Per ogni alunno che va messo in guardia da una sensibilità eccessiva e morbosa, tre necessitano di essere ridestati dal sopore d'una fredda volgarità. Compito di un educatore moderno non è abbattere giungle, ma irrigare deserti. (p. 22)
Fresco dell'inizio di pubblicazione del racconto satirico epistolare Le lettere di Berlicche, membro fondatore degli Inklings e, di lì a pochi anni, celebre autore di libri per l'infanzia con la saga delle Cronache di Narnia, Clive Staples Lewis, nel 1943, sale in cattedra al King's College di Newcastle per tenere un ciclo di conferenze. Partendo dalla disamina di un libro di grammatica per gli ultimi anni delle scuole elementari, Lewis affronta tre grandi argomenti: l'importanza dell'educazione, i principi morali universali di ciò che lui chiama Tao e l'abolizione dell'uomo, ovvero della perdita di presenza e controllo dell'essere umano divorato dalla tecnologia e dal bisogno di un ipotetico potere. Non fatevi ingannare dallo smilzo volumetto da poco pubblicato da Adelphi con la traduzione di Edoardo Rialti: l'ingresso nell'armadio che portava a Narnia è di minore portata rispetto allo sconfinato mondo di elaborazioni sociali e filosofiche dell'autore.
Non credo che i due autori (perché di due si trattava) avessero cattive intenzioni, e devo ringraziarli, o ringraziare il loro editore, per l'invio della copia omaggio. Al tempo stesso niente di buono potrò dire al loro riguardo. (p. 11)
Lewis non doveva essere una persona che si nascondeva dietro falsi complimenti quando aveva un'opinione poco benevola. Tizio e Caio, così chiamati gli autori del Libro verde per tutelare la loro privacy, sono responsabili di aver scritto un libro di grammatica e letteratura pensato per gli ultimi anni delle scuole elementari. Attraverso quelli che Lewis ritiene essere teorie raffazzonate, esempi scorretti e una totale mancanza di letteratura a supporto delle loro affermazioni, gli autori, pur senza intenzioni malvagie, stanno rovinando una generazione di alunni. Impiantando in loro il disprezzo per i valori tradizionali, così in voga nel periodo tra le due guerre, portano loro a credere che tutte le emozioni siano disprezzabili in quanto tale. Stanno creando quindi esseri solo superficialmente pensanti, incapaci di distinguere il bello e il sublime, volti come sono a una cieca razionalità. Questa tendenza, che non è solo del Libro verde, ma anche di quello che viene definito Libro di Orbilio e che incarna la didattica del periodo, porta alla seconda conferenza e al secondo punto.
Il risultato pratico di una educazione nello spirito del Libro verde non può che essere la distruzione della società che la accolga (p. 35)
Così inizia La via, la seconda conferenza, che affronta il Tao e il suo naturale nemico: l'Innovatore che non risponde ai sentimenti, in quanto irrazionali, ma che trova la sua via nell'Istinto. L'Istinto, per esempio, all'egoistico desiderio di sopravvivere invece di sacrificarsi per gli amici e per il bene della propria nazione come viene richiesto in tempo di guerra. Per Lewis, questi istinti, oltre a essere disparati e in conflitto tra loro – «Dire di obbedire all'Istinto è come dire di obbedire alla "gente"» (p. 45) – non possono prescindere, che lo si voglia o no, dal Tao laddove il Tao è l'insieme dei valori tradizionali. «È l'unica fonte di tutti i giudizi di valore. Se la si rifiuta si rifiutano tutti i valori. Se un singolo valore è preservato, essa è preservata» (p. 54). Paragonata a una ribellione dei rami contro l'albero, il Tao è riconducibile a ogni filosofia e cultura con i principi di dovere filiale, preservazione della discendenza, fedeltà coniugale, dovere verso il proprio Paese. Nel leggere questa conferenza, è sempre bene tenere a mente il contesto storico in cui è stata pronunciata – un impero britannico che si opponeva alla terrificante minaccia nazista – e le forti motivazioni religiose di Lewis che si dimostra molto manicheo nei suoi pareri, al pari di un padre della Chiesa.
La rivolta al Tao porterà l'uomo a distruggere sé stesso, e questo porta alla terza conferenza, eponima del titolo del volume: L'abolizione dell'uomo.
Ogni nuovo potere conquistato dall'uomo è anche un potere esercitato sull'uomo. Ogni passo avanti lo lascia al tempo stesso più debole e più forte. In ogni vittoria, oltre a essere generale vittorioso, egli è anche il prigioniero che segue il carro trionfale. (p. 68)
Partendo dal concetto che l'Uomo, in quanto genere unito, non possa sconfiggere la Natura, nonostante le presuntuose dichiarazioni in tal senso, porta a riflettere sul fatto che alcuni uomini, detentori di mezzi, eserciteranno il loro dominio sulla maggioranza degli uomini. Il «così voglio» sorpasserà e stroncherà il «ciò è buono» (p. 74). In un mondo, quello attuale, in cui la maggior parte della ricchezza è accentrata nelle mani di una piccolissima percentuale di persone, il discorso sembra rilevarsi premonitore. Tra il o tempora, o mores e il conflitto Uomo-Natura che affligge l'umanità sin dalla scoperta del fuoco, in questa conferenza si scopre un discorso universale, premonitore in quanto onnipresente. Lewis, in questo, avrebbe trovato interessante discutere con Giovannino Guareschi che nel racconto "Le colpe dei padri" apparso su Candido nel 1960 faceva riassumere le motivazioni del Ventennio e della guerra proprio nell'allontanamento dal Tao. «Mettiamoli sul conto di un'ipotetica umanità che ha perso il senso della carità cristiana», suggerisce don Camillo nel racconto.
Tutto il volume è strutturato come una dissertazione filosofica, con solida logica e citazioni puntuali, tali da non lasciare scampo a un ipotetico interlocutore. Nell'approccio a questo testo, è importante però tenere a mente ciò che la prima conferenza ci esorta a fare: coltivare lo spirito critico ed educare al ragionamento. In ciò, l'educazione dei primi anni scolastici è fondamentale. Aggiungo, è anche importante non cadere nella trappola del dicotomico "o nel Tao o fuori dal Tao". Ma, forse, faccio già parte della categoria degli Innovatori e non me ne sono mai resa conto.

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