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Una famiglia dentro la Storia: "L'eredità del dolceamaro" di Ivan Sciapeconi

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L'eredità del dolceamaro
di Ivan Sciapeconi
Feltrinelli, giugno 2026

pp. 240
€ 18,00 (cartaceo)
€ 10,99 (ebook)

Aveva pensato a se stessa, al coraggio che le era mancato. Sua figlia Violante, la fuggitiva, la rivalle, aveva appena dato alle fiamme il castello della maestria e del decoro, il castello nel quale lei stessa si sentiva reclusa da sempre e nel quale, da sempre, aveva creduto di vivere da regina. Agata aveva avuto improba la certezza che sua figlia non avesse nulla di cui vergognarsi, e che non meritasse il giudizio, il disprezzo, il biasimo. Perché non c'è vero amore che tolleri l'educazione. (p. 57)

I primi decenni del Novecento rappresentano uno dei periodi di trasformazione più profondi della storia italiana. È un'epoca di passaggio, sospesa tra un mondo ancora legato alle tradizioni rurali e una modernità che avanza rapidamente, modificando il lavoro, i rapporti sociali e persino il modo di concepire l'individuo. In questo contesto, le donne vivono una condizione particolarmente complessa: custodi della famiglia e del focolare domestico, sono spesso chiamate a conformarsi a modelli rigidi, che lasciano poco spazio all'espressione dei desideri personali e all'autodeterminazione. La storia della letteratura è attraversata da figure che hanno tentato di sottrarsi a queste imposizioni. Sono personaggi inquieti, spesso giudicati e condannati. Donne che hanno osato desiderare, amare, viaggiare, sbagliare, scegliere, perciò donne che hanno rifiutato di identificarsi con il ruolo assegnatogli

È proprio da questa tensione tra libertà individuale e convenzione sociale che prende forma L'eredità del dolceamaro di Ivan Sciapeconi. Al centro del romanzo troviamo infatti Violante, una protagonista femminile lontana dagli stereotipi della donna docile e obbediente. Curiosa della vita, dell'amore e delle possibilità offerte dal mondo, Violante incarna il desiderio di vivere senza lasciarsi imprigionare dalle aspettative altrui. La sua vicenda personale diventa così il punto di partenza per una riflessione più ampia sull'identità, sull'eredità familiare e sul prezzo che spesso accompagna ogni scelta di libertà.

La storia prende avvio nella campagna modenese, precisamente a Bastiglia, nei primi anni del Novecento, in un mondo ancora molto legato alle tradizioni e ai ritmi della vita rurale. Al centro la famiglia Malavasi, custode di una preziosa acetaia e di un patrimonio che non consiste soltanto in beni materiali, ma anche in valori, memorie e aspettative tramandate di generazione in generazione. La svolta decisiva della vicenda arriva quando nella vita di Violante compare Honoré, funambolo e artista di circo cresciuto senza una vera patria e abituato a considerare il viaggio come una condizione naturale dell'esistenza. Il loro incontro non è soltanto l'inizio di una relazione sentimentale: è il punto in cui due modi opposti di guardare il mondo si sfiorano e si mettono reciprocamente in discussione. Da una parte c'è Violante, profondamente legata alla propria terra e alla storia della sua famiglia; dall'altra Honoré, che sembra appartenere più alle strade percorse che a un luogo preciso. Tra i due nasce un legame intenso, alimentato proprio dalle loro differenze, e attraverso il loro rapporto il romanzo prende vita, aprendosi a una dimensione più ampia che accompagnerà i personaggi attraverso i grandi eventi del Novecento.

Tra le figure che animano la narrazione merita attenzione anche Alfeo, padre di Violante. In lui si riflettono le ambizioni e le inquietudini di un'epoca che sta cambiando velocemente. Se per le generazioni precedenti l'aceto balsamico rappresentava soprattutto una tradizione da custodire, Alfeo ne intravede le potenzialità economiche e commerciali. Attraverso questo personaggio emerge uno dei temi più interessanti del romanzo: il difficile equilibrio tra la conservazione delle proprie radici e la necessità di adattarsi ai cambiamenti imposti dalla modernità.

Con il passare delle pagine, il racconto si sposta sulla generazione successiva, seguendo in particolare il percorso dei gemelli Libero e Ludovico. Cresciuti nello stesso ambiente ma con idee e aspirazioni molto diverse, i due fratelli finiscono per rappresentare le profonde divisioni che attraversano la società italiana di quel secolo. Le loro scelte non vengono mai presentate come giuste o sbagliate in senso assoluto; al contrario, Sciapeconi mostra come dietro ogni posizione politica o ideale si nascondano esperienze personali, desideri, paure e inevitabili compromessi. 

Uno degli elementi più riusciti del romanzo è il modo in cui la dimensione storica si intreccia con quella privata. Guerre, cambiamenti economici e trasformazioni sociali non fanno solo da fondale per l'intera vicenda, ma incidono in maniera concreta sulla vita e sulle decisioni dei personaggi, infatti ciò che accade nel mondo finisce per riflettersi nelle relazioni familiari, nei legami affettivi e perfino nelle incomprensioni tra genitori e figli. 

Anche sul piano stilistico il romanzo riesce a coinvolgere il lettore grazie a una scrittura ricca di immagini e sensazioni. I profumi delle cucine, il lavoro nelle acetaie, il trascorrere delle stagioni e i paesaggi della campagna emiliana contribuiscono a creare un'atmosfera viva. Protagonista dell'intera storia è proprio l'uso simbolico dell'aceto balsamico che non rappresenta soltanto una tradizione di famiglia, ma diventa metafora del tempo stesso. Così come l'aceto richiede anni di attesa prima di raggiungere la sua piena maturazione, anche i personaggi devono attraversare errori, dolori e trasformazioni prima di comprendere davvero se stessi. È un'Emilia, quella del romanzo, molto interessante perché divide il suo ritratto tra mondo contadino e sviluppo industriale. Sciapeconi evita di cadere nella facile nostalgia per il passato, ma allo stesso tempo non idealizza il progresso. Entrambi gli aspetti vengono mostrati nelle loro contraddizioni: la tradizione offre stabilità e senso di appartenenza, ma può diventare soffocante; la modernità apre nuove possibilità, ma porta con sé conflitti e fratture, ed è proprio questa visione equilibrata che rende credibile la narrazione e il contesto in cui si muovono i personaggi.

Forse è proprio qui che si nasconde il significato più autentico del titolo. L'eredità del dolceamaro non è soltanto quella racchiusa nelle botti che attraversano le generazioni, ma quella che ogni vita lascia in consegna a un'altra. Come il balsamico che matura lentamente e conserva in sé il sapore del tempo, anche le vite dei protagonisti si trasformano attraverso le gioie e le ferite, senza mai perdere del tutto la traccia di ciò che sono state. Chiudendo il romanzo, resta la sensazione che nessuna eredità sia davvero fatta di beni materiali. Ciò che sopravvive sono le scelte, i sogni inseguiti o abbandonati, le parole tramandate e gli affetti che continuano a vivere nella memoria di chi resta:

perché in fondo l'amore è così che funziona, come una botte di balsamico, che lascia maturare tutto quello che riceve. (p. 28)

Serena Palmese