiesa. Han riprende questa scelta per parlarci di come l'attenzione odierna alle cose potrebbe essere, idealmente, recuperata se ci concentrassimo su ciò che Weil intendeva proprio per attenzione: scacciare il male, prestare ascolto, contemplare, attendere, non anticipare, non essere ingordi, esercitare l'inazione.
Tutti questi concetti vengono spiegati in ciascun capitolo: attenzione, decreazione, vuoto, silenzio, bellezza, dolore, inazione, sono tutti metodi strutturali e ponderati per andare contro ciò che Han chiama "l'immanenza della produzione e del consumo, l'immanenza dell'informazione e della comunicazione".
La percezione viene per così dire messa all'ingrasso con immondizia informativa e comunicativa, visiva e sonora. Ci trasformiamo in animali da consumo. La percezione è sempre più influenzata da stimoli e dipendenze. Visto che è intenta a mangiare senza sosta, non può più vedere. Simone Weil scrive: "Quaggiù, guardare e mangiare sono due. Bisogna scegliere l'uno o l'altro. Entrambi sono chiamati amare. Solo coloro a cui talvolta capita di restare per qualche tempo a guardare invece di mangiare hanno qualche speranza di salvezza". Il cibo soddisfa unicamente i bisogni materiali. Solo lo scrutare ci salva dall'immanenza svuotata di senso propria del consumo. L'odierna crisi dell'attenzione è legata al fatto che noi ci limitiamo a mangiare, a consumare tutto, invece di scrutarlo. La percezione ingorda non necessita di alcuna attenzione. Divora qualsiasi cosa le capiti a tiro. Solo l'anima che digiuna sa scrutare. Col digiuno si mette in moto un'autofagia che finisce per estirpare la nostra parte più bassa e ingorda. Solo l'autofagia dell'anima ci salva, portandoci a Dio. (p. 12)
Che Han sia esplicitamente contrario alla digitalizzazione e agli strumenti contemporanei che assorbono la nostra attenzione spostandola nel virtuale lo avevamo già visto nei suoi testi precedenti, penso ad esempio a Eros in agonia o a La salvezza del bello: il discorso con Simone Weil e con Dio si focalizza proprio su questo punto, cioè la distrazione che questi stessi strumenti e metodi operano nell'allontanarci dalla contemplazione, dalla pazienza, dall'inazione – intensa come annullamento della volontà, attesa, percezione acuta della natura, accoglienza del dolore, rifiuto della compiacenza, di piacere a tutti.
Potrebbero apparire tematiche controintuitive o addirittura obsolete, ma in realtà è palese l'insofferenza generalizzata del mondo contemporaneo verso questi strumenti: li usiamo, ad esempio i social network, ma a chi piacciono davvero? Chi li trova dei sostituti del dialogo, del confronto, del silenzio? Sono appunti strumenti, ma quello che Han sottolinea è che sono ingannevoli perché ci illudono, ci fanno credere di regalarci la libertà di scelta quando in realtà stiamo sottostando a una sorta di schiavitù che ci allontana da ciò che è veramente importante, cioè la tensione verso l'Altro.
In questo è illuminante il suo passaggio sulla società disciplinare e quella neoliberista (in cui viviamo oggi):
Al contrario della società disciplinare in cui bisogna tacere, il regime neoliberista promana una coazione a comunicare che si rivela un mezzo di controllo e influenza molto efficace. E la coazione ad accelerare, insita nella comunicazione digitale, distrugge non solo il pensiero, ma anche l'attenzione. In questo, i dispositivi digitali come lo smartphone sono allo stesso livello delle macchine che secondo Simone Weil impediscono sia di pensare, sia di fantasticare. Gli algoritmi mettono a repentaglio il libero arbitrio in quanto sono più veloci di lui: lo anticipano. Così, la libertà si tramuta in controllo.
Il regime neoliberista non opera con dettami e divieti. È anzi caratterizzato dalla permissività. Il suo dominio non si fonda sulla costrizione, bensì sul like: non è repressivo, bensì seduttivo […] Nell'immanenza del consumo e della comunicazione siamo tagliati fuori da qualsiasi trascendenza. Il consumo rende superfluo Dio. La follia da prestazione e l'industria creativa ci accecano dinanzi alla bellezza della creazione. La bestia si distingue dallo schiavo in quanto, al contrario di quest'ultimo, non si rivolta: chiusa in gabbia, la bestia non intende lasciarla né desidera nulla, poiché il cibo non le manca. Il mondo quale gabbia non consente alcuna rivoluzione. (pp. 106-107)
Tutto questo come si lega col dialogo intorno a Dio? Il punto non è essere religiosi o meno, ma operare come se si credesse: per questo sia Weil che Han parlano di contemplazione, di attesa, di credere nell'invisibile, di perdono e di silenzio. Tutti approcci che escludono il rumore, la produttività a tutti i costi, l'esposizione mediatica sterile, l'annullamento dell'ascolto. Ciò di cui Han discute riprendendo il radicalismo quasi anarchico di Weil è una consapevolezza: senza attenzione siamo solo macchine lontane dal Bello e dal Buono.
Il concetto weiliano del Bello è da ogni punto di vista contrapposto all'estetica consumistica del like. A contraddistinguerlo è l'indisponibilità, il sottrarsi a qualsiasi intervento volontario. Solo l'attenzione contemplativa, che indugia, ha accesso al Bello: "Lo sguardo e l'attesa sono l'attitudine che corrisponde al Bello. Fin quando si può concepire, volere, desiderare, il Bello non appare". Il Bello richiede distanza. Laddove imperversi una totale assenza di distanza, un'assoluta disponibilità, come oggi, siamo tagliati fuori sia dal Bello, sia da Dio: "Restare immobile e unirsi a quel che si desidera senza avvicinarsi. Ci si unisce a Dio così: non potendovisi avvicinare. La distanza è l'anima del Bello". Il like è assimilabile al consumo di cibo, mette cioè in evidenza un atteggiamento consumistico, ma l'ingordigia distrugge il Bello. Solo l'osservazione attenta lo salva: il Bello è "un frutto che si guarda senza tender la mano". Il Bello fa sì che l'anima non diventi obesa, poiché chiede all'osservatore di rinunciare a "mangiare". L'osservazione del Bello mette fuori gioco l'immaginazione quale istanza dell'incorporazione. Dinanzi al Bello, l'anima deve digiunare:
Il Bello è un richiamo carnale che tiene a distanza e implica una rinuncia. Compresa la rinuncia più intima, quella della immaginazione. Si vuol mangiare tutti gli altri oggetti di desiderio. Il Bello è ciò che si desidera senza volerlo mangiare. Desideriamo che sia. (pp. 84-85)
Se dovessi riassumere il saggio di Han direi che ciò che critica l'autore, e di riflesso Weil, è la mancata attenzione al mondo: ci concentriamo sterilmente su noi stessi come oggetti di consumo allontanandoci da Dio. Però Dio qui non è inteso solo in senso religioso, ma come entità che racchiude la spiritualità, la bellezza, l'attenzione, l'ascolto, la giusta misura. Han non ci sta proponendo di diventare credenti a tutti i costi, ma di scegliere ciò che la religione usa a suo favore (almeno idealmente) - il silenzio, la ritualità, la predisposizione all'altro, la gentilezza, la carità, il perdono, l'ascolto immobile - per ritrovare la bellezza e la bontà del mondo stesso.
Essere presenti. Consapevoli. Poeticizzare e riempire di senso ciò che facciamo.
Deborah D'Addetta

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