We are Dreamers. La battaglia delle fragole
di Alberto FassiMagazzini Salani, 2026
€ 18,00 (cartaceo)
Tutti i confini che avevano creduto fossero la fine del mondo, e invece erano solo dei muri. (p. 251)
In un futuro che si immagina prossimo, Alice abita in un mondo perfetto, in cui tutto è misurato, lineare, pulito, e l’errore e la divergenza non sono tollerati («A scuola le avevano sempre insegnato che la Perfezione è una linea retta. Le strade erano griglie, i palazzi erano cubi», p. 8).
Nella quotidianità di Alice, non
esistono colori se non le infinite sfumature di grigio che determinano
l’appartenenza sociale degli individui, e la natura è disciplinata,
così come l’alimentazione, l’educazione e il pensiero. La gente si esprime
attraverso slogan motivazionali in
rima e nomi comuni e aggettivi qualificativi che diventano parte di un lessico standardizzato del potere
(“Bello”, “Radioso”, “Eccellenza Futura”, “Cittadino del Domani”…).
Bastano poche pagine per rendersi conto che quella che dovrebbe
essere un’utopia rivela tratti
inquietantemente distopici: le persone si muovono lungo linee tracciate,
indossando espressioni preimpostate come maschere, ma allo scattare improvviso
del Jingle devono lanciarsi in flashmobs
scatenati e obbligatori; in ogni casa sono presenti ologrammi tridimensionali,
compiacenti come certe AI, ma in realtà incaricati di funzioni di controllo, e
per le strade si aggirano dei robot definiti Amorevoli che, con toni languidi e
chiamando tutti “tesoro”, scansionano, monitorano, e si fanno portavoce
impietosi del giudizio pubblico.
A dodici anni, tutti i
ragazzini vengono sottoposti a una serie
di esami, i NEXT, volti ad accertare le loro caratteristiche: dovranno
dimostrare di essere Nobili, Esemplari,
Extra(-ordinari) nell’impegno, Totali
nella devozione. Se lo faranno, potranno forse rientrare tra i Premium, e
magari vincere l’ambita Stella d’Oro. Altrimenti, saranno etichettati come
Perfettibili, e orientati a un Campus “rigenerativo”, da cui nessuno sembra
però essere mai tornato.
Elena, madre di Alice e assistente del Sindaco, attende con particolare tensione le prove ormai imminenti, perché desidera con ogni fibra di sé che la figlia riesca ad eguagliare i suoi successi e a darle lustro. L’ipotesi di un suo fallimento non è quasi contemplata, perché implicherebbe un disonore insostenibile: in un universo in cui tutto è imposto e condizionato, anche le relazioni famigliari obbediscono al codice dominante e le priorità affettive vengono ridefinite.
Se Alice non avesse superato i NEXT almeno come Premium, Elena l’avrebbe accompagnata lei stessa al Campus. Non per cattiveria, ma per igiene. Era la logica della pulizia. In un mondo perfetto, non c’è spazio per chi inciampa. (p. 84)
Alice, però, sente di non essere la figlia che la madre desidererebbe. È conscia che siano passati molti anni da quando la sua fisicità e il suo carattere corrispondevano alle sue aspettative. Da quando poi ha trovato, in fondo alla cantina, ben nascoste, delle bombolette di vernice e una felpa nera, qualcosa in lei è cambiato. La ribellione nasce dal basso, da piccoli atti controcorrente: uscire di notte, solcare tratti curvi e colorati su una parete bianca, riconoscere in essi il proprio disperato bisogno di qualcosa di vero in mezzo all’artificio.
Perché lo aveva fatto? Chi era lei per sfidare l’ordine del mondo? […] Quelle macchie non erano sporcizia […]. Erano l’unica cosa vera che avesse mai avuto. (pp. 50, 51)
L’infrazione è come una crepa che improvvisamente si allarga,
travolgendo ogni aspetto del vivere: Alice per la prima volta trova il coraggio
di superare il muro di cinta che
circonda la città e che fino a quel momento le era sembrato il limite del mondo
– per scoprire che è solo il limite del suo mondo.
Oltre la recinzione, la foresta si dispiega, brulicante, animata, imperfetta. Lì vive Ernesta, una donna che «era esattamente come il Parco, fatto di terra
e luce e di un sacco di cose che crescono senza chiedere il permesso». (p. 341).
