di Giulia Fazzi
Mondadori, febbraio 2026
€ 12,99 (ebook)
C’è stato un tempo in cui la vita non veniva condivisa in tempo reale sui social network. Era un’epoca fatta di attese, di pomeriggi trascorsi nelle piazze, di amicizie costruite guardandosi negli occhi. Le fotografie erano gli unici frammenti capaci di fermare il tempo: in una di queste, quella di una classe del terzo anno, le ragazze sorridono, si abbracciano. Eppure in quell’immagine c'è un’assenza: manca una ragazza.
È in questa Modena del 1989 che Giulia Fazzi ambienta Le ragazze sono andate via, portando il lettore nel cuore della provincia italiana.
Il romanzo si configura come una storia di formazione che intreccia le vicende personali di tre adolescenti – Simona, Federica e Arianna – con un inquietante fatto di cronaca nera: una serie di omicidi avvenuti tra il 1983 al 1995 che colpiscono giovani donne tossicodipendenti, spesso costrette a prostituirsi per procurarsi la droga. Sullo sfondo emerge così la presenza oscura di un presunto serial killer, mai identificato: il mostro di Modena.
Le tre protagoniste vivono quell’età sospesa in cui tutto sembra possibile, ma allo stesso tempo estremamente fragile. Ognuna di loro affronta in modo diverso le pressioni del mondo esterno, portandosi dietro inquietudini, desideri e contraddizioni.
Simona, brillante soprattutto in matematica, si distingue per una mente lucida e critica, ma la sua scelta di frequentare una scuola professionale, «e per di più femminile», svalutata dal padre come «la fauna peggiore vomitata dalle scuole medie» (p. 19), la pone in una posizione di continua tensione, spingendola a sviluppare una forte coscienza politica e sociale.
Federica, invece, è attraversata da una crisi più intima e silenziosa: si chiude in sé stessa, cercando di capire chi è davvero, mentre prova a prendere le distanze da un ambiente familiare segnato da continui conflitti. Il suo isolamento diventa così uno spazio di riflessione, ma anche di smarrimento.
Arianna, ripetente, appare come la più sfuggente e complessa: schiva, quasi imperscrutabile, custodisce un segreto che la allontana dagli altri. Si esprime attraverso il disegno, realizzando immagini che sembrano cogliere ciò che gli altri non riescono a vedere, quasi a voler dare forma a una realtà nascosta, «a tratti lugubre» (p. 51).
Ma c’è un’altra protagonista indiscussa: Modena, una città viva e contraddittoria, in cui emerge una crepa profonda proprio nel modo di reagire alla violenza di cui è testimone silenziosa.
E quella violenza continua a pesare, insinuandosi nella quotidianità e cambiando il modo in cui vengono vissuti gli spazi.
Le strade e le piazze, un tempo familiari, diventano luoghi da attraversare con cautela.
Alle ragazze viene chiesto di stare attente, di limitarsi. Mentre il pericolo resta libero, sono loro a dover restringere i propri movimenti, come se la città, invece di proteggerle, preferisse adattarsi alla paura.
Che città è quella in cui una ragazza fragile viene ammazzata cosi e a nessuno importa niente?[…] Non c'è niente di nostro.[…] La città è di qualcun altro. Non siamo libere, non siamo al sicuro, mai. (p. 205)
Uno dei temi centrali del romanzo è proprio questo: la responsabilità collettiva.
Perché quelle ragazze sono state lasciate sole? Perché la società preferisce non vedere?
Le vittime, perché marginali, perché considerate lontane da una certa idea di normalità, le puvrèine, finiscono quasi per essere ignorate, come se la loro sorte non riguardasse davvero tutti.
Fino al giorno in cui l'incubo smetterà di essere qualcosa di distante, arrivando a toccare da vicino anche chi pensava di esserne solo spettatore.
Accanto a questo, emerge anche il tema della distanza generazionale: gli adulti, spesso incapaci di cogliere davvero le inquietudini dei giovani, sembrano rifugiarsi in un’apparente normalità borghese.
Giulia Fazzi, originaria di Carpi, è attiva da anni nel panorama letterario italiano. Scrive fin da giovanissima, anche se a lungo ha vissuto la scrittura come qualcosa da custodire segretamente. Esordisce nei primi anni duemila con Ferita di guerra; in seguito pubblica Per il bene di tutti, confermando un’attenzione costante verso personaggi ai margini e storie spesso trascurate.
Anche in Le ragazze sono andate via torna questa sensibilità: il racconto di formazione si intreccia ai temi della violenza e dell’emarginazione, affiancando al percorso di crescita delle protagoniste uno sguardo più ampio su una società che spesso preferisce non vedere ciò che accade ai suoi margini, rivelando le sue contraddizioni.
La scrittura di Fazzi è scorrevole e ricca di dialoghi, ma allo stesso tempo profondamente introspettiva: pur in terza persona, il narratore entra nei pensieri delle protagoniste, permettendo al lettore di avvicinarsi alle loro esperienze in modo diretto, quasi intimo.
Ne nasce un romanzo che alterna momenti più leggeri ad altri più duri, capace di raccontare la crescita, l’amicizia e le fragilità senza semplificazioni. Allo stesso tempo, dà spazio e voce a chi non può più cercare giustizia, rompendo l’indifferenza e la dimenticanza: solo ascoltando, proteggendo chi è più fragile e riconoscendo anche chi non c’è più, diventa possibile riprendersi davvero i propri spazi e tornare a sentire la città come propria.
Una storia che guarda al passato ma parla con forza al presente attraverso tematiche di un’attualità spiazzante, in una realtà in cui continuano a coesistere discriminazioni e dinamiche di sopraffazione e la libertà femminile viene ancora troppo spesso sacrificata in nome della sicurezza.
Come si può perdonare quando non c'è stata giustizia? (p. 212)

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