lunedì 1 giugno 2020

"Una bambina perduta": il ritorno di Torey L. Hayden

Una bambina perduta
di Torey L. Hayden
Corbaccio, 2020

pp. 327  
€ 18,60 (cartaceo)
€ 12,99  (ebook)

Titolo originale: Lost Child 
Traduzione di Chiara Brovelli



Essere un’adolescente divoratrice compulsiva di libri e poco dedita alla vita sociale può essere un problema, soprattutto in termini di uscite economiche per l’acquisto di volumi letti sempre troppo in fretta. È così che un giorno d’estate di moltissimi anni fa, sulla spiaggia di Porto Recanati, mi sono trovata in mano un’edizione tascabile (di quelle economiche col bollo d’oro con stampigliato il prezzo – basso – sulla copertina flessibile) di Una bambina di Torey L. Hayden. La passione per l’autrice è stata tanto subitanea che, anche se le letture erano probabilmente inadatte alla mia età, ho iniziato a comprare uno dopo l’altro tutti i suoi scritti, sognando addirittura di seguirne le orme professionali, per potermi trovare ad affrontare le situazioni, (assai poco rosee, a dire il vero) da lei descritte. In effetti, l’attrattiva dei suoi romanzi era legata a una vincente combinazione di prosa gradevole, dialogata, molto mossa, e di trame derivanti dalle sue reali esperienze lavorative come insegnante speciale o psicologa infantile impegnata in casi difficili e apparentemente irrisolvibili. Nel tempo, ho letto anche i suoi romanzi di pura finzione, ma a dire il vero non li ho mai trovati altrettanto efficaci.
Adesso, da adulta, ho provato lo stesso entusiasmo e la stessa bramosia di procedere con la lettura nel prendere in mano, dopo anni di attesa, la nuova uscita, ovvero Una bambina perduta (ecco, se un’obiezione si deve fare all’autrice è proprio legata alla scarsa originalità dei titoli, che si ritrova anche in lingua originale, probabilmente per la precisa volontà di creare un’impressione di serialità o ricorrenza, ma che in italiano perde decisamente in impatto).
Anche in questo caso, che risale agli anni ‘90, Torey si trova a fare i conti con una situazione particolarmente problematica. Viene infatti introdotta dall’amica Meleri, assistente sociale, a Glan Morla, struttura d’accoglienza per ragazzini con gravi problemi comportamentali, e qui le viene affidata per iniziare una terapia la piccola Jessie Williams. Jessie ha nove anni e, benché la sua situazione familiare sia apparentemente molto meno disordinata di quella di altri ospiti del centro, presenta un grave disturbo dell’attaccamento. Nonostante una lunga esperienza accumulata tra Stati Uniti e Inghilterra, Torey si trova spiazzata dalla bambina, che presenta atteggiamenti destabilizzanti, e a tratti inquietanti: ossessionata dal desiderio di avere il controllo, Jessie è sfacciata, manipolatoria, vendicativa. Dice bugie con straordinaria naturalezza e per motivi incongrui, rendendole così credibili e dettagliate che è quasi impossibile distinguerle dalla verità. Cerca il contatto fisico con un’insistenza e una presunzione di intimità fuori luogo ed è schiettamente oppositiva nei confronti di qualsiasi attività terapeutica le venga proposta. Eppure Jessie è anche una bambina incredibilmente intelligente, perfettamente in grado di leggere i comportamenti altrui e di usarli a proprio vantaggio, e ha un grande talento artistico: sono proprio le sue minuscole allodole colorate, dettagliatissime e vivaci, ad innescare l’interesse professionale e umano della psicologa, che vi vede dietro una potenzialità inespressa.
In realtà le allodole sono uccelli piccoli e noiosi da guardare, non sono più variopinte di un passero comune, e appena più grandi. La loro bellezza sta nel canto. C’era qualcosa, però, nello stile colorato di Jessie che era riuscito a catturare tutto questo… le piume brillanti, e il trillo. (p. 46)
A rendere interessante il volume è una attenzione, che mi pare maggiore rispetto agli scritti precedenti, al quadro teorico e allo stato degli studi che circondano la terapia, analizzati in un serrato confronto tra interpretazioni diverse della professione e delle vie da seguire, ma anche tra la realtà statunitense (più medicalizzata e attrezzata, ma anche più legata a interessi privati ed economici) e quella inglese (forse meno ricca, ma orientata all’assistenzialismo e più attenta ai bisognosi). Le scelte fatte da Torey, come anche dalle altre figure professionali che si occupano di Jess, si muovono infatti sempre in bilico tra la necessità e le reali possibilità, che sono innanzitutto possibilità economiche e che rivelano un percorso ancora lungo da intraprendere nello sviluppo dei servizi sociali inglesi (“diverse istituzioni benefiche, grandi e piccole, facevano il possibile per compensare alle mancanze, ma non era sufficiente. [...] Non si trattava tanto della superiorità di una cultura rispetto a un’altra, ma piuttosto di dover scegliere il minore dei mali tra due scenari di tristi circostanze”, p. 130, 131).
Anche forse per i limiti esterni con cui si trova a dover fare i conti il sistema, Jessie sembra fare pochi progressi e Torey, durante i loro incontri del martedì, fatica a inquadrarla e a raggiungere qualche risultato stabile. Le cose si complicano quando un giorno la bambina muove pesanti accuse di molestie ai danni di uno dei responsabili della struttura, uomo e professionista dall’integrità apparentemente solida. Torey si trova profondamente divisa: da un lato il dovere di prendere sul serio le parole della bambina, soprattutto data la sussistenza di segnali evidenti di un trauma di natura sessuale radicato in un passato più o meno lontano, dall’altro però il desiderio di credere a quello che pare un brav’uomo e che potrebbe avere l’esistenza rovinata dalle menzogne di una mentitrice seriale. Il problema è concettuale e apparentemente senza uscita: “come possiamo sapere quando un bugiardo sta dicendo la verità?” (p. 95).
Quella per far emergere la verità è una strada lunga, piena di ostacoli e destinata a perdersi più volte in un labirinto di specchi. La scrittrice è abile a tratteggiare i tempi lunghi della terapia, i continui vicoli ciechi, le incertezze e i dubbi di una professione che non può avvalersi di risposte definitive. Eppure, grazie alla persistenza e a uno spirito saldo, si può arrivare a costruire un rapporto di fiducia con la bambina perduta, convincerla che è possibile affidarsi al mondo adulto senza restarne feriti, uscire da dinamiche disfunzionali che sembrano destinate a iterarsi all’infinito e colorare il mondo con il proprio sguardo come si può fare con le piccole allodole variopinte.
Ancora una volta, Torey L. Hayden non delude i suoi lettori affezionati con una storia che sa di verità e che sarà in grado, con la linearità e l’efficacia della sua prosa, di attirarne di nuovi.

