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Quando soggiornare al "Barbizon Hotel" era l'inizio di un futuro. Paulina Bren racconta la storia dell'hotel per sole donne più famoso d'America

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Bren-Barbizon-Hotel


Barbizon Hotel. Storia di un hotel per sole donne
di Paulina Bren
Neri Pozza, 2021

Traduzione di Maddalena Togliani

pp. 345
€ 19,00 (cartaceo)
€ 7,99 (e-book)


Lexington Avenue at 63rd Street, New York 21, NY. Un indirizzo, nel cuore dell'Upper East Side, che per le donne americane dagli anni 20 in poi è sempre stato sinonimo di libertà. Qui sorgeva l'Hotel Barbizon, un albergo rivolto esclusivamente a una clientela femminile. Paulina Bren, docente di studi internazionali, di genere e dei media, in questo libro, Barbizon Hotel. Storia di un hotel per sole donne, pubblicato in Italia da Neri Pozza, ha deciso di raccontare la storia dell'hotel per sole donne più famoso d'America. Una lunga cavalcata che va dal 1928, quando il Barbizon venne inaugurato, fino alla trasformazione, triste e anonima, in residenze per ricchi del 2007. Ottant'anni di storia che hanno visto calcare i corridoi del Barbizon le donne dell'America dei Roaring Twenties, i favolosi anni 20, degli anni 30 e 40, il periodo della Depressione e della Guerra, degli anni 60, con le prime rivendicazioni femminili e degli anni 70, con le loro trasgresssioni. Ripercorrendo la storia dell'Hotel Barbizon, Paulina Bren ci dà uno spaccato della vita americana, nelle varie epoche, dal punto di vista femminile. L'albergo, infatti, svolgeva una funzione sociale importantissima, garantiva cioè protezione alle donne, che non si sarebbero mai avventurate da sole nella grande metropoli e "la protezione significava libertà (...), libertà di andare a New York e di iniziare la vita di donne in carriera" (p. 96).

Il titolo inglese del libro, The Barbizon. The Hotel That Set Women Free (l'albergo che rese le donne libere) rende infatti in maniera più icastica il ruolo che questo albergo ebbe nella società americana. O almeno, per una parte di essa, quella tendenzialmente bianca e benestante, la classica middle class.
Un hotel per sole donne garantiva sicurezza e e rispettabilità a tutte quelle ragazze o signore che a New York arrivavano perché avevano trovato un lavoro, per lo più da segretaria, o perché intendevano iscriversi alla più famosa scuola per segretarie, appunto, d'America, la Katharine Gibbs Secretarial School, alla quale era riservato l'intero sedicesimo piano dell'hotel. O perché avevano velleità artistiche e tentavano la via del successo, come Grace Kelly, Liza Minnelli o Ali Mc Graw, che appena arrivate a New York, presero casa al Barbizon (che, proprio per le aspirazioni artistiche della maggior parte delle ospiti, prese il nome dalla Scuola di Barbizon, il movimento dei pittori paesaggisti francesi del secolo XIX). O perché entravano nella squadra delle modelle Powers, un insieme di donne bellissime che diede all'hotel la nomea di "casa delle bambole". O ancora perché facevano parte della fortunatissima ed elettissima schiera delle 20 praticanti scelte ogni anno tra le università di tutti gli Stati d'America per trascorrere il mese di giugno nella redazione della rivista Mademoiselle, allora una vera e propria istituzione del giornalismo al femminile. Un concorso, ambitissimo, al quale partecipavano le ragazze più brave e più intraprendenti dei college che per un mese intero venivano proiettate nella fantastica e rutilante vita newyorchese, tra cene di lavoro, set fotografici, mattinate accanto alle redattrici e appuntamenti galanti. Un mese che avrebbe cambiato la vita di quasi tutte le ragazze passate per Mademoiselle, trenta giorni che nessuna di loro avrebbe mai dimenticato. Tra loro anche una giovanissima Sylvia Plath, praticante del gruppo dell'estate del 1953, la scrittrice che avrebbe raccontato l'effimero, ma mitico mese di giugno e il programma da praticante nel famoso libro autobiografico La campana di vetro.
Ma che fossero aspiranti giornaliste, modelle, attrici, cantanti, segretarie tutte avevano in comune qualche elemento: essere donna, avere un futuro davanti a sé, ma sapere di non poter muoversi liberamente e in maniera autonoma in una società, tra virgolette, "pericolosa" per ragazze sole.
L'ondata di emozione che la ragazza provava varcando la porta d'ingresso del Barbizon sarebbe stata impossibile da riprovare in seguito, per il significato preciso che aveva in quel momento: era scappata dalla sua città natale e da tutte le prospettive (o dalla loro mancanza) che la caratterizzavano. Si era lasciata tutto alle spalle, con decisione, spesso dopo mesi in cui aveva implorato, risparmiato, lesinato, progettato. Adesso era lì, a New York, pronta a ricostruirsi, a cominciare una nuova vita. Aveva preso in mano il proprio destino (p. 9)
Attraverso le corpose pagine del libro, un saggio che si legge come un romanzo, ripercorriamo la vicenda di un edificio che ha saputo rispecchiare la storia dell'evoluzione femminile. E se negli anni 20, le flapper, giovani donne dell'era del jazz, rivendicavano le proprie scelte, anche in tema di libertà sessuale, negli anni 50 le ragazze che approdavano al Barbizon, nonostante fossero agli albori di una carriera, avevano un unico obiettivo: il matrimonio. E il periodo trascorso a New York poteva fruttare qualcosa di più di una casetta con steccato bianco e tre figli...
Man mano che si procede nella lettura sembra di entrare in quelle stanzette, piccole e spartane, dotate di un letto, con copriletto a fiori abbinato alle tende, una scrivania, una sedia e poco altro. Uno spazio piccolo, ma immenso perché coincideva con il proprio mondo privato, personale, l'anticamera della celebrità per alcune, il trampolino per una vita autonoma (almeno per un certo periodo di tempo) per tutte le altre. Ci pare di soggiornare nella hall (ultimo confine per gli uomini che non potevano accedere ai corridoi né evidentemente alle stanze) sormontata da un soppalco dal quale le ragazze spiavano se il giovane con il quale avevano appuntamento corrispondeva alle loro aspettative.
Gran parte del libro è dedicato alla redazione di Mademoiselle e al suo programma per praticanti, un mese al quale nel giornale si lavorava un anno intero. Le giovani "stagiste", come diremmo adesso, brave studentesse bianche di buona famiglia, diventano le protagoniste del libro, loro e la favola che per un mese avrebbero vissuto. Imparare un lavoro, imparare a vestirsi, a parlare in pubblico e in diverse situazioni, imparare a sapersela cavare sia in un party con i più bei nomi della società newyorchese del tempo sia al fianco di redattrici nevrotiche e sempre strozzate dal tempo, questo era il patrimonio che le ragazze, con il cuore gonfio di nostalgia, si riportavano a casa a fine giugno, quando il magico mese di stage volgeva al termine. Un mese che avrebbe aperto le loro menti, che le avrebbe cambiate profondamente, le avrebbe rese donne in grado di affrontare la vita. E il cuore di tutti i ricordi sarebbe stato, per forza di cose, il Barbizon.
Le opportunità che Mademoiselle offriva alle ragazze erano rivoluzionarie. Alle sue lettrici giovani, la rivista proponeva indubbiamente stimoli visivi e intellettuali; alle praticanti offriva un prestigioso trampolino di lancio, un punto di partenza per le ragazze più ambiziose di ogni generazione (p. 224).
Un destino però sempre limitato a una parte specifica della popolazione, quella bianca e benestante che poteva concedere alla propria figliola il lusso di trascorrere un mese a New York. Non certo una possibilità di vita aperta a tutte. Tanto è vero che dalle sterminate terre d'America soltanto 20 ragazze ogni anno potevano contare su questa chance.
La storia del praticantato alla rivista coincide comunque con le tappe, lente, dell'evoluzione femminile, rispecchiando i tormenti della società: è del 1956 la scelta della prima praticante di colore, Barbara Chase, divenuta poi artista famosa, il cui arrivo avrebbe messo in subbuglio le organizzatrici, incerte se una ragazza afroamericana sarebbe stata ben accetta alle feste, alle cene e agli eventi frequentati soltanto da "gente bianca e borghese". E infatti, durante un evento di moda, Barbara, che non avrebbe comunque perso il suo bel sorriso, fu invitata a rimanere a osservare le compagne che sfilavano perché il suo colore avrebbe potuto urtare la sensibilità dei presenti. Mademoiselle e la sua controparte logistica, il Barbizon, rispecchiavano quindi luci e ombre dell'America del tempo e ne esaltavano tutte le sue contraddizioni. Anche se è innegabile che una rivista dedicata alle giovani fosse la prima a captare vibrazioni nuove e nuove esigenze.

