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Un albero magico, una tragedia e personaggi in cerca di coordinate in un mondo che le ha perse del tutto

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La roccia dalle radici di stelle 
di Lorenza Ghinelli e Silvia Bottani
Aboca Edizioni, maggio 2026

pp. 320
€ 18 (cartaceo)
€ 10,99 (ebook)

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La luce sta già facendo il resto. Il momento delle foglie non è ancora arrivato ma questo albero fossile che si è impietrato per poi venire restituito all'aria dall'accidente della frana contiene in sé la sua fioritura, ancora in potenza, e quella potenza contiene a sua volta altri eventi che forse si verificheranno e che ora sono ipotesi tra gli atomi di questa creatura arborea. Gli uccelli, in consesso sopra la sua sommità, ne intuiscono il progetto, così come le creature che strisciano nel suolo grasso su cui si innalza. L'albero fossile è apparso da poco ma il suo segno è già stato accolto nella rete degli esseri che abitano la sua prossimità, e tra questi anche Agata ed Elia, gli unici umani che, per un attimo, hanno indirizzato lo sguardo oltre sé stessi. Un albero senza nome è comunque un albero, la vita lo sa. Si tratta solo di aspettare e poi, come sempre, l'inimmaginabile accade. (p. 95)

Primo capitolo di una serie, questo romanzo scritto a quattro mani da Lorenza Ghinelli e Silvia Bottani, fa parte della collana di Aboca "Il bosco degli scrittori", proprio come Il cespuglio di Dario Voltolini che ho letto e recensito poco tempo fa. 
La scelta delle due autrici, stavolta, è caduta su un esponente del mondo vegetale che non esiste, che prende ispirazione dalla famiglia dei salici per inventare un presunto albero estinto di cui, dice la copertina, sono stati ritrovati solo fossili: un albero che forse viene dalle stelle, dall'universo, con poteri eccezionali, sbucato fuori dalla spaccatura del terreno in seguito a una frana e un'alluvione devastanti. 

Ci troviamo a Valle Fratta, un paesino immaginario ai piedi delle colline romagnole: il romanzo si apre proprio con la sua rovina, la collina cede in seguito a settimane di piogge ininterrotte, ingoiando tutto il paesaggio e ciò che contiene. Tra le rovine si muove un ventaglio di personaggi che, se non fosse per la tragedia, sarebbero improbabili come compagni: una veterinaria, Carla, e il suo cane Fiuto; Agata, neo orfana, e il suo cavallo Fulgor; Mirco e suo figlio Elia, promessa del tennis; Mariana, Ottavia e Nives, quest'ultima figura chiave nell'economia del romanzo, e suo nipote Tommaso, dotato di una straordinaria sensibilità; e infine Angela, personaggio così peculiare e interessante, che mi ha un po' ricordato Hagrid, il gigante di Harry Potter.

A completare il quadro, una serie di animali che sono tanto personaggi quanto gli umani, dotati di un proprio punto di vista, desideri, bisogni, impulsi e pensieri senzienti: Fiuto e Fulgor, già menzionati; Root, una scimmia; Dibbey e Kamareya, due iene; una lupa e un gatto nero. 
Tutti insieme dovranno trovare il modo di convivere, di fidarsi l'uno dell'altra, sfidando la razionalità e le sfide immani che il nuovo ordine dei fatti impone.

Da principio, Carla prende in mano la situazione: hanno bisogno di viveri, medicine, di contattare i soccorsi. Si rifugia insieme ad Agata a casa di Mirco ed Elia. L'arrivo di Root, della scimmia, e il vuoto creato dai blackout e dall'assenza di qualsiasi connessione o parvenza di soccorso, fanno precipitare le cose. Ad aggiungersi a questi piccoli drammi, Elia e Agata scopriranno qualcosa nel bosco, qualcosa che prima non c'era e adesso si erge coi suoi sette metri di altezza: una roccia – forse – dalla superficie baluginante, iridescente, che emana una sottile nebbiolina lucente. 
Da dove è arrivata? E cos'è? Perché sembra attrarre gli animali?

