Jacopo Iannuzzi, in Siro, costruisce una narrazione che, fin dalle prime righe, si muove in una zona incerta, sospesa tra visione e materia, tra memoria e perdita dell’identità. L’incipit non accompagna il lettore, lo getta direttamente dentro lo smarrimento:
«Mi sveglio, ma non ricordo niente. Mi tocco la faccia, il collo, le braccia ferite.» (p. 9)
Il corpo diventa l’unico appiglio possibile, ma è un appiglio fragile, instabile, già compromesso. Non c’è orientamento, non c’è un prima o un dopo riconoscibile, solo una coscienza che prova a rimettersi insieme partendo da frammenti, come se qualcosa fosse già accaduto e avesse lasciato dietro di sé solo resti. Questa sensazione si estende subito allo spazio circostante. Il paesaggio non è soltanto un ambiente, è una condizione mentale, qualcosa che riflette e amplifica la frattura interna:
«Una nebbia giallastra avvolge i pochi muri rimasti in piedi, mentre ricade sulla strada un pulviscolo leggero, amaro sulle labbra.» (p. 9)
La città appare come un organismo collassato, più che distrutto. Non è più abitabile, ma nemmeno del tutto scomparso. Rimane lì, come un residuo. E in quel residuo si muove anche la narrazione, che non segue una linea precisa ma procede per immagini, per accumuli, per scarti che non sempre trovano una ricomposizione. Dentro questo scenario, il rapporto tra Siro e Bordel sembra offrire un punto di tenuta, ma è una stabilità solo apparente.
Anche il loro legame è attraversato da una tensione continua, quasi irrisolvibile.
Qui il linguaggio smette di essere uno strumento di espressione e diventa qualcosa di più ambiguo, quasi un dispositivo di controllo. La guerra, in questo contesto, non è mai davvero definita come evento storico. Rimane sullo sfondo, ma soprattutto si impone come condizione esistenziale. È il tentativo, forse disperato, di dare un senso a ciò che senso non ha. Il gesto estremo, quello di sacrificarsi per sentirsi parte della Storia, perde qualsiasi aura eroica e assume piuttosto i contorni di una risposta al vuoto. Un vuoto che non trova altre forme, altre possibilità di essere elaborato.
E anche questa tensione verso qualcosa di assoluto finisce per incrinarsi, per ridursi a qualcosa di fragile, quasi già destinato a disfarsi. La scrittura di Iannuzzi funziona proprio in questa oscillazione continua. Da una parte c’è un linguaggio molto concreto, fisico, che insiste sui dettagli, sulle sensazioni, sulla materia. Dall’altra ci sono aperture più liriche, ma non sono consolatorie, non servono a lenire, semmai rendono ancora più evidente la distanza tra ciò che si immagina e ciò che si vive davvero.
Ne nasce una prosa che incalza, lasciando il lettore senza respiro, che costringe a restare dentro l’instabilità, senza possibilità di prendere distanza. Anche le scene di violenza e di prigionia si inseriscono in questo stesso movimento.
Sono episodi che si susseguono spesso, come se fossero una naturale estensione di quello stato di disgregazione che attraversa tutto il romanzo.
Il pericolo si percepisce prima ancora di essere narrato, si deposita nei corpi:
«Sento tre colpi, poi un fracasso. Le guardie rispondono al fuoco. Sento una lama che taglia la corda, poi delle mani afferrarmi e tirarmi oltre una coltre di polvere.» (p. 39)
Anche il tempo perde consistenza, si contrae, diventa una sequenza di attimi compressi, senza sviluppo. Alla fine, quello che resta è un romanzo che non cerca di spiegare, e forse nemmeno di chiarire. Espone, piuttosto. Mostra frammenti, immagini, voci, lasciando che il senso emerga, se emerge, in modo sempre provvisorio. Siro si muove costantemente su questa linea borderline, tra presenza e scomparsa, tra desiderio di assoluto e impossibilità di sostenerlo. E proprio nel suo essere così instabile, riesce a restituire ciò che è, invece, riconoscibile, una difficoltà profonda, contemporanea, nel cercare di trovare un orientamento.
Alessia Alfonsi
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