domenica 8 dicembre 2019

#SpecialeMeridiani - Zanzotto: l'io come paesaggio e linguaggio


Ricordo perfettamente che quando mi sono accostata per la prima volta ad Andrea Zanzotto, all'università, ho percepito una certa distanza dai suoi testi. 
Coglievo il suo ruolo fondamentale come poeta chiave della cosiddetta "quarta generazione" (1945-1954), ma il suo modo di narrare, l'utilizzo delle immagini e dei contrasti, la raffigurazione di un paesaggio di cui non conoscevo il carattere più intimo, hanno richiesto più tempo rispetto ad altri poeti. 

Inizialmente l'ho studiato sulle antologie, un po' per frammenti, cercando di cogliere dai singoli testi il senso dell'evoluzione del suo percorso attraverso le raccolte principali: da Dietro il paesaggio (1951) a Filò (1976) e poi in avanti fino Il Galateo in bosco (1978) e a Meteo (1996). Ma quello che ricavavo erano impressioni di paesaggio, fuggevoli visioni come registrate dal finestrino di un treno che viaggiava troppo veloce tra paesi sconosciuti.
Zanzotto è diventata un po' una sfida, un poeta sfuggente di cui avrei dovuto capire di più. 
È così che è arrivato il Meridiano Mondadori Le poesie e prose scelte (edizione a cura di Stefano Dal Bianco e Gian Mario Villalta, con saggi di Stefano Agosti e Fernando Bandini).
Il volume ha rallentato l'andamento del viaggio nell'opera di Zanzotto raccontandomi meglio, tappa dopo tappa, di che materia era fatta la sua poesia e mettendo a sistema le molte componenti di un mondo letterario che dal suo esordio (trentenne) nel 1951 agli anni duemila è cambiato in modo eccezionale raccontando le principali sfide umane della contemporaneità. 

Ho compreso dapprima il ruolo appartato, eppure intimamente europeo di Zanzotto
Pier Vincenzo Mengaldo nella sua introduzione a un altro Meridiano, Poeti italiani del Novecento, lo definì "un epigono fuori dal tempo dell'ermetismo", sottolineando un'ideale derivazione da Ungaretti, Gatto, Quasimodo che è andata intrecciandosi con le influenze del surrealismo di Éluard, l'estetismo di D'Annunzio, la spinta morale di Leopardi, la tormentata vicenda esistenziale di Hölderlin. 
Echi dell'ermetismo emergono dalle prime raccolte principali (Dietro il paesaggio; Elegia e altri versi, 1954) nella scelta degli stilemi, delle associazioni, nella ricerca dell'essenziale. Non è manierismo, è un primo passo nella definizione della sua poetica letteraria. 

Se dovessimo per gioco ridurre a pochissimi materiali il mondo eterogeneo di Andrea Zanzotto, questi sarebbero il paesaggio e il linguaggio. E in mezzo a loro, l'io del poeta, a volte sospeso, altre nascosto, altre prepotentemente affermato. 
Questi elementi si combinano in una serie di equazioni poetiche straordinarie, secondo un'evoluzione progressiva che va, appunto, dall'ermetismo alla tensione sperimentale e all'eccezionalità linguistica delle ultime raccolte. 

È un percorso che comincia con:
Verde l'acqua lava
le piazze,
emergono spoglie di venti
dorati e dorati capelli
si spengono ai balconi.
(Versi giovanili)