Quando la terra d'improvviso scapicolla, i ragazzi non fanno in tempo a riconoscere il versante franato della collina, ma di fronte a loro la sagoma della roccia si innalza come un monolite, circonfusa da una lieve aura di vapore che ne delinea il contorno. Come se la luce lunare ne attivasse una capacità rifrattiva particolare, la superficie è percorsa da uno scintillio che somiglia alla corazza di uno scarabeo, un' iridescenza che la avvolge e si eleva sopra di essa, simile alla nube di sabbia di una tempesta nel deserto o alle lingue di una fiamma. Il bagliore si muove come una multiforme onda d'aurora e sembra animato da una volontà propria, quasi fosse una creatura soprannaturale. (p. 115)

I due ragazzi non ci metteranno molto a scoprire, in parte, la natura di quel monolite. A capirla del tutto ci penserà Nives, che però soffre di demenza senile e dunque non viene presa completamente sul serio. Eppure, la donna sarà determinante e avrà una qualche missione, che immagino verrà svelata nei capitoli successivi.

Il problema maggiore, quello che fa sorgere i dubbi più concreti – e fa anche insospettire – è la totale assenza di altre presenze umane: sembra che a Valle Fratta la natura abbia preso il sopravvento, e che gli unici al mondo rimasti siano i nostri protagonisti. Il tempo stesso fluisce in modo strano, la flora e la fauna si alterano, si modificano, diventando quasi fiabeschi, surreali, quasi si trattasse di un sogno. La miccia ad aver acceso la scintilla è stata l'alluvione e la conseguente frana: dal suolo è letteralmente emersa la roccia misteriosa, e da quel momento le coordinate del luogo si sono sfaldate. 

I protagonisti fanno gli stessi sogni; gli animali seguono tracce invisibili; la valle sembra aver attraversato le epoche. E nel bel mezzo del marasma, i personaggi devono comunque tenersi stretti la propria umanità, la capacità di essere empatici, di voler aiutare gli altri. 

È diverso da quelli che ha sempre sognato. È un sogno che non è la sola a fare, ma questo non lo sa, non ancora, almeno. Angela vede una roccia che non è una roccia. Non può spiegarlo, ma sa che è un albero. Lo sa con l'assoluta certezza dei sogni. Sull'albero c'è un'enorme lupa bianca. E la sua lupa, anche se nella vita reale non è enorme e non è neppure bianca. Se ne sta fieramente seduta in cima all'albero che sembra una roccia, si lascia ammirare. Il suo manto non è insozzato dal sangue, nessun morso ha oltraggiato quel corpo sacro di bestia che riluce in cima a un albero che non è soltanto un albero. C è qualcosa di senziente che pulsa nel tronco e si irradia nelle minuscole gemme che fioriscono dalla corteccia. Questo sogno è più una visione, lo scostarsi di un velo che scopre qualcosa che si agita sotto l'apparenza delle cose. (p. 224)

Il primo capitolo di questa saga si conclude con una tragedia e la fuga di uno dei personaggi. Le ultime battute ci fanno capire quanto le cose siano cambiate in quei pochi giorni, quanto il resto del mondo sia andato avanti, forse con un passo completamente diverso, e ci inquieta perché suggerisce un'evoluzione poco "naturale", quasi distopica.

I due personaggi più interessanti sono, a mio avviso, i più anziani: Nives e Angela. Nives da una parte, candida, serena, chiaroveggente; Angela, tormentata, difficile, sofferente. La scrittura è molto fluida, confortante, semplice. Lo vedo bene come un libro per ragazzi, anche molto giovani, ha quel piglio rassicurante, generoso.
Non resta che aspettare i capitoli seguenti per scoprire che ne sarà di Valle Fratta, dei suoi abitanti e della roccia-albero.

Deborah D'Addetta