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L'uomo che cadde sulla Terra. David Bowie si racconta in "Essere ribelli"

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Essere ribelli
di David Bowie
Il Saggiatore, 2022

pp. 79
€ 9,00 (cartaceo)
€ 3,99 (ebook)


Quasi sette anni senza David Bowie (morto a New York nel gennaio del 2016), ma nessuna crisi del settimo anno: la sua figura è iconica come sempre anche fra le giovanissime generazioni e il libro edito da Il Saggiatore, Essere ribelli, raccolta di parti di interviste che assumono quasi uno stile aforistico, è un velocissimo ripasso delle ragioni del suo essere uno dei grandi artisti rock del Novecento.
Penso che David Bowie non sia poi così importante. Penso che le immagini e le atmosfere evocate dalla mia musica siano più importanti di me (p. 11),

diceva nel 1972 in un intervista al Melody Maker ed è un'affermazione che può per certi versi apparire paradossale, tenendo conto di quanto il "personaggio" Bowie, con l'uso camaleontico della sua immagine, sia da sempre stata una cifra del suo successo. Tuttavia, Bowie è stato in primis camaleontico nella musica: non solo perché polistrumentista, ma perché nella sua quarantennale carriera ha attraversato  glam-rock, punk, new wave, synth-pop, dark-gothic, dance e, soprattutto, ha mischiato linguaggi di arti diverse. Essere ribelli, seppure con la brevità di un aperitivo, fa assaporare la cultura, non solo musicale, dell'artista Bowie.

Del resto il suo repentino cambiare maschera, il suo essere uno nessuno centomila aveva come scopo quello di essere ribelli, ma per prima cosa ribelle difronte all'idolo in cui lo si veniva trasformando.

Credimi, ci sono stati momenti in cui il pubblico avrebbe fatto qualsiasi cosa gli avessi chiesto. Non è terrificante? (p. 70).

Nonostante Bowie appaia il più divo fra i divi, si percepisce la forza della sua voglia di libertà anche nella ricerca di uno spazio privato, in una consapevole disidentificazione dall'icona che era diventato.

Parla schiettamente Bowie, e la sua eterna gioventù si capisce che è stata alimentata da una continua ricerca, dalla noia verso ciò che è concluso, dalla percezione che un nuovo tempo si stava manifestando. Dare corpo allo Zeitgeist, tradurlo in forma è la consapevolezza estetica che emerge in queste pagine. «Metà della roba che scrivo non la capisco nemmeno io» dichiarava e in queste parole non vi è solo una provocazione, ma l'attestazione che sentiva di essere un veicolo di qualcos'altro, come un amplificatore di percezioni e sonorità che devono essere portate alla luce.

Il testo raccoglie i pensieri e le confessioni del Duca Bianco attorno a cinque temi: se stesso, la musica, la droga, i libri, la rivoluzione.

Riguardo i libri, scopriamo la sua predilezione per Burroughs, King e Kerouac, ma è bello leggere anche le sue riflessioni su Thomas Hardy e Jane Austen o scoprire in che modo la tecnica del flusso di coscienza abbia influenzato il suo modo di comporre.
Una vita alternativa rispetto a quella che ho vissuto? Penso che probabilmente ce ne sarebbero state due. In una sarei stato un pittore a tempo pieno, e mi sarebbe piaciuto molto. Nell'altra avrei fatto...non sono sicuro che la parola "bibliotecario" sia quella giusta. Ma qualcosa per cui avrei potuto stare a stretto contatto con i libri e lo studio. Adoro consultare i libri. Mi piacciono come oggetti; per quanto mi piaccia internet, non potrei mai rinunciare alla mia biblioteca. Mia moglie e la biblioteca, ecco le due cose a cui probabilmente non potrei mai rinunciare. (p. 58)
Ma siamo ben contenti che alla fine Bowie non abbia fatto il bibliotecario, in modo da donare a noi la possibilità di sederci a leggere con il sottofondo di Space Oddity o Life on Mars

Deborah Donato