e arriva a:
Paese dei Balocchi, milioni
di aerei stemmi-diamanti-vitalbe
mai stanche di soffrire, stranirsi, di giocarsi
l'ultimo filo.
 (Meteo)
Tutta l'opera di Andrea Zanzotto è percorsa da una tensione iperletteraria che spinge sempre più avanti il suo utilizzo del linguaggio; tutta la scrittura è sperimentazione sulla materia linguistica.
I pezzi del linguaggio si ritrovano prima di tutto nel paesaggio, tra i colori della natale Pieve di Soligo (Treviso), con i portici, i mercati, "i torrenti del cielo e delle strade", il vento che soffia tra il grano. La campagna veneta e in generale il mondo circostante vengono trasfigurati in segni linguistico-letterari. Il poeta li scrive, il lettore li deve trovare andando, proprio come dice la prima raccolta, "dietro il paesaggio", sollevandone il velo. 
A prima vista sembra un idillio naturale, ma in realtà è un processo che si fa sempre più doloroso e sofferto perché il problema del rapporto tra il soggetto e il linguaggio, tra il soggetto e il paesaggio, è costante. Come scrive Stefano Agosti, Zanzotto fa "esperienza del linguaggio" e in questa esperienza è sottesa un grande fondamentale domanda: sono in grado di dire l'autentico? E se sì, come?
Le risposte sono tante: lo fa attraverso la finzione (sembra un paradosso in contrasto con l'autenticità, eppure ne è la strada principale); con invocazioni e interrogazioni (la raccolta Vocativo del 1957 ne è un emblema); con l'instabilità di un ritmo che si fa sempre più dinamico; con le soluzioni espressionistiche; con il pastiche linguistico (le IX Ecloghe del 1962); con l'ironia
Gioca con il dialetto - lingua della terra e di quel giovane "cuore trafitto dal futuro" - con i latinismi, i tecnicismi. Gioca tantissimo questo poeta. 
E un po' come nell'E lasciatemi divertire di Aldo Palazzeschi, si diverte a stravolgere le carte della lingua comune per dire a tutti che il suo io è frammentato, scisso, in preda al caos del mondo
Avremo lontananze capovolte
specchi che resero immagini rubate
fiori usciti dalle mura ad adorarti.
Saremo un solo affanno un solo oblio.
(IX Ecloghe)
È l'oblio che il poeta vuole combattere, e lo fronteggia proprio dicendo a più riprese "io":
io, infine: subumano? - Io forse trascendente?
Io che abbandona al margine - la storiale corrente?
Piano: tre volte all'anno - milanese divengo,
dunque storico, umano, - funzionale mi tengo.
(IX Ecloghe)
La poesia di Zanzotto è urto col mondo, testimonia la difficoltà per l'uomo di ritagliarsi un posto nella storia, di combattere l'insignificanza con il valore. 
La raccolta La Beltà (1968), come sottolinea Mengaldo, segna in questo senso un punto di non ritorno. In un anno pieno di rivoluzioni, il poeta compie la sua consegnandoci un linguaggio "impazzito" che ormai si ripiega su se stesso, balbetta, si stravolge.
I morfemi diventano parole a sé, verbi e sostantivi si scambiano il cappello. Il significante si stacca dal significato e diventa autonomo nella produzione di senso (già l'amato Hölderlin diceva "siamo un segno senza significato"). Non serve punteggiatura, se non per esagerare. 
E quindi può capitare che una poesia finisca così, lasciandoci sospesi:
L'azione sbanda si riprende
sbanda glissa e
(La Beltà)
o che il mondo si racconti per accumulo:
appunto qui e là là e quiportavoci
e lacché oeoni d'infimo grado,
tazebao di K contro Momus e Klamm
(La Beltà)
Inevitabile quindi che la critica abbia approcciato la poesia di Zanzotto usando molti degli strumenti della linguistica, scienza che sembra plasmarne l'anima. 
Ma è un'opera che la sua anima ce l'ha prima di tutto nell'umano.

Tutta la poesia del poeta di Pieve di Soligo non è stata in fondo che una lunga riflessione sulla possibilità di incidere sul reale. E in qualche modo è una domanda a cui non abbiamo ancora oggi un'unica risposta perché parola e afasia, memoria e amnesia si rincorrono sempre nel suo paesaggio interiore fatto di querce sradicate e di "colline fitte come petali".
Mescolando gli elementi di tutti i linguaggi del mondo, è stato l'inventore di una lingua tutta sua, tesa disperatamente a dire le esperienze della vita:
Il grande significante scancellato -
il cancello etimo
rete di sbarrette a perpendicolo
(lesioni, legioni)
(il mio nome è legione)
lesione
(La Beltà)
Come una lesione, una ferita, il linguaggio del poeta entra nel mondo e si fa spazio


Claudia Consoli