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L'angoscia del non esistere dell'uomo moderno: il gioiello narrativo di Paul Nizan

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Antoine Bloyé
di Paul Nizan
Ago Edizioni, aprile 2026

pp. 370
€ 22 (cartaceo)

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Bisogna guadagnarsi da vivere, bisogna fare il proprio lavoro, pensava Antoine, ed erano queste le cose che gli erano sempre state insegnate come verità che nessuno ha mai pensato di mettere in discussione dacché gira il mondo. Ma tutto ciò che avrebbe potuto raggiungere gli scorreva tra le dita come sabbia del mare che si versa nell'ozio delle vacanze: tutto il suo lavoro nascondeva il suo ozio essenziale. Così provava a volte un'ombra di vertigine, come quando si sale, in un sogno, per una scala che gira all'interno d'una cupola senza fine; sentiva che complicate potenze gli impedivano di poggiare del tutto sulla terra, come spetta a ogni uomo. Era invaso da queste inquietudini durante le corte passeggiate della domenica, o del lunedì di paga, e nei brevi riposi a casa. Quelle potenze esistevano; erano certamente altrettanto precise degli oggetti che hanno peso, forma e spina dorsale. E forse avevano perfino nomi e volti umani. Ma non le discerneva; e non poteva, non osava, levarsi contro di loro. C'erano momenti in cui avrebbe voluto abbandonare quella sua esistenza che conduceva per diventare qualcuno di nuovo, qualcuno d'estraneo che sarebbe stato veramente sé stesso. (p. 168)

Che io sia una fan dei romanzi di Ago Edizioni ormai è cosa risaputa, e non fa eccezione questo gioiello di Paul Nizan, autore francese, comunista poi rinnegato, figlio e nipote di ferrovieri, infine morto a soli 35 anni a Dunkerque, nel 1940. Il carattere autobiografico di Antoine Bloyé, pubblicato per la prima volta nel 1933, si riscontra sia nel mestiere del padre e del nonno, sia nella classe di appartenenza della madre, donna benestante. 

La piccola borghesia di cui Nizan faceva parte era causa di inquietudine, e questo romanzo - con cui Nizan tratteggia il ritratto del padre - dà appunto voce alle sue ansie e angosce, al suo sentirsi fuori posto. Ritenuto dalla critica come il primo romanzo francese del realismo socialista fa della lotta di classe e del suo tradimento il suo fulcro centrale, proprio a opera del protagonista, Antoine Bloyé: nasce povero, figlio di contadini ma sveglio, talentuoso, intelligente, e comincia - anche spinto dall'incoraggiamento di amici e parenti - a desiderare di più, a volersi smarcare da un destino che sembra segnato. Si appassiona ai treni e allo sviluppo della ferrovia (anche favorito dal periodo storico, tra la fine del 1800 e l'inizio del 1900 la Francia assiste al boom dell'industrializzazione, anche in campo ferroviario) e dopo una serie di meritevoli e fortunate vicende riesce a impiegarsi nel settore, scalando piano piano la piramide sociale.

Tuttavia, intelligente com'è, comincia anche a capire che - nonostante la fatica e l'impegno - ci saranno sempre dei gradini a lui preclusi e che sono destinati a chi nasce ricco, benestante, borghese. Quella borghesia che vede riflessa negli altri, colleghi che diventano ingegneri, capireparto, responsabili, la vuole per sé

Così Antoine comincia a sentire, ancor confusamente quella sera, seduto davanti alla porta di casa, che il mondo verso il quale i suoi studi lo sospingono, e dove lo trascina un'ingenua ambizione, è un mondo lontano da quello in cui hanno vissuto fin da giovani i suoi genitori. E ne prova come un inizio di separazione. Non si sente più esattamente del loro sangue e della loro condizione; e ne soffre come d'un addio, come di un'infedeltà senza ritorno. (p. 80)

