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Un romanzo doloroso che affronta la dicotomia andarsene/restare: cosa siamo disposti a sacrificare in nome dell'amore?

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Andarsene
di Roxana Robinson
Fazi Editore, gennaio 2026

Traduzione di Enrica Budetta

pp. 396
€ 19 (cartaceo)
€ 9,99 (e-book)

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Sarah non vuole parlare di quello che sta succedendo; non sa neanche bene cosa sia. Non era sua intenzione iniziare a frequentare un uomo sposato. È un tradimento della sorellanza? Ma tenere al sicuro il matrimonio di Warren non è una sua responsabilità. È Warren a esserne responsabile, non lei. E più sente parlare di Janet, più pensa che Warren non dovrebbe stare con lei. All'inizio, quando sentiva parlare di lei, pensava a loro due come a una coppia. Adesso però si sente sempre più connessa a Warren, come se la coppia fossero loro due. Adesso non riesce a immaginare Warren con Janet. Il suo paesaggio morale è cambiato. Adesso quello che sta facendo le sembra giusto. (pp. 106-107)

Aspettavo di leggere questo romanzo da quando è stato annunciato: Roxana Robinson, autrice di undici libri ed esperta d'arte, torna in libreria con un romanzo intenso che promette, fin dalla sinossi, una lettura forte e drammatica, concentrata su dinamiche famigliari così comuni - eppure straordinarie - da toccare le esperienze di molte persone.

L'intreccio è semplice, quasi minimalista: Sarah e Warren, fidanzati da ragazzi ai tempi degli studi, si lasciano per un motivo apparentemente banale, poi si incontrano di nuovo a distanza di quarant'anni in un teatro di New York. La fiamma della passione si riaccende e così i due ricominciano a frequentarsi: ma, anche se Sarah è libera - divorziata e vedova - Warren non lo è. È sposato con Janet e ha una figlia che adora alla follia, Kat.

I primi capitoli dunque raccontano questo rapporto tenero, passionale, che rimescola le carte in tavola: Sarah scava nel passato, il suo e quello della sua famiglia, soprattutto il rapporto con sua madre Carola, e si rende conto che la decisione di lasciare Warren, a suo tempo, è stata frutto della sua avventatezza, del suo pregiudizio. Warren, dal canto suo, sembra non aver mai smesso di amare Sarah e la sua rinnovata vicinanza gli fa comprendere che la vita con sua moglie Janet è miserabile.

Warren ha la sensazione di venire sollevato, si sente liberato, lontano. Adesso Sarah gli riempie completamente la testa. Perché aveva sposato Janet? Quando Sarah glielo aveva chiesto, aveva sentito il suo matrimonio avvolto intorno a sé come una pelle, stretta e soffocante. Non si è mai permesso di pensare di andarsene. (p. 81)

Le declinazioni di questa parola che dà il titolo al romanzo, andarsene, sono molteplici: Sarah che chiede il divorzio a suo marito, tempo prima, Warren che pensa di chiedere il divorzio a sua moglie Janet, i figli di entrambi che si staccano dal nucleo famigliare originario per farsi la propria vita. E come tutte le parole, anche andarsene ha un suo contrario, ovvero restare. Sì, perché il vero fulcro della storia non gira intorno a personaggi che decidono di mollare, di allontanarsi, di abbandonare, ma l'esatto opposto, restare per mantenere la parola data, l'interezza del proprio onore.

È proprio il caso di Warren, un uomo che dà valore alla parola data, alle sue promesse, e che in virtù del mantenimento ostinato di queste promesse causa la sua stessa infelicità. Il suo contraltare è la famiglia: Janet, una donna frivola, ignorante, lontani anni luce da lui, e Kat, la figlia adoratissima, dal carattere duro, ostinato, egoista. Le due donne terranno Warren sotto scacco, quasi in prigionia, in una sorta di ricatto morale che non contempla altra soluzione tranne quella che vede la famiglia unita, senza eccezioni. 

Il quesito etico che ci pone il romanzo è questo: quanto è giusto abbandonare una situazione famigliare, seppure triste e infelice, per seguire i propri sentimenti? A cosa si è disposti a rinunciare? Sarah è una donna libera, indipendente, ha due figli con la propria vita e con dei figli a loro volta, quindi ha tutto il potere di godersi il ritrovato amore per Warren, nonostante per tutta la durata del romanzo si ponga anche lei delle domande scomode. Warren, il vero protagonista, invece libero non è: l'amore per sua figlia Kat è soverchiante, lo annulla. Molte volte, nella narrazione, ripeterà che non può assolutamente perderla, e in virtù di questa ostinazione, causerà la sofferenza di molti.

Una volta lei e Meg avevano litigato furiosamente al telefono e Meg le aveva gridato: «Vaffanculo! Ti ho detto di andartene affanculo!». Quelle parole erano penetrate nella testa di Sarah come coltelli. Non aveva ribattuto. Aveva riagganciato, scossa. Cosa poteva rispondere? Era la cosa peggiore del mondo. Quando Meg l'aveva richiamata per scusarsi, Sarah non le aveva permesso di discuterne. «E passata», le aveva detto. «Va bene così». Meg era rimasta in silenzio, aspettando di potersi spiegare, di poter continuare a scusarsi, ma Sarah non poteva sopportarlo. Non poteva sopportare un altro secondo di quel pensiero. Voleva che tutta la discordia rimanesse nel passato. Litigare con sua figlia era come attraversare l'inferno.

