Disobbedienza e democrazia è un saggio in cui Howard Zinn non si limita a raccontare alcuni momenti della storia americana. Piuttosto, sembra usare quegli episodi per fare qualcosa di più diretto, quasi urgente: interrogare il presente, mettere in discussione il nostro rapporto con il potere, con la responsabilità, con la coscienza.
Fin dalle prime pagine è chiaro che non c’è alcuna pretesa di neutralità. Zinn prende posizione, ma lo fa senza rigidità, entrando nelle contraddizioni della storia invece di semplificarle. Il Sud degli Stati Uniti, ad esempio, viene descritto come uno spazio ambivalente, difficile da ridurre a una sola definizione:
«Il Sud è ancora il posto più tremendo d’America. Per questo è pieno d’eroi. Il Sud è mostruoso e meraviglioso al tempo stesso.» (p. 19)
In quella frase c’è già tutto: la violenza e la possibilità, l’oppressione e la resistenza che convivono. Quello che colpisce è il modo in cui Zinn scrive. Non osserva da lontano, non analizza a freddo. È dentro ciò che racconta. Le proteste, le marce, le repressioni non diventano mai episodi isolati o celebrativi, ma momenti inseriti in un processo più ampio, fatto anche di esitazioni, di paura, di dubbi. Ed è proprio su questo che insiste: la paura c’è, è reale, ma può trasformarsi:
«Più gente partecipava, più la paura diminuiva Decisero quindi che il 7 ottobre avrebbero fatto in modo di portare al palazzo di giustizia centinaia di persone intenzionate a iscriversi ai registri elettorali. Man mano che il Freedom Day si avvicinava, ogni sera si tenevano grandi raduni e le chiese straripavano di persone.» (p. 83.)
È una frase semplice, ma dice molto. Dice che il cambiamento non è solo politico, è anche emotivo, collettivo, condiviso. A un certo punto, però, il discorso si sposta su un nodo centrale, quello dell’obbedienza. Ed è qui che Zinn compie uno scarto interessante. Non è la disobbedienza a essere problematica, come spesso si pensa. Il vero problema, suggerisce, è l’obbedienza stessa, quando diventa automatica, non pensata:
«E anche il nostro tema è sottosopra. Dire che il nostro tema è la guerra è come dire che il nostro problema è la disobbedienza civile. Questo però non è il nostro problema. Il nostro problema e l’obbedienza civile.» (p. 307)
È una frase che ribalta una prospettiva molto radicata. L’idea che seguire le regole sia sempre la scelta giusta viene messa in discussione, soprattutto quando quelle regole permettono al potere di agire senza essere mai davvero contrastato. Accanto a queste riflessioni più esplicite, ce ne sono altre più sottili, che passano attraverso episodi apparentemente secondari. Il racconto dell’infanzia, ad esempio, o della scoperta della lettura:
«Dall'età di otto anni lessi qualunque libro riuscissi a scovare. Il primissimo fu uno che avevo raccolto per strada; le pagine iniziali erano strappate, ma non aveva importanza. Era Tarzan e i gioielli di Opar. Da quel momento in poi diventai un patito di Edgar Rice Burroughs, non solo dei suoi libri su Tarzan, ma anche delle altre storie fantastiche: Gli scacchisti di Marte, che raccontava di come i marziani combattessero le guerre, con soldati, a piedi o a cavallo, che eseguivano le mosse degli scacchi; Il cuore della Terra, su una strana civiltà che viveva al centro del pianeta.» (p. 167)
Potrebbe sembrare un dettaglio, e invece no. È lì che si intravede come nasce una coscienza, come si forma uno sguardo capace di interrogare il mondo. Non nei grandi eventi, ma nelle esperienze quotidiane, in ciò che lentamente costruisce un modo di pensare. La scrittura di Zinn è chiara, ma non nel senso di semplificata. È chiara perché vuole essere condivisa, accessibile, vuole raggiungere il lettore, non allontanarlo. Vuole riuscire ad accendere quel pensiero critico come i libri hanno fatto prima con lui. Non c’è il linguaggio chiuso dell’accademia, ma nemmeno una banalizzazione del discorso. Al contrario, la complessità resta, solo che viene attraversata in modo più diretto, più leggibile, spesso attraverso esempi concreti che rendono visibile ciò che altrimenti resterebbe astratto. Man mano che si procede, diventa evidente che per Zinn la storia non è qualcosa di concluso. Non è un racconto già scritto. È un processo aperto, in cui ogni scelta conta. Anche quella di non scegliere, in realtà, è una scelta. E proprio per questo la disobbedienza assume un valore che va oltre la politica: diventa una questione etica. Non un gesto eccezionale, ma una possibilità necessaria per evitare che la democrazia si svuoti. Alla fine, Disobbedienza e democrazia non dà risposte definitive, e forse è proprio questo il punto. Non indica una strada precisa, non costruisce un sistema chiuso. Piuttosto, lascia delle domande. E tra tutte, una resta lì, inevitabile: fino a che punto siamo disposti a metterci in gioco di fronte all’ingiustizia?
Alessia Alfonsi
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