Lì tutto è scoperta, meraviglia.
Sapori, odori, creature viventi. I sensi
divampano, in opposizione all’ottundimento precedente. Alice assaggia per
la prima volta una fragola matura, e questo è per lei uno sconvolgimento ontologico. Da quel momento, nulla può più
essere come prima. Certo, bisogna decostruire
i propri schemi mentali, guardare in profondità le menzogne su cui è stata
fondata la propria esistenza fino ad allora.
Per farlo – e Alice lo realizza in modo progressivo – serve avere degli alleati, o meglio ancora degli amici. Questa è un’idea rivoluzionaria, soprattutto in
prossimità dei NEXT, che invitano all’individualismo
e alla competizione, a
sacrificare l’altro senza remore, soprattutto se più debole. E Alice sceglie i
più deboli, i perdenti, quelli su cui nessuno scommetterebbe: Bruno, che
trascina in giro una fisicità dirompente e un cuore generoso; il piccolo Carlo,
fifone e profeta di sventure; e infine Daniela, ossessionata dalla perfezione.
Il quartetto improbabile,
disordinato, mal messo insieme, inizia così un percorso di scoperta, che è inevitabilmente anche un percorso di crescita individuale. Uno per tutti,
e tutti per uno: attraverso il gruppo, ciascuno può riscoprirsi nella propria
singolarità, affrontare le proprie debolezze
prima rinnegate, arrivare a rivendicarle
come elemento prezioso.
We are dreamers è un testo che attinge
certamente alla tradizione del genere
fantascientifico distopico, da The
Giver a The Hunger Games.
Alberto Fassi, fondatore della nota azienda di cancelleria e
oggettistica LEGAMI, riesce a restituire la brand
identity nel suo romanzo d’esordio, proponendo un’opera che, al netto di qualche soluzione un po’ frettolosa a
livello di trama, risulta piena di
vitalità e calore. L’intento apparente del volume, del resto, sembra essere
proprio questo: proporre una storia che,
sull’intreccio, faccia prevalere
relazioni e sentimenti, proprio quelli che la società rappresentata
vorrebbe negare.
Così i personaggi sono colti nel loro conflitto interiore tra ciò che hanno sempre fatto o sentito, o ciò che
provano, ed è attraverso i loro occhi, inizialmente riluttanti, poi sempre
più coinvolti e pieni di stupore, che intuiamo un modo diverso di stare nel mondo – un modo che parla anche al
nostro presente e che prevede empatia,
generosità, rispetto dell’ambiente e ricerca di un rapporto più consapevole
di interdipendenza con la natura e gli altri esseri.
Nel sottotitolo del romanzo, «la battaglia delle fragole», il complemento assume a un tempo valore soggettivo o oggettivo. Nella seconda parte della vicenda, la natura si ribella insieme e accanto ai protagonisti, e in un mondo iper-tecnologizzato l’unico scontro che possa avere qualche possibilità di successo è quello che si combatte attraverso i suoi stessi elementi. I protagonisti, come in ogni narrativa di formazione, imparano attraverso l’esperienza e rovesciano il sistema di valori precedente, rivalutando i concetti di successo e vittoria.
“Te l’ho detto. A me non interessa volare. […] Mi interessa sapere dove cade la gente quando sparisce” (p. 228)
L’opera è perfetta per lettori giovani, su cui è misurato anche il linguaggio, che per alcune scelte potrebbe, al contrario, spiazzare il pubblico più maturo («uscire di casa fu come entrare in un videogioco glitchato. Per strada, la città scintillava», p. 20). La volontà di restituire l’infinita varietà di elementi e sensazioni di ciò che si disvela oltre il Varco, porta però l’autore a utilizzare un lessico vario, aggettivato, che arricchisce una prosa altrimenti paratattica e rende il libro godibile e coinvolgente anche ad altre età. Il finale aperto, che suggerisce che il male non sia del tutto debellato, e alcune domande rimaste irrisolte potrebbero lasciar immaginare un seguito, in cui confiderà chi si sia – quasi inevitabilmente – già affezionato alla coloratissima galleria di sognatori e ribelli che Fassi è riuscito a tratteggiare.
Carolina Pernigo
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