Antoine, come tutti i ragazzini nati poveri, si fa l'idea che libertà sia sinonimo di denaro, che essere ricco equivalga a essere liberi. Perciò il suo conflitto interiore parte qui: vuole diventare qualcuno ma al tempo stesso odia la classe superiore, parteggia per la classe operaia, ha quasi delle aspirazioni sindacaliste, salvo poi tradire passo passo, una briciola alla volta, quel fuoco di ribellione che schiaccia i più svantaggiati. Di fatto, Antoine farà carriera, diventando un uomo a sua volta borghese, ma inetto, spento, dedito al lavoro in modo ossessivo, tanto ossessivo che quasi non riuscirà nemmeno a godersi i privilegi acquisiti: il matrimonio fortunato ma difficile, i figli che arriveranno, la posizione sociale ambita, il potere del comando, le vacanze da riccuncoli, il salotto da tè, tutte quelle piccole conquiste che mai si sarebbe immaginato di ottenere a quindici anni e che fanno di lui un uomo rispettabile, certo, perché parte di un sistema accettato, ma anche un uomo triste, pusillanime, che cerca di soffocare costantemente il malessere di aver scelto una strada che ha tradito la sua natura.

Tutti quei "doveri" che la gente gli propone, quelle seduzioni che gli vengono sciorinate davanti... Nondimeno, bisognerebbe cedervi, oppure resistere e schierarsi dalla parte della vita e di Marcelle... Antoine appare forte esteriormente, ma è anche un uomo incerto e debole. Le lotte più insignificanti lo trovano disarmato. Dice a sé stesso che è fatto per le grandi lotte, ma è precisamente così che ci si consola per le proprie debolezze. Marcelle e il rifiuto di far carriera sono il partito del vento contrario e del cammino difficile. Anne è il partito riparato dal mondo, l'ovatta della quiete, l'aria distesa, i buoni sentimenti e l'approvazione di suo padre e dei suoi capi [...]. (p. 137)

La prima parte del romanzo si conclude col matrimonio di Antoine e Anne. Una delle rinunce che il nostro protagonista compie a favore della sua scalata sociale è quella a Marcelle, probabilmente l'unica donna che abbia mai amato. Profetiche saranno le sue parole: «sei tu che te la prenderai con te stesso un giorno [...] diventare un signore, un borghese... ti annoierai».

Man mano che la vita avanza, Antoine si lancia sempre più nel lavoro fino a farsene assorbire totalmente: sottile è il dubbio che non abbia nemmeno il tempo per pensare a chi è, a cosa vuole davvero, eppure ignora quella voce e continua a produrre come un asino da soma. Qui c'è il tratto capitalista del romanzo, che ho trovato attualissimo: una classe sociale molto trasversale che per favorire lo sviluppo di un sistema al di sopra dei singoli sfavoreggia i singoli stessi. Antoine non ha nemmeno il tempo di chiedersi se sta bene. Lavoro, lavoro, lavoro, peraltro neanche del tutto riconosciuto, e infame, perché il nostro protagonista assaggerà il veleno del tradimento. 

Il mestiere di Bloyé e il sistema ferroviario, sempre più complesso e complicato, come un mostro gigantesco di ferro e fuoco, sono simboli della capacità fagocitante del progresso e del capitalismo: Antoine lo capirà quando dirà: «siamo uomini in serie, in mezzo agli altri» (come noi oggi diciamo «siamo solo numeri»). 

In quei quattordici o quindici anni, non si sarebbe trovato uomo meno cosciente di sé e della propria vita, e meno accorto del mondo, di Antoine Bloyé. Viveva, certo; e chi non vive? Basta avere un corpo ben stagno per imitare gli atteggiamenti della vita. E agiva anche. Ma le molle della sua vita, i moventi della sua azione, non erano in lui. (p. 167)

Antoine, preso dal lavoro e da un'innata inettitudine emotiva, perde ogni occasione di metamorfosi: si lascai vivere, sopravvive, e pur non essendo un uomo cattivo, non possiamo nemmeno dire sia un uomo buono. Semplicemente è consapevole di non essere. Solo più tardi si renderà conto, ormai troppo tardi, di non aver dato tutto quello che poteva. Ma io correggerei il verso "dare" con "prendere".

