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Il viaggio di una donna alla fine del mondo: "Io che non ho conosciuto gli uomini" di Jacqueline Harpman

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Io che non ho conosciuto gli uomini
di Jacqueline Harpman
Blackie Edizioni, 2024

Traduzione di Sara Clamor

pp. 176
€ 18,90 (cartaceo)

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Per quanto indietro nel tempo io tenti di risalire, mi trovo nel sotterraneo. Sono questi i ricordi? Le rare volte in cui le donne si sono decise a raccontarmi alcuni episodi delle loro vite, evocavano avvenimenti, andate e ritorni, uomini: io invece sono ridotta a chiamare ricordo il sentimento di esistere in uno stesso luogo, con le stesse persone, facendo sempre le stesse cose, ossia mangiare, evacuare, dormire. Per parecchio tempo le giornate si sono svolte in modo simile, poi ho cominciato a pensare e tutto è cambiato. Prima non c'era altro che la ripetizione di gesti sempre uguali e il tempo sembrava immobile, anche se confusamente mi rendevo conto che io crescevo e lui passava. La mia memoria ha inizio con la rabbia. (p. 14)

Quando ho letto per la prima volta la sinossi di Io che non ho conosciuto gli uomini sono rimasta stregata, incollata alla pagina.
Quaranta donne sono tenute in isolamento, prigioniere in un sotterraneo. Le sorveglia un gruppo di uomini e loro non sanno come ci sono finite, non ricordano che frammenti del proprio passato, non riescono a capire cosa le tenga lì sotto immobili, lontane dal resto del mondo, se un mondo fuori esiste ancora. Una di loro, la più giovane, a un certo punto, inizia a riflettere sulla loro condizione e da lì la storia prende avvio. 
A richiamarmi subito è stata una certa atmosfera, la potenza visiva di questa immagine di segregazione e il disagio che il mistero creava in me, richiamando alla mente i più celebri romanzi di Margaret Atwood, ma non solo quelli.
Jacqueline Harpman, l'autrice di questo romanzo pubblicato per la prima volta nel 1995 e uscito quest'anno in Italia per Blackie Edizioni, era una scrittrice e psicoanalista belga. La nota biografica all'inizio del volume ci racconta che ha iniziato a scrivere alla fine degli anni Ottanta e ha firmato oltre venti romanzi, tutti influenzati dalla sua formazione psicoanalitica. 
Io che non ho conosciuto gli uomini di influenze psicoanalitiche ne ha molte al suo interno: la stessa cornice di questa storia richiama fortemente l'idea del sommerso e poi l'insorgere della consapevolezza che innesta un cambiamento dentro e fuori la coscienza. 

Le quaranta donne prigioniere di queste pagine si trovano in un mondo che non ha coordinate spazio-temporali precise che né loro né il lettore possano riconoscere. Il confine del loro universo è la cella, a separarle dagli altri esseri umani - che sono solo uomini - ci sono grate. Gli uomini decidono quando e cosa dare loro da mangiare, non ci sono orari a scandire il tempo, come gli animali sono costrette a espletare i propri bisogni in cella le une davanti alle altre, non possono toccarsi, non possono abbracciarsi senza essere richiamate o frustate. Dentro la cornice di giornate che trascorrono tutte uguali, Harpman ci introduce nel vortice della voce narrante del libro, una ragazza giovane, la più piccola delle quaranta, che inizia a porsi una serie di domande. Da questi interrogativi senza risposta viene fuori molto altro: una nuova concezione del tempo interiore che condurrà a una diversa esperienza dello spazio e del tempo esteriori. La scoperta del tempo dona nuovo a senso a una situazione che non sembra averne.

Non si può svelare ai lettori molto altro di quello che succede dentro questo romanzo, se non che ci sarà una fuga - non è un mistero, è già annunciata nella quarta di copertina - che condurrà a qualcosa di inaspettato. Per tutto il tempo della lettura ho continuato a chiedermi che mondo fosse quello raccontato nel libro, se fosse davvero la Terra, in che anno ci trovassimo, se in un passato remoto o in un futuro potenziale. Non ci sono risposte, o comunque non sono assolute: il romanzo si gode al meglio se viene approcciato seguendo il flusso di una giovane presa di coscienza, se si fa esperienza della voglia di scappare, se si accetta il senso di incertezza e di ignoto che aleggia dappertutto.  
Harpman ha scritto un romanzo sulla solitudine, sull'affermazione, sulla solidarietà tra esseri umani che credo sia anche un romanzo femminista. Non perché gli uomini giochino solo il ruolo dei cattivi nella storia, ma perché nella vicenda della protagonista e delle sue trentanove compagne sta il racconto di una comunità femminile fiaccata dal dolore eppure forte e solida, intenzionata ad affermarsi usando tutti i mezzi che ha. 
Il poetico titolo è il richiamo a uno straziante sentimento di rimpianto che la protagonista vive come eroina solitaria che non conosce gli uomini e l'amore, che non ricorda i volti dei propri genitori, che impara a leggere in un modo tutto suo decifrando un universo senza punti cardinali. Amerà davvero il romanzo chi accoglierà questa condizione e si metterà in viaggio con lei fino alla fine del mondo. 

Claudia Consoli