Il crimine del paradiso
… per un gioco crudele del destino, la morte doveva coglierla in una notte d’estate, in mezzo ai profumi di ginepro e ai canti delle cicale. (p. 317)
Non è la prima volta che Guillaume Musso ambienta un romanzo in Costa Azzurra: così era per La ragazza e la notte (2018) e per Qualcun altro (2024) e così è anche per Il crimine del paradiso, l’ultimo suo lavoro, che esce oggi per La nave di Teseo, nella godibile traduzione di Sergio Arecco.
In questa occasione, è già il titolo a suggerire il contrasto, particolarmente efficace a livello letterario, tra uno scenario edenico e la brutalità dei delitti che vi si consumano.
Al centro del libro infatti è «un caso esplosivo» (p. 31), «un’indagine fuori norma» (p. 36): il rapimento del piccolo Oscar, che si consuma nel giugno del 1928 nella meravigliosa villa in cui il bimbo di appena tre anni vive durante la stagione estiva con la sua famiglia.
I genitori, Florence e Julian Livingstone, americani, ricchissimi e molto famosi nei dintorni di Cap d’Antibes, nella loro avveniristica dimora – dal nome parlante di Starlight – ospitano abitualmente varie celebrità del mondo dell’arte, della letteratura, del cinema e dello sport, vivendo all’insegna di una illuminata modernità.
La loro immagine di felicità e perfezione è però solo apparente: la sparizione di Oscar mette subito a nudo tutte le falsità e le fragilità che si nascondono dietro di essa, consentendo all’autore di sfruttare al massimo una delle regole auree del thriller-giallo, il classicissimo ‘nessuno è quello che sembra’.
Le complicate indagini sono affidate al commissario Joseph Lèques, ex insegnante affetto da periodiche e violente crisi nervose, che gli derivano dall’esperienza della vita in trincea durante la prima guerra mondiale.
Combattente nelle battaglie della Somme e della Marna, nonostante siano passati ormai dieci anni dalla fine del conflitto, Lèques continua a soffrire di una fortissima sindrome da stress post traumatico, che lo debilita fisicamente e psicologicamente e lo rende prigioniero del passato, incapace di emanciparsi:
Era un uomo perso in quell’epoca; un uomo perso per quello’epoca. Qualunque cosa capitasse, sarebbe rimasto per sempre un uomo della Grande Guerra, ovvero un uomo del passato […]. La sua vita si era fermata al 1914. Dopo quella data fingeva di vivere. (p. 251)
Dalla fine della Grande Guerra, a intervalli regolari, tornavano a manifestarsi in lui i demoni di sempre […] L’angoscia aveva il colore grigiazzurro del cielo della Mosa, l’inquietudine delle pianure della Champagne, la forza dei paesaggi del fronte orientale. (p. 19)
Il primo, autore di Tenera è la notte, ambientato nello stesso contesto di Antibes, ispira le atmosfere e i rapporti non sempre ‘leciti’ tra i protagonisti; la seconda influenza largamente il meccanismo narrativo e investigativo: l’indagine è concentrata su un numero chiuso di personaggi, ognuno dei quali ha qualche segreto da nascondere e un plausibile movente.
Agatha Christie rivive inoltre nella figura di Agatha Harding, donna «a un tempo cerebrale e sensuale» (p. 266), «tornado capriccioso» (p. 267), scrittrice di gialli di successo, definita dai media e dalla critica ‘la regina del crimine’, frequentatrice sia della Costa Azzurra sia di Villa Starlight e aiutante del commissario nel corso dell’inchiesta.
Se, come si diceva, il personaggio di Lèques consente di cogliere tra le righe una ferma condanna della guerra e delle sue devastazioni («la guerra ha i suoi postumi, ancora e sempre», p. 355 ), la presenza di Agatha Harding assicura al romanzo una fortissima componente metanarrativa (anzi, lo trasforma in un vero e proprio metalibro).
Nei loro frequenti scambi di battute (il dialogo è la modalità narrativa prevalente del testo in generale), il commissario e la giallista affrontano spesso argomenti che riguardano il rapporto tra la realtà e la finzione, tra la vita e la letteratura; parlano di scrittura e di codici letterari; dibattono sul ruolo e sulle aspettative dei lettori.
Tra le pagine, del resto corredate di disegni, foto d’epoca e articoli di giornale, è possibile leggere per intero anche Le venti regole del romanzo poliziesco pubblicate (veramente) su «The American Magazine» proprio nel 1928 da S. S. Van Dine. La regola n. 15 recita:
La soluzione del mistero deve essere evidente nel corso dell'intero romanzo, sempre ammesso che il lettore sia abbastanza perspicace per intravederla subito. (p. 94)
Saremo dunque in grado di provare la nostra perspicacia e di svelare l'identità il colpevole prima della conclusione? Nel dubbio, Musso ci lascia un altro, interessante suggerimento:
«Se la mia indagine obbedisse alla logica dei suoi romanzi, chi sarebbe il mandante del rapimento di Oscar?» «La persona che il lettore sospetterebbe di meno» (p. 172)
ElideStagnetti
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