Secondo Joyce Johnson, la ragazza di Jack Kerouac, "Mademoiselle" aveva dato a "diverse migliaia di giovani donne tra i quattordici e i venticinque anni una mappa per la rivoluzione" (p. 285).

E fu proprio la rivoluzione indotta dagli anni 60 e 70, con le prime avvisaglie dell'esigenza dell'uguaglianza di genere, che portò alla fine dell'epopea del Barbizon. E se a metà anni 60, l'hotel aveva ospitato circa 350mila donne, la fine dell'occupazione femminile dell'hotel avvenne il 14 febbraio 1981 quando si decise, con un'estrazione a premi, di scegliere il primo (almeno in via ufficiale) uomo che avrebbe dormito al Barbizon: il vincitore fu tale David Cleveland, un medico omeopatico dell'Ohio con una vaga somiglianza, come ci racconta Paulina Bren, con il capitano Stubing del telefilm Love Boat.
Nonostante in varie parti il libro risenta marcatamente di essere stato scritto principalmente per un pubblico americano (fino a diventare in alcune pagine un insieme di nomi e di vicende, analizzate fin troppo dettagliatamente, che a noi d'Oltreoceano dicono ben poco), il lavoro di Paulina Bren piacerà molto a chi ama analizzare la Storia con uno sguardo di genere e identifica i famosi passi avanti nelle conquiste che le donne, sempre faticosamente, hanno ottenuto. Cosicché un punto ben preciso nella mappa d'America, Lexington Avenue 63, Barbizon Hotel, diviene la lente d'ingrandimento attraverso la quale osservare l'evoluzione della donna nella società occidentale. Un libro che, a modo suo, è importante perché, sotto i fronzoli della moda, dei tacchi, delle gonne a palloncino, delle cotonature ai capelli, è intriso, in ogni riga, del desiderio delle donne di autonomia. Da consigliare alle giovani ragazze che possono toccare con mano come le loro mamme, nonne e bisnonne avevano, in epoche diverse, il loro stesso sogno di diventare donne adulte, autonome, di crearsi una personalità e di avere un lavoro. Un sogno che spesso, ancora adesso, parte da una piccola stanza per aprirsi al mondo, proprio come anni fa dalle piccole camerette del Barbizon.

Sabrina Miglio