Gente di Timor
di Felix Nesi
Utopia editore, maggio 2026
traduzione di Elena Ricchitelli
pp. 216
€ 19,00 (cartaceo)
€ 9,99 (ebook)
In un meraviglioso saggio della ricercatrice francese Pascale Casanova intitolato La repubblica mondiale delle lettere viene descritto un approccio alla critica letteraria composto da sociologia, economia e analisi storica. Questo metodo contestualizza il libro in uno spazio letterario, ovvero suddivide il mondo in zone letterarie più forti, chiamate “Centro” (Francia e paesi anglofoni), e zone letterarie periferiche, così definite perché tenute ai margini dai centri di potere, sia a livello linguistico che economico. Alcuni scrittori devono soccombere a questo giogo se vogliono essere letti e riconosciuti, e nello scrivere adottano la lingua del dominatore. Due esempi di questo tipo sono Emil Cioran, che abbandonò il rumeno e la sua già stabile notorietà per migrare verso la cultura francese, e V.S. Naipaul, nato a Trinidad da genitori indiani e naturalizzato inglese.
In alcuni casi la zona periferica può invece rivoltarsi contro l’influenza egemonica del centro letterario imponendo una sua tradizione. Il risultato di questa lotta è la nascita di una nuova letteratura e di scrittori originali con grandi doti innovatrici dovute proprio alla loro provenienza periferica. Questo, per me, è il caso di Felix Nesi e di Gente di Timor.
Il racconto nasce da una scena semplice in cui un personaggio, il mitico sergente Ipi, dà un passaggio a Martin Kabiti per guardare insieme su una delle sole tre televisioni del villaggio di Oetimu la finale della Coppa del mondo. Inevitabilmente da questo incipit deriva una serie di dettagli riguardanti il luogo in cui è ambientata, il mezzo di trasporto guidato, l’anticipazione che nel frattempo un gruppo di assassini si dirige verso la casa di Martin Kabiti e, elemento centrale come suggerisce il titolo, la gente, la comunità che compone il villaggio, che sarà il reattore della narrazione.
Nesi dirama la storia da questo episodio in decine di direzioni diverse che infine convergeranno nello stesso punto da cui sono nate. In questo modo ci mostrerà tutta la storia del villaggio, ci darà il contesto necessario per comprendere appieno quella notte e la sua conclusione; di conseguenza ci parlerà della storia di Timor e della sua gente. Percorreremo le vite di Ipi, Silvy, padre Yosef, Maria, am Siki e la sua cavalla, Atino e Laura.
Nel mentre la grande consapevolezza dell’autore fonderà la storia personale a quella collettiva così da raccontare, a noi sprovveduti occidentali, la decolonizzazione e le sue conseguenze politiche.A farne un romanzo innovativo è l’uso degli elementi di trama, la maturità tecnica e l’originalità che Nesi è riuscito a infondere in questo romanzo tramite la forma. Infatti, è la voce di questo scrittore l’essenza dissonante, periferica, che lavora per sottrazione, pulisce il carico retorico che potrebbe gravarlo e gioca di contorni.
Dopo aver messo in sicurezza il perimetro della proprietà e aver parlato a lungo con Martin Kabiti, i militari se ne andarono. Il giorno dopo si sparse la notizia, una notizia che col tempo divenne una storia, una storia che ancora oggi viene raccontata di generazione in generazione: nella cappella di Santa Maria, al negozio Prosperità, in classe e nel lopo del villaggio, durante la stagione delle piogge. (p. 205)
Qui vediamo l’astuzia di rendere la sua stessa storia una storia di oralità, di tradizione orale, che per sua natura è strettamente connessa alla gente.
Questa è una storia tràdita in un lopo durante le piogge. L’oralità è perfettamente riprodotta dalla scrittura, la mimesi del soggetto narrato è raggiunta e così diventa la forma il medium della soggettività dell’autore e non il contenuto. La poca aggettivazione, la rara costruzione ipotattica e l’assenza di termini ricercati ci portano a pensare che a parlare sia il vecchio del villaggio a una mandria di bambini:
Molto prima che le nazioni straniere arrivassero a Oetimu, ogni volta che pioveva, i più piccoli si riunivano davanti a un narratore. […] Sotto la pioggia fredda, mentre i bambini pendevano dalle labbra del narratore, i genitori avevano il tempo di concepire un’altra creatura. (p. 42)
Così anche i campi semantici utilizzati dal narratore appartengono a sfere del sapere che possono essere conosciute dagli abitanti di Timor. Nonostante tali elementi possano sembrare semplificativi del testo, questo rimane densissimo di sensazioni e significati. Il libro diventa allora un unicum e la sua perifericità propulsione creativa tanto che gli aspetti originali proliferano nel testo.
Uno dei più efficaci della voce di Nesi è l’arricchimento di questa oralità con l’ironia, che risulta essere un ottimo modo per rappresentare e criticare i crimini della storia coloniale del suo paese. Per ottenere questo risultato, violenza, sesso, storia del villaggio, critica della politica indonesiana, stupri di: minori, donne e cavalle, la stupidità del potere sono temi narrati alla stregua di argomenti drasticamente meno emotivi come le uova bruciate durante la cottura. Elementi così diversi sono raccontati senza differenza di drammaticità e con la schiettezza del fatto in sé, come se visti da un occhio tanto abituato alle percosse che ormai non è più lucido ed espressivo, ma calloso, nodoso come un albero di lontar.
L’ironia diventa appunto questo slittamento emotivo dal tragico al neutro, all’evento nudo e questo movimento sgrassa la violenza di quella patina di tanto facile empatia troppo spesso abusata.
Non solo mi sento di consigliare la lettura di questo libro per la sua voce originalissima nel nostro tanto saturo e ridondante contesto letterario, ma vorrei anche incoraggiare operazioni di questo tipo e lodare la competenza della collana di letteratura straniera di Utopia editore.
Paolo Sciortino
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