«Va bene così», le aveva detto. «È passata. Non dire altro». (p. 264)

Il rapporto di Sarah e Warren con i propri figli è speculare: Sarah ha attraversato una difficile fase quando ha deciso di divorziare dal padre di Meg, sua figlia non le parlato per tantissimo tempo, e lei ovviamente ne ha sofferto molto. Ma alla fine le due, in qualche modo, hanno recuperato. Alla luce di questa dinamica, Sarah pensa che le cose tra Warren e Kat andranno allo stesso modo, ma nessuno ha fatto i conti con la furia di Kat. Una furia che il lettore sente sulla pelle, come un'onda che attraversa le pagine per colpire in pieno volto chi legge. Quasi una sensazione fisica, la sua rabbia, la sua ostinatezza, il suo non voler sentire ragioni. Per Kat, il padre è un traditore, un uomo senza onore, non c'è possibilità di dialogo. Anche quando Warren metterà il suo amore per lei davanti a tutto, Kat non avrà mai la voglia di perdonarlo del tutto.

A circa metà del romanzo, quindi, vi è uno spostamento di attenzione: adesso al centro dei pensieri di Warren non c'è più Sarah e il suo amore per lei, ma la figlia. Tutto verrà fatto per lei, in seguito, anche se si avrà l'impressione che i suoi sforzi saranno vani, che questa anacronistica cocciutaggine nel mantenere le promesse non valga tutta la sofferenza. E sempre al metà del libro, quando sembra che tutto sia deciso, il lettore si domanda: adesso cosa succederà? Perché manca ancora metà della storia, quindi qualcosa deve succedere. 

La voce narrante, in terza persona e onnisciente, e il punto di vista della narrazione si spostano da Sarah a Warren, alternando i pensieri intimi dei due, che spesso sono in sintonia: persino le figure delle figlie dei due, Meg e Kat, sono legate, anche se non fisicamente, a testimonianza della fortissima connessione tra i due amanti. Un amore tardivo, maturo - entrambi hanno una sessantina d'anni - ma non per questo meno travolgente. 

Le dice: «Scommetto che abbiamo altri quarant'anni. Ne abbiamo persi quaranta, ma ce ne restano altri quaranta».

«Vivrai fino a cento anni?», gli chiede lei.

«Come minimo. Adesso che ho un incentivo», risponde.

Lei si volta verso di lui. «Non saranno gli anni migliori della nostra vita», gli dice. «Invecchiando».

«Saranno i migliori», ribatte lui. «Per noi».

«I peli del tuo petto si stanno facendo bianchi», gli fa notare lei.

«Sono vecchio». Si volta verso di lei, appoggiandosi su un gomito. «Le radici dei tuoi capelli si stanno facendo bianche».

«Sono vecchia anch'io», dice lei. «Solo che ancora non mi sento così. Come faremo a sapere quando lo saremo?». (p. 126)

Il pregio del romanzo è di essere un page turner incredibile: non ci si stacca dalle pagine per nessuna ragione, si spera che le cose migliorino, che l'amore trionfi, fino alla fine, fino all'ultima pagina. Si vuole sapere se Sarah e Warren, nonostante le difficoltà (impianto molto classico questo, il canonico amore contrastato dagli eventi che poi, forse, si risolve per il meglio) potranno stare insieme. 

Un'altra cosa che mi ha molto colpito, e fatto riflettere a lungo, è la figura di Warren, non come personaggio letterario ma come uomo: nella maggior parte dei casi, quando una storia parla di famiglia e di rinunce, è la donna che decide di sacrificare se stessa per salvaguardare la serenità della famiglia. Solitamente si descrive l'uomo come fedifrago, egoista, incurante del benessere della moglie e dei figli - che, insomma, se ne va e basta - e anche nel caso in cui sia la donna la traditrice, questa, quasi sempre, immola se stessa per tornare all'ovile. Si dice che le donne, come madri, facciano tutti per i figli, no? Anche rinunciare all'amore, alla carriera, a una vita altrove, lontano dalla famiglia, dove avrebbe potuto essere felici.

Ecco, nel caso di questo romanzo, Sarah prende le parti della donna ferma, che divorzia dal marito e che affronta l'ira della figlia. L'affronta, ma resta granitica della sua decisione. Warren, invece, come personaggio maschile, è atipico: quando leggiamo dei suoi dilemmi, del suo amore sconfinato per Kat, delle sue rinunce, ci meravigliamo un po'. Mi sono spesso chiesta durante la lettura: e se Warren fosse stato donna mi sarei stupita di meno? L'ho trovato un personaggio inedito, e per questo sorprendente.

Nel romanzo ci sono anche dei difetti: alcuni passaggi, a mio avviso, sono superflui e prolissi, altri inutilmente ripetitivi ed esasperanti. Il punto viene chiarito più volte, forse troppe, come se l'autrice ci tenesse a sottolinearlo. Ma non ce n'era bisogno.

Detto questo, Andarsene è un romanzo che mi è piaciuto molto, è intenso, realistico, doloroso senza però risultare patetico. Con un finale sconvolgente.
Piacerà molto a chi ama i libri che trattano il tema dell'onore, di ciò a cui siamo disposti a rinunciare per amore, della vita che abbiamo il diritto, o no, di prenderci fuori dalla famiglia.

Deborah D'Addetta