Nella mia prima vita sono stata una dilettante, e anche qui nel bosco non sarò mai nulla di diverso. Il mio unico insegnante è ignorante e incolto quanto me, perché sono io stessa la mia unica maestra. (p. 74)
Cosa fareste, se un mattino una parete vi separasse dal mondo e tracciasse nuovi confini – estesi, sì, ma non così tanto – al vostro spazio di movimento? È proprio quel confine – la parete – a dare il titolo a un romanzo enigmatico della scrittrice austriaca Marlen Haushofer (1920-1970). Uscito per la prima volta nel 1963 e ristampato, sebbene non avesse avuto grande successo, nel 1968, è solo negli anni Ottanta che La parete ottiene i giusti meriti. Tanti l'hanno accostato al Robinson Crusoe di Defoe, e non stupisce: la protagonista deve fin da subito imparare a cavarsela per sopravvivere. Però c'è una grandissima differenza, oltre alle tante individuate nell'utile postfazione da Gunhild Schneider: Robinson non è destinato a restare così a lungo da solo.
Andata a trascorrere qualche tempo in montagna nello chalet della cugina Luise e di suo marito Hugo, un mattino l'io narrante scopre di essere rimasta da sola; da subito si insospettisce, perché non è probabile che i suoi parenti si siano trattenuti a dormire in paese, ma ad attenderla c'è ben altra verità. Una parete invisibile, trasparente, la separa dal resto del mondo: lo ha sperimentato a sue spese il cane di Hugo, Lince, un segugio bavarese, che la guarda con il muso insanguinato per essere andato a sbatterci contro, probabilmente più volte.
Non c'è una spiegazione, né la donna si interroga a lungo in merito:
Le cose semplicemente accadono, e io, come milioni di esseri prima di me, vi cerco un significato, perché la mia vanità m'impedisce di ammettere che l'unico significato di un evento consiste nell'evento stesso. Nessun insetto che io calpesto sbadatamente vedrà in questo avvenimento per lui triste un nesso segreto di portata universale. Si trovava sotto il mio piede nell'attimo in cui lo calcavo in terra; una sensazione di benessere alla luce, un breve, acuto dolore, e il nulla. Solo noi siamo condannati a inseguire un significato che non può esistere. (p. 205)
Meglio, invece, spendere le energie per riorganizzarsi, capendo cosa ha a disposizione e adattandosi a ciò che la natura le richiede. E quella che stringiamo tra le mani è la sua cronaca, stesa a partire dagli appunti presi con dovizia di particolari quotidiani su un almanacco trovato in casa. Dunque, siamo davanti alle memorie retrospettive di una donna che ha ancora poche risorse a disposizione, ma sceglie ugualmente di scrivere e di lasciare una testimonianza di quella sua vita improvvisamente diversa da prima.
Non servono molte pagine perché veniamo immediatamente coinvolti nella lotta atavica della protagonista: insieme al cane Lince, arrivano altri animali, come una mucca e una gatta, che fin dai primi tempi le danno sostegno concreto (il latte, ad esempio) e/o affettivo (la gatta si accoccola sempre sul suo letto). È anche vero, però, che questi animali dipendono da lei, e dunque si crea tra loro un legame di mutua dipendenza, che combatte almeno in parte la solitudine. Solitudine che, manco a dirlo, è un sentimento ammansito, ma mai cancellato del tutto:
Non esisteva proprio nulla che potesse distrarmi e occuparmi la mente, non un libro, non un discorso, nessuna musica; nulla. Fin dall'infanzia avevo disimparato a vedere le cose con i miei occhi, e avevo scordato che il mondo un tempo era stato giovane, intatto e molto bello e terrificante. Non potevo ritrovare il cammino perduto, non ero più una bambina, non più capace di sentire e vedere come una bambina; eppure la solitudine, per alcuni attimi senza memoria e senza coscienza, mi aveva portato a contemplare ancora una volta l'immenso splendore della vita. (p. 182)
Eppure la piccola comunità montana lentamente cresce, si adegua al tempo ciclico delle stagioni (durante la lettura, si smarrisce più volte la concezione del tempo), segue con apprensione i raccolti e compie sacrifici per continuare a vivere insieme agli animali. Come si legge nell'interessante postfazione di Gunhild Schneider, «in mezzo al bosco l'io narrante senza nome si è costruito la sua Utopia personale: tutte le influenze esteriori, tramite la parete, vengono tenute lontane dalla micro-società formata dalla donna e dai suoi animali» (p. 241).
Sorprendono i tanti poteri straordinari di questo romanzo. Il primo è che non succede quasi niente di veramente colossale per gran parte del romanzo, eppure si resta avvinti da una quotidianità che, per quanto ripetitiva, "respira" autenticità sulla pagina. Il secondo riguarda il legame quasi insensato che anche noi lettori stringiamo con gli animali del romanzo, veri e propri personaggi, che, pur non essendo dotati di parola, sono pienamente in grado di comunicare con l'io narrante e di sostenerla nei momenti di difficoltà. Il terzo conferma quanto scritto all'inizio: l'enigmaticità, che dapprima suscita tanti interrogativi in noi, è destinata poi a sparire, perché si tratta di uno spunto narrativo funzionale a dirci altro. Ed è proprio in questo altro che si muovono riflessioni sulla natura, ora generosa ora impietosa; sulla morte, inevitabile e pertanto da accettare con rassegnazione (perlomeno quando è dovuta a cause naturali); sulla solitudine, con cui tutti ci misuriamo, prima o poi, ma la situazione potenzialmente claustrofobica della protagonista estremizza qualsiasi nostro pensiero e ci porta, nostro malgrado, a rispecchiarci in lei. Così la sua fatica diventa la nostra; le sue ferite si fanno sentire; la sua meraviglia o la soddisfazione davanti a prodigi naturali e alle sue imprese si palesa davanti ai nostri occhi. Insomma, in una maniera del tutto inattesa perché difficile anche solo da descrivere, la scrittura di Marlen Haushofer cattura e racconta la quieta e turbolenta quotidianità di una donna tornata alla natura, che la plasma fisicamente e interiormente. E l'obiettivo principale, accanto alla sopravvivenza, diventa garantire amore incondizionato e cure costanti a chi lo merita davvero: i suoi animali. E in questo io depotenziato, che agisce per resistere insieme alle avversità c'è una tenacia piena di altruismo che commuove.
GMGhioni
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