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Se questo è un uomo... sì lo fu. "Il cammino" di Davide Cappelletti racconta di come sotto una divisa ci possa essere sempre un cuore colmo di umanità

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Il cammino
di Davide Cappelletti
Narrazioni Clandestine, 2026

pp. 105
€ 14,99 (cartaceo)

Storia di un soldato che ha saputo rimanere uomo, umano, anche sotto la divisa. Che è quella della SS. Si potrebbe riassumere in queste poche parole il romanzo di Davide Cappelletti, Il cammino, edito da Narrazioni Clandestine. Romanzo corto, o racconto lungo, che dir si voglia, il testo arriva intenso come un colpo di fucile, nella sua brevità e nella sua potenza.

Aprile 1945, la guerra è al termine, i tedeschi di stanza in Italia ripiegano disordinatamente verso Nord. Leonhard Dallasega, sudtirolese arruolato nelle SS, si trova, insieme a un manipolo di compagni, a Caldiero, nei pressi di Verona, ai piedi delle colline della Val d'Illasi. Davanti a loro una decisione difficile, dalla quale dipende la vita. Come tornare a casa? Nella disfatta generale ogni scelta sembra irta di pericoli. Prendere la via del Brennero? Ma gli americani sono in arrivo, è pericoloso, la via è lunga, si rischia di venire catturati prima. Andare verso Vicenza, dove forse c'è ancora una divisione tedesca? Stessa cosa, via ancora più esposta. Salire su per i Monti Lessini? Sono pieni di partigiani. Insomma, ogni via sembra portare a un unico destino, la cattura e la morte. Proprio adesso che la guerra sembra finire e che più intenso e doloroso si fa il desiderio di casa.

Le ore scorrono senza che nessuno abbia il coraggio di guardare l'orologio. La notte sembra eterna (p. 27)

Io vorrei soltanto tornare a casa, riabbracciare mia moglie, ascoltare le risate dei miei piccoli. non mi importa più di frontiere o comandi, ma soltanto della mia casa. Eppure non posso dirlo. Così sussurro: "Seguirò la strada che porta meno sangue" (p. 19)

Al mattino Leonhard ha deciso, la strada che porta meno sangue, secondo i suoi pensieri, è quella che porta su per le montagne, tra i boschi scuri e le radure silenziose, dove soltanto qualche rara casa colonica si erge tra gli abeti. Incontrerà i partigiani? Il rischio è altissimo, ma Leonhard deve correrlo se vuole tornare nella sua terra, al suo lavoro di contabile, alla sua casa che profuma di polenta, dove Maria e i bambini lo aspettano. E se incontrerà i partigiani farà leva sulla loro umanità, d'altronde anche lui è un uomo, la sua divisa non lo rappresenta, o almeno, non basta a raccontare chi è.

Ancora non lo sa, ma sarà quella divisa stessa a tradirlo. Imboccata la strada dei monti, Leonhard, a un certo punto, incrocia un uomo, intento a spaccare legna davanti alla sua casupola di pietra. Mentre tenta di scambiare la sua bicicletta da postino di guerra con un paio di pantaloni e una giacca, abiti civili per "tornare a sembrare quello che sono sempre stato: una persona. Non una divisa" (p. 53), improvvisamente irrompe una colonna di paracadutisti tedeschi, "in ordine serrato, con i fucili in spalla e lo sguardo duro di chi sa ancora obbedire" (p. 54). Non ci mettono molto i tedeschi a capire quello che sta succedendo e in capo a due minuti Leonhard è stretto in mezzo alla colonna, costretto a marciare. Prigioniero. La sua sorte sarà decisa da qualche ufficiale. Ma è pur sempre un SS, uno di loro, e, forse, non c'è prova che stesse tradendo. Durante la marcia forzata su per le montagne, a un certo punto, in mezzo alla strada compaiono tre uomini, arrivati fin lì per provare a fermare la colonna. Sono un forestale, un civile e un prete, con la sua tonaca nera, che implora i soldati tedeschi di lasciare in pace quei piccoli paesi, di non uccidere la gente, anche i partigiani li lasceranno passare. Purché non mettano a ferro e fuoco i villaggi. Ma in tempo di guerra, nessuno si fida di nessuno, e anche il sacerdote viene fatto prigioniero, dopo che gli altri due sono riusciti rocambolescamente a fuggire, e costretto a marciare con la colonna.

Da quel momento il destino di Leonhard e quello di don Domenico, così si chiama il sacerdote, saranno legati. Prevarrà l'umanità che alberga nel cuore di ogni uomo, anche se soldato, o la legge della guerra sarà più forte? Lo si scoprirà soltanto nell'ultima pagina del romanzo (un consiglio, non leggete prima la prefazione, tenetela per dopo, quando sicuramente ne vorrete sapere di più).

Il resto del libro racconta il faticoso cammino che porterà i tedeschi e il sacerdote a un bivio, vero e metaforico, tra due sentieri e tra due strade, quella dell'umanità o quella della cieca violenza. Una marcia forzata fatta di inciampi, cadute, spinte, colpi con il calcio del fucile nella schiena per costringere a rialzarsi quel povero sacerdote non avvezzo al cammino dei soldati, fatica, sudore, paura. Tutto il racconto ci tiene legati alla marcia degli uomini, non ci sono presenze femminili, se non fugaci o evocate nel ricordo, e noi lettori, passo dopo passo, caduta dopo caduta, arranchiamo verso quel bivio dove tutto si deciderà.

La scrittura (pur non priva di qualche piccola debolezza qua e là, qualche ripetizione, qualche accenno forse un po' retorico, qualche forzatura, ma di poco conto), ha la capacità di costruire un pathos crescente che convince. Fin dalle primissime pagine, che regalano un inizio quasi poetico, dove la prosa si trasforma in versi. Piena di a capi e frasi brevi che seguono il ritmo della marcia dei soldati. Ragazzi giovanissimi, ventenni che dovrebbero pensare al primo amore, non ad ammazzare un nemico. Un altro ragazzo, a sua volta. La vicenda è narrata in prima persona da Leonhard stesso e noi guardiamo il sentiero, i boschi, i sassi, gli alberi, il cielo attraverso i suoi occhi, ascoltiamo i secchi ordini in tedesco attraverso le sue orecchie e soprattutto riflettiamo attraverso i suoi pensieri. Che sono tutti tesi e concentrati verso un obiettivo: restare umano.  E l'immenso protagonista di questa ricerca, di questo sforzo è don Domenico che, agli occhi di Leonhard, diventa un eroe. Un eroe che ammette la sua paura, il terrore della morte possibile, il il rimpianto per chi potrebbe non vedere mai più, ma che procede a fatica, passo dopo passo, sorretto da una forza immensa, quella della fede, e soprattutto quella dell'umanità. Una luce che basta a spezzare l'oscurità. Come un fiammifero, che non basta a scacciare la notte, ma dimostra che la luce esiste.

Un romanzo che non si dimentica e che induce a riflettere fino a che punto l'umanità insita in ognuno di noi può distendersi e toccare l'infinito.

Mi chiamo Leonhard Dallasega. Porto la divisa delle SS, ma quella stoffa non basta a dire chi sono. Prima di tutto, io sono un uomo (p. 13).

Ps. Il romanzo è tratto da una storia vera, quella del soldato Leonhard Dallasega e del sacerdote don Domenico Mercante, parroco di Giazza, un manipolo di case vicino ad Ala, e si lega a un progetto interregionale che valorizza i luoghi della memoria e al docufilm Il cammino, realizzato da Giovanni Montagnana.

Sabrina Miglio