Carolina Pernigo








È con un entusiasmo da ragazzina che @quinquilia sta leggendo in anteprima il nuovo romanzo di #toreyhayden, in uscita il 28/05 per @corbaccioeditore. Questa scrittrice è stata infatti una compagna fedele della sua giovinezza, e la ritrova adesso a distanza di anni con gioia rinnovata. In questa nuova storia ispirata, come la maggior numero parte delle sue opere, a un’esperienza vissuta, Torey si trova, ormai trasferitasi in Inghilterra, a fare i conti con un caso difficile: le viene infatti affidata per un percorso di terapia una bambina con problemi psicologici gravi e profondamente radicati, una spiccata attitudine manipolatoria e un guscio molto difficile da oltrepassare. Sarà quindi una missione ardua capire quale trauma si nasconde dietro i suoi silenzi e i suoi comportamenti sregolati, e ancor più quando e se dice la verità, soprattutto nel momento in cui muove accuse pesanti in grado di rovinare la vita a quella che sembra essere una brava persona. In attesa della recensione sul sito, raccontateci se anche voi conoscete questa autrice. Se sì, quali dei suoi libri avete preferito? #instabook #instalibro #bookstagram #bookoftheday #bookish #igreads #igbooks #readingnow #newbook #bookaddict #booklover #cover #bookcover #inlettura #cosebelle #coffeetime #coffeebreak #bookandcoffee #bookandcoffeetime #bookbreakfast
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