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L'amore ai tempi della diserzione: "Tripla eco" di H.E. Bates

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Tripla eco
di H. E. Bates
Adelphi, febbraio 2026

Traduzione di Giovanna Granato

pp. 98
€ 12 (cartaceo)


In un casolare inglese in collina, nella natura, isolato dalla civiltà, abita una donna, sola. Il marito, si dice sia stato fatto prigioniero dai giapponesi, e del suo ritorno imminente non c’è alcun indizio. È il terzo anno di guerra mondiale quando un giovane soldato in licenza si presenta alla sua porta. Si ferma per un pranzo, poi un altro, poi aiuta con qualche faccenda, e infine decide di restare, disertando l’esercito. 

Questo è l’avvio di Tripla eco, romanzo breve di H. E. Bates apparso nel 1970 e tradotto da Giovanna Granato per la Piccola Biblioteca Adelphi
“Rimase la notte. La notte diventò un giorno e il giorno un’altra notte e poi un altro giorno. I giorni e le notti diventarono una settimana e poi un’altra settimana e poi una terza. La terza settimana diventò un mese e il mese era luglio”. (p. 40) 
In meno di un centinaio di pagine Bates racconta una storia piena di tristezza e paura, ma che grazie alla scrittura arguta risulta una lettura piacevolissima e anche ironica. Tra i due nella casa sulla collina nasce una storia d’amore clandestina: un disertore e la moglie di un prigioniero di guerra costituiscono una coppia non solo insolita, ma braccata dall’esercito e dalla pubblica morale. E tuttavia, né le circostanze della loro condizione né la differenza di età fermano i due da instaurare una routine da coppia sposata, in cui ciascuno riempie i vuoti dell’altro: per lei, l’assenza di un marito che diventa assenza di passione, e per lui il bisogno di un rifugio che sappia di casa, dove nascondersi e aspettare la fine della guerra. Nascosto agli occhi del resto del mondo, il loro rapporto si cristallizza su equilibri di potere insoliti: Barton, il soldato disertore, fa la sua parte nelle faccende quotidiane, ma è alla protagonista che è lasciato il compito di sostenere e sfamare entrambi, scendendo in paese per le provviste e mantenendolo lontano da sguardi indiscreti. 
“Ti mantengo io, no? Che differenza fa?”. Stava quasi urlando. “I soldi devono pur venire da qualche parte, no, perdio?”. Rimase ammutolito. Lei non sapeva nemmeno cosa stava per uscirle dalla bocca: “Il giorno che smetterò di farlo saranno guai, no? Di mantenerti, dico. Pensaci bene. saranno guai. Per tutti e due”. Le parole che lui pronunciò dopo uscirono lente, rompendosi sulle labbra come fragilissime bolle. “Non vorrai abbandonarmi proprio adesso, vero? Non vorrai denunciarmi?”. (p. 45) 
Tripla eco è anche una storia di empowerment femminile: in circostanze gravi e serissime, la protagonista è in grado sia di seguire il cuore, scegliendo di tenere accanto a sé l'uomo che ama nonostante gli impedimenti, sia di provvedere alla sicurezza economica e di vita. A mali estremi, estremi rimedi. Così, quando la gente comincia a mormorare e sospettare della strana presenza accanto alla donna, lei si inventa una storia che li incastrerà, in parole sue, come due prigionieri su un albero, impossibilitati a scendere. Dichiara infatti che quella che vive con lei non è altro che sua sorella, il che costringe Barton a travestirsi da donna ogni volta che i due ricevono la visita di ufficiali dell’esercito. Questa trovata è geniale nella narrativa, perché accentua ulteriormente il rovescio delle tradizionali dinamiche di potere nella coppia, già evidenziate dalla situazione di dipendenza di Barton dalla sua compagna. 
“Non vuoi questo e non vuoi quest’altro. Non ti piace questo e non ti piace quest’altro. Non ti piace atteggiarti a donna. dio, non solo sembri una donna. A pensare come una donna. a comportarti come una donna. hai cominciato a essere capriccioso, viziato, schizzinoso e…” “Non dire assurdità”. (p. 72) 
Barton acquisisce gradualmente una dimensione androgina, vestendo i panni di questo ruolo fittizio che dovrebbe salvargli la vita, che porta con sé anche connotazioni erotiche e un senso di esposizione ai pericoli con cui le donne devono sempre fare i conti, solo in quanto donne: bellissima la scena in cui, dopo aver cacciato il sergente da casa loro, fucile in mano, lei scarica la sua rabbia e vergogna su Barton, colpevole di aver offerto il suo corpo, nel travestimento femminile, alle lascive fantasticherie dell’ufficiale: 
“Era soltanto una trovata spiritosa. Uno scherzo”. “Uno scherzo. Era uno scherzo!”. “Ho sempre odiato i sergenti. Facevo solo la preziosa”. “Dio, altro che fare la preziosa. Quello le donne le spoglia a distanza”. “Che motivo c’è di farsi prendere dal panico, Cristo santo? So badare a me stesso”. (p. 72) 
Tripla eco, infine, è l’allusione al colpo di scena contenuto sul finale, che non vi sveleremo. La novella di Bates è un grandissimo sì: un breve romanzo che convince, appassiona, strega, e prende per mano i lettori per portarli rapidamente verso una conclusione giusta e potentissima per questa storia. E poi, la scrittura è poetica fino al sublime: per chi non ha mai letto Bates, sarà una sorpresa meravigliosa, per tutti gli altri, una conferma del suo sconfinato talento. 
Quando smise di nevicare lei si sentì totalmente cristallizzata in quel mondo di puro silenzio bianco. Il passato recente si smarrì oltre i confini di una grande tranquillità. Senza mai dirlo, si pentì amaramente di tutte le cose dette con rabbia. La tenerezza per lui fece ritorno (p. 75).

Michela La Grotteria