No, non ha tempo da perdere, neanche un minuto. Vuole andare avanti, deve lavorare. La sua giornata è piena di impegni di ogni genere, tutti incastrati gli uni sugli altri. A malapena resta un buco microscopico per riprendere fiato ogni tanto. Lavoro. Una parola dura. Gilgi la ama per la sua durezza. (p. 28)
Gilgi ha ventun anni: ogni mattina si alza, fa i suoi rigorosi esercizi ginnici, una doccia fredda e va al suo lavoro di segretaria nel quale è precisa ed eccelle. Vive con i genitori, ha una mansardina in affitto dove va a studiare lingue e disegnare e cucire i suoi modelli di abiti. Sogna di andarsene e di costruire una carriera. L'amore è fatto di flirt e divertimento senza eccessivo coinvolgimento. Un giorno, però, conosce Martin, scrittore spiantato e convinto che la vita sia fatta per essere attraversata al di sopra delle proprie possibilità e trascina Gilgi nel suo gorgo di sensualità.
Se questa fosse una storia americana degli anni Novanta, sarebbe uguale a molte altre; ma Gilgi, una di noi di Irmgard Keun esce nel 1931 e la protagonista vive nei disastrosi anni della Repubblica di Weimar dove avere un lavoro, per una donna, è tutt'altro che scontato e dove una relazione come quella tra Gilgi e Martin vuol dire alienarsi l'affetto di chi ci ha voluto bene per tutta una vita.
Le personagge di Keun non sono mai piaciute alla censura. Gilgi e Doris, la protagonista del romanzo Doris, la ragazza misto seta, hanno fatto la stessa fine: rogo per il Terzo Reich, censura mutilante per le edizioni italiane. Non si fatica a comprendere il perché: quelli che per noi, senza il contesto di riferimento, sembrano conflitti già visti e già sentiti – ricerca di indipendenza, dubbi sulla maternità –, sono alla base delle rivendicazioni femminili degli ultimi cento anni. Gilgi è la prima eroina di Irmgard Keun e ci viene presentata come quanto di più lontano dal modello femminile apprezzato dell'epoca. Teutonica nella sua disciplina quotidiana, in termini relazionali e sentimentali, ha come modello la coppia di genitori.
I coniugi Kron si sono rispettabilmente annoiati fino alle nozze d'argento. Ci si ama e ci si è fedeli: un dato di fatto che ormai appartiene alla quotidianità e che non ha più bisogno di essere discusso o sentito. Riposa ben impacchettato – e anche un po' ingiallito – insieme all'argenteria delle nozze nella credenza del diciannovesimo secolo. (p. 25)
L'arrivo della maggiore età, i ventun anni, scardina questo rigoroso equilibrio: da un lato, i rispettabili genitori le annunciano, senza troppe cerimonie o spiegazioni, che lei è stata adottata in quanto figlia illegittima; dall'altro, Olga aggiunge ulteriore colore alla sua vita presentandole Martin, scrittore bohémien (chissà se è possibile pensare, narrativamente, a scrittori che non siano anche campioni di sregolatezza?), che la trascina nel mondo dell'amore sentimentale e sessuale. Da quel momento, tutto cambia e la vita di Gilgi assume un andamento sempre più veloce e quasi isterico nella sua visione del mondo.
La sua ordinata quotidianità non le appartiene più: ogni impegno che si interpone tra lei e il successivo incontro con Martin è visto come un ostacolo tanto che, quando perde il lavoro, le sembra di potersi dedicare solo alla sua relazione. Le visite a Olga si diradano, come capita quando una relazione è così totalizzante da non permettere l'accesso di altri nella diade felice che si è creata. Il suo studio e i progetti per il futuro vengono accantonati. La ricerca della madre biologica la tira in due direzioni: da un lato, la miseria di una sartina per signore; dall'altro, la ricchezza di una «donna da rivista» (p. 285) che ha dovuto nascondere una gravidanza scandalosa. E, di sfondo a tutto questo, lo sfacelo economico che la Repubblica di Weimar e le condizioni di chiusura della Prima Guerra Mondiale hanno imposto alla Germania e che si incarnano nella realistica e tragica figura di Hans, amico d'infanzia di Gilgi.
«Non dovrebbe esserci amore al mondo, Gilgi» (p. 232) le dice: perché, per lui, l'amore ha significato avere più figli di quanto non potessero permettersi. I debiti stanno strozzando lui e la moglie, e si è ridotto a vendere cera per pavimenti porta a porta. Come può una situazione simile – storica e personale – non spingere Gilgi a interrogarsi sulla maternità, sulla necessità del matrimonio, addirittura sulla moralità di portare avanti una gravidanza in condizioni economiche precarie? In un mondo dove la sacra triade del Kinder, Kuche, Kirche (bambini, cucina, chiesa) sta per limitare nuovamente gli orizzonti della condizione femminile, non sorprende che Gilgi sia finita sui roghi di epurazione culturale.
Gilgi, una di noi è un romanzo che ebbe grande successo tra il pubblico per la presentazione di una personaggia che rifiutava il confine dell'ambiente domestico e di cura, che coltivava la propria indipendenza anche a fronte di un po' di sano egoismo. L'ambientazione e l'epoca di pubblicazione lo rendono un testo d'avanguardia, il terreno di semina di molte delle storie di ricerca e riscatto femminili che sarebbero venute nel secolo successivo. Keun ben sapeva che le Gilgi avrebbero lottato per lungo tempo, e ancora stanno lottando. D'altra parte, lei è una di noi.

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