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A Lesbo sulle orme di Saffo, un’isola tra poesia e contemporaneità in “A Lesbo con Saffo” di Elisabetta Garieri

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A Lesbo con Saffo. Mito, splendori e vertigini
di Elisabetta Garieri
Perrone editore, 24 aprile 2026

pp. 128
€ 16,00 (cartaceo)

Con A Lesbo con Saffo. Mito, splendori e vertigini, Elisabetta Garieri accompagna il lettore dentro un viaggio che è letterario e sentimentale. Lesbo è il luogo della memoria di Saffo ed è anche uno spazio simbolico dove il mito dell’antichità continua a intrecciarsi con il presente del Mediterraneo.

Difficile dire a cosa somigli la forma di quest’isola ma, fissando a lungo la mappa dagli antiquati colori fluorescenti che da anni occhieggia sopra alla mia scrivania, ho finito per vederci una farfalla, di profilo, con le ali sovrapposte e lo sguardo rivolto verso la costa anatolica, dove tra l’altro, ci sarebbe l’antica Troia. […] Ai tempi dell’Iliade, e fino alla conquista di Achille, l’isola sarebbe stata sotto l’influenza di Troia. Persino il nome Saffo proverrebbe dall’Asia minore e in particolare dalla Troade. (p. 47)

Mi piace cominciare da questo passo che trovo molto significativo, perché in Lesbo è raffigurata come un’isola sospesa tra Grecia ed Asia Minore. La descrizione iniziale della mappa trasformata in una farfalla introduce subito uno sguardo personale e immaginativo. Non è una semplice osservazione geografica: l’isola viene quasi animata, orientata verso la costa anatolica e verso la memoria di Troia. Da qui Garieri sviluppa un’idea importante, cioè che Lesbo appartenga culturalmente a un Egeo più ampio, fatto di continuità e contaminazioni. Anche il riferimento all’origine asiatica del nome di Saffo rafforza questa prospettiva: la poeta non appare come figura chiusa dentro una grecità compatta e isolata, ma come voce nata in una zona di passaggio, in un Mediterraneo orientale dove mondi diversi si toccano continuamente. Questo passaggio inoltre mostra bene il tono del libro di Elisabetta Garieri: il dato storico non viene separato dalla suggestione narrativa, in quanto il viaggio culturale, la memoria classica e la riflessione contemporanea convivono nella stessa pagina.

Di Saffo abbiamo, si sa, non un canzoniere, ma frammenti di poesia, «granelli» (p. 15) da leggere con pazienza, sensibilità oltre che con competenza filologica, quella che serve per ricostruire «un intero contesto per avanzare ipotesi sul peculiare ordito di relazioni umane a dominante femminile in cui era immersa» (ibidem). In questo modo, precisandolo sin dalle prime pagine, Garieri vuole ricostruire la lettura di quest’isola e lo vuole fare partendo dall’inizio, dal mito, un mito da infrangere.

[…] bisogna sempre partire dall’inizio, mi dico; le radici però non mi sono mai piaciute secche, è bello quando germoglia qualcosa di nuovo. (p. 20),

e il nuovo è costituito da quegli autori e da quelle autrici che hanno seguito i versi della poeta di Mitilene, calpestandone non solo metaforicamente le orme. Il primo in cui ci imbattiamo è il poeta vincitore del Nobel Odisseas Elitis che pubblicò in una sua opera i diversi frammenti della poeta disponendoli a mo’ di collage, lui che amava realizzare collage con materiali diversi, oltre che dipingere. In lui rivivono la stessa centralità della luce, del paesaggio egeo e di quell’intreccio inestricabile tra lirica e desiderio. Attraverso le “rifrazioni» (p. 25) che Elitis vede nella poesia di Saffo, il suo andirivieni da una sponda all’altra, il suo esilio in Sicilia con la sua famiglia, l’autrice dice che

io Saffo la vedo come una figura liminare che si svincola dalla genealogia, ribellandosi all’identificazione con la terra, nella quale più liberamente si specchia: che cos’è infatti la patria, con il suo suolo da celebrare e da difendere, di fronte a ciò che si ama? La portata rivoluzionaria della sua poetica sta tutta qui. (p. 26)

L’amore prima di tutto. Ed è forse proprio da questa centralità dell’Eros, che Garieri continua il suo viaggio, inseguendo voci femminili che hanno riconosciuto in Lesbo un luogo di appartenenza e di libertà. Stavolta si parla non solo delle ragazze del tiaso, ma anche delle scrittrici, le viaggiatrici e le artiste che nei suoi paesaggi hanno cercato una diversa possibilità di stare al mondo. Ed ecco le esperienze di Renée Vivien e della sua compagna Natalie Clifford Barney che al mito saffico affidarono la possibilità di immaginare un’esistenza femminile sottratta alle norme del proprio tempo. Non è un caso allora che attorno al nome di Lesbo si sia raccolta, nel tempo, anche una comunità queer internazionale, attratta non soltanto dalle orme di Saffo ma dall’idea stessa di un’isola che non sottosta alle appartenenze rigide, ma rimane aperta a forme diverse di desiderio e di convivenza.

Il mare che circonda Lesbo non custodisce soltanto miti, memorie letterarie e possibilità di libertà, poiché lo stesso mare è attraversato oggi dai migranti che approdano sull’isola dopo viaggi disperati dalla costa turca. Garieri evita la retorica e lascia che l’attualità scivoli dentro al libro con naturalezza, come un’altra stratificazione della storia mediterranea di Lesbo, ancora una volta terra di passaggio, di approdo.

Così mi è apparsa fin da subito anche la fisionomia dell’isola, dove utopia e distopia convivono su sponde opposte: a ovest, nelle comunità di donne, rivive il mito di Saffo; a est, con le migliaia di annegati, muore il mito dell’Europa. Sì, perché i naufragi senza fine - causati anche dai respingimenti illegali attuati dalle guardie costiere greca e turca - delle persone che cercano di varcare i confini di una politica mortifera, tanto più che in seguito alla dichiarazione dell’Unione Europea e Turchia del 2016, hanno trasformato lo stretto lembo di mare tra Lesbo e il continente asiatico in un cimitero, e parte dell’isola in un grande centro di detenzione a cielo aperto. (pp. 28-29)

C’è un capitolo che mi ha colpito profondamente, quello dedicato a Dimitra, donna trans dell’isola, anche perché tra il profumo di mare, il vociare dei pescatori intenti a pulire le reti, appare l’immagine inedita di una Madonna sirena. La Vergine, con il corpo che si prolunga in una coda di pesce, sembra appartenere allo stesso universo fluido che attraversa la figura di Dimitra. Lo aveva detto Garieri, all’inizio, lei non ama le « radici secche»: io avverto in tutto il libro  non solo il segno del frammento saffico - nell’identità frammentata, nel collage di Elitis, nel paesaggio scabro, nell’etimologia plastica del verbo straziare, nel mito di Orfeo fatto a pezzi dalle baccanti nell’ultimo capitolo - anche quello del divenire, del fluire, come le correnti del mare. 

Marianna Inserra