Il romanzo procede con critiche al matrimonio (anche figlie del suo tempo), al ruolo della donna, alla vita coi figli, al conto degli anni, alla scalata sociale. La seconda parte si chiude con la prima guerra mondiale alle porte. L'avvento del conflitto, che tanto conterà sulla potenza ferroviaria per i suoi sviluppi, causerà conseguenze anche per Antoine. Finalmente e neanche tanto inaspettatamente, la parabola della sua vita subirà una svolta incredibile, facendolo piombare nella depressione e nell'angoscia più nere. Lo dichiareranno "nevrastenico", ma il lettore conosce la verità: la vita gli presenta il conto. 

Ma quelle distrazioni non erano sufficienti a consumare la sua noia e il suo avvilimento.... Aveva più di cinquanta anni ed era tagliato fuori dalle grandi vie aperte dagli uomini, dalla guerra, dagli accessi di febbre che alimentavano le grandi imprese. Il suo passato gli ricadeva d'un tratto sulle spalle. Sentiva all'improvviso la sua grande fatica, e quel che è chiamato il tramonto della vita tormentava il suo gran corpo senza impiego. Pensava all'età che aveva; si diceva che l'età non torna indietro, che il suo viaggio era senza ritorno, e quei pensieri l'esasperavano. L'età si era accumulata e aveva depositato in ogni recesso del corpo e della memoria i suoi sedimenti e i suoi veleni: gli anni si erano addizionati gli uni agli altri, e quella somma si era allungata nel silenzio e nella distrazione. (p. 299)

Antoine, amareggiato e sempre più spento, si rifugia nel mondo dei sogni. Poi i sogni diventano lussuria, la lussuria apatia e infine l'apatia desiderio di morte. La morte e l'ossessione per il pensiero di una vita buttata al vento saranno le compagne fedeli degli ultimi anni del protagonista (classico dualismo eros/thanatos) che, di fatto, perde la testa. I conti della sua esistenza non tornano, è depresso, non ha più uno scopo, tutto gli viene in odio, persino suo figlio che gli sbatte in faccia la sua giovinezza.
Si ammala dell'angoscia del non esistere.

Non era più tanto della morte corporale che Antoine aveva paura, quanto del volto informe di tutta la sua vita, di quell'immagine vana di sé stesso, di quell'essere. decapitato che camminava nella cenere del tempo a passi affrettati, senza direzione, senza mete. Era lui quel decapitato, e nessuno si era reso conto che era vissuto fin dal principio senza testa. Quant'è educata la gente... nessuno gli aveva mai fatto notare che non aveva testa... (p. 369)

Il romanzo si chiude allacciandosi all'incipit, con una conclusione perfetta.

Tendenzialmente, molti dei romanzi di Ago trattano il mal di vivere e gli sconvolgimenti sociali e politici delle epoche in cui sono ambientati, penso ad esempio al ciclo di Salavin di George Duhamel oppure Op Oloop, e Antoine Bloyé forse è quello più attuale di tutti: il capitalismo, la sua capacità di annientamento del singolo, la scalata alla piramide sociale, il malessere di vivere, i desideri non realizzati, la vaga sensazione di aver sbagliato tutto, la voglia di morire. 

Nonostante il romanzo sia stato scritto quasi cent'anni fa, l'autore coglie i paradigmi più essenziali della sua epoca e li rende attuali ancora oggi, pur nascendo privilegiato, ma rinnegando - in modo opposto al suo protagonista - la classe di appartenenza. E in questo ritratto di suo padre ci parla dei pericoli di fare scelte dettate solo dalla voglia di denaro, di potere e ambizione, dei pericoli di mettere da parte i nostri veri desideri per perseguire obiettivi che servono solo agli interessi degli altri. 

Romanzo stupendo, estremamente trasversale.

Deborah D'Addetta