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«Venti giorni sull’Ortigara / senza il cambio per dismontà». "Tapum" di Leo Ortolani

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Tapum
di Leo Ortolani
Bao Publishing, 2025

pp. 238
€ 28.00 (cartaceo)
€ 13,99 (ebook)

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Venticinquemilasettecentocinquantadue. Questo il numero dei caduti nella battaglia del Monte Ortigara, tra morti, feriti e dispersi. Leo Ortolani lo scrive in lettere, «almeno ci mettete più tempo a leggerlo». È un tributo dovuto alla memoria, «almeno questo» (p. 30), visto che le medaglie, valuta della vita umana in tempo di guerra, si trovano attualmente disponibili su eBay a venti euro. Ta-pum è il suono del colpo d’artiglieria che colpisce la roccia e detona, ma anche il titolo di un canto alpino, come i molti che riecheggiavano tra le trincee della prima guerra mondiale, a ricordare in maniera viscerale la fratellanza tra commilitoni, il disperato attaccamento alla vita, ma spesso anche a denunciare le condizioni della vita al fronte

Venti giorni sull’Ortigara
senza il cambio per dismontà.

ta pum! ta pum! ta pum!
ta pum! ta pum! ta pum! […]

Quando poi ti discendi al piano
battaglione non hai più soldà. 
«Eppure abbiamo anche cantato», racconta Emilio Lussu a Mario Rigoni Stern. Anche di questo vuole tener traccia Ortolani, senza mai lasciar intendere però che il canto, o addirittura l’ironia, laddove dispiegata, possano in qualche modo mancare di rispetto alla serietà del contesto, o sminuire la tragedia che si consuma sul fronte bellico. Questi elementi, al contrario, diventano prova di quell’umanità irriducibile che la guerra non può e non riesce, per quanto ci provi, a cancellare. Non a caso l’occasione della scrittura nasce per il fumettista dalla lettura di un romanzo di Sandro Pennacchi, La guerra dei Bepi. I Bepi sono i soldati semplici, quelli che vengono ingannati e lanciati nella macchina tritacarne di tutte le guerre, i dimenticati, i cui corpi sono stati straziati, o perduti (i “putrefatti di qui”, avrebbe detto Clemente Rebora).

Anche l’io narrante di Tapum, il tenente Vincenzo Mariani, è un uomo comune, finito in prima linea come quasi tutti, senza particolari slanci eroici, che raggiunge il battaglione Fusar a scontri già avviati, subito dopo la strage di un attacco andato male. Nei giorni infiniti, nelle notti flagellate dall’artiglieria che si consumano tra il 10 e il 29 giugno 1917, è attraverso i suoi occhi che osserviamo lo spreco di vite umane deciso da lontano, da ufficiali noncuranti, che alle loro scrivanie si riempiono la bocca di ideologie mai messe alla prova sul campo, o sulla propria pelle.

«Quei soldati continuano a guardarmi», scrive Ortolani nella postfazione, «mi guardano come si guarda un superiore che deve dare un ordine, però un ordine bello, non le spallate che ordinava il generalissimo Cadorna. Loro sono stati macellati, a lui hanno dedicato anche una stazione» (p. 227). Lo scarto tra chi decide e chi combatte è solo una delle molte atrocità che emergono dal volume. Non a caso, come contrappunto a tanti superiori indegni, a tanti mascheroni grotteschi, esaltati, o solo inetti, tra le pagine emerge, sempre seria, espressiva, concentrata, la figura del Capitano Dolon, un altro Bepi, che si oppone alla retorica ormai svuotata dell’eroismo in nome del quale sono andati tutti a combattere e a morire. Dolon scrive canzoni che non riesce a far intonare, perché i suoi uomini continuano a cadere sul campo, e racconta che il suo principale atto di coraggio è stato quando «ho detto a mia moglie “stai calma!”» (p. 80). È lui, l’eccezione, che permette di immaginare, se non una guerra diversa (perché nulla, della guerra, si può salvare o riscattare), almeno una diversa gestione.

I fatti dell’Ortigara sono caotici e confusi, le fonti spesso lacunose o contraddittorie, e Ortolani impiega due anni, di ricerche e tentativi, per mettere insieme la sua opera. Quando la pubblica, tensioni sotterranee e venti di guerra serpeggiano in Europa e nel mondo intero, creando inquietanti risonanze. A queste danno voce nel graphic novel alcune figure allegoriche che aleggiano sui campi di battaglia, sopra i reticolati di filo spinato, in mezzo alle cataste di cadaveri mutilati: la Patria, bellissima e leggiadra, che si nutre del sangue dei caduti, e la Morte, che dialoga con Mariani e si fa beffe dell’essere umano, unica tra le creature viventi che mette il progresso al servizio della propria autodistruzione Guarda che questa cosa che più studiate e più inventate nuovi modi per morire è pazzesca. Sincera, io, di mio, ero rimasta alla vecchiaia e alle malattie», p. 73).

Ortolani ribadisce in più passi l’importanza di non dimenticare, non solo chi non c’è più, ma anche come e perché. Solo in questo modo il volume si può far monumento, non sterile e freddo come una stele di marmo, ma pietra d’inciampo, ostacolo a un passo collettivo che sembra sempre più marciare, inconsapevole, verso un baratro (e quanto torna in mente, a questo proposito, l’ultima – profetica – opera di Bansky a Waterloo Place, a Londra!).

Tapum è un romanzo a fumetti prezioso per i suoi temi e per la sua voce, violento ma non spietato, che pone al centro l’umano e lo mostra nel momento in cui prova a resistere con tutte le sue forze, anche se non sempre con successo, alla disumanizzazione. Proprio per questo, propone una chiave di lettura che sarebbe un errore circoscrivere a un singolo evento della prima guerra mondiale.

Carolina Pernigo