venerdì 19 ottobre 2018

Il piccolo mondo del Portello ne "La guerra di don Piero"

La guerra di don Piero
di Renato Costa
Ciesse Edizioni, 2016

pp. 357
€ 16,00 (cartaceo)




A un tiro di schioppo dalle piazze di Padova coi loro palazzi nobiliari, i negozi colmi di mercanzie, il sontuoso caffè Pedrocchi e il saccente Palazzo universitario del Bo, il Portello era tutta altra cosa. Chi da secoli veniva da Venezia, fossero i signori saliti sul Burchiello di Piazza San Marco o le merci spinte sulle chiatte lungo il Brenta, entrava in città da lì. (p. 14)
Padova a cavallo di inizio secolo è un calderone di cambiamenti. In particolare il quartiere del Portello, il grumo di case cresciuto intorno al porto fluviale che consentiva l'accesso in città per chi arrivava da Venezia, è vivace e borbottante. A poca distanza dai signorili palazzi e dal caffè Pedrocchi, l'umanità più varia fatta di mercanti, osti e prostitute vive come in una città a parte. In questo sobborgo comincia la storia di Piero, figlio di Libero Raffaello, socialista mantovano, e di Nina, vera portellana devota a Dio e ai poveri che brulicano nel malfamato quartiere. Piero esce come perfetto miscuglio dei geni migliori dei genitori: intelligente, religioso, attento alle temperature e ai sentimenti politici dell'epoca che oscillano tra l'amor regio e la rivolta proletaria. Entra in seminario e diventa prete. Ma incombono gli anni della Grande Guerra e come caporale/barelliere prima e cappellano militare poi, Don Piero saprà mettere a frutto tutto quello imparato nel cuore pulsante di Padova. Con un occhio sempre rivolto a Sant'Antonio e uno a salvare le sue pecorelle in prima linea, là dove mormora il Piave.
«Perché non ha voluto diventare cappellano militare?», chiese il colonnello impettito.
«L'hanno chiesto per me, ma hanno risposto di no».
«E perché mai?»«Figlio di neutralisti, tagliò corto Piero, che non voleva dare più tante spiegazioni a quel pallone gonfiato».
«Neutralisti socialisti o cattolici?, volle fare lo spiritoso l'ufficiale, dando a intendere che la domanda era retorica».
«Di entrambi!», rispose il prete, lasciando l'altro di stucco. (p. 152)
Le guerre forniscono sempre un ottimo scenario per la narrazione. Nel bene e nel male, tirano fuori la vera natura degli esseri umani e consentono di essere testimoni di atti di grande coraggio, di codardia e di ignavia. La Grande Guerra è poi ammantata di un'aura romantica: considerata da molti come una Guerra d'Indipendenza per l'annessione delle ultime parti "mancanti" al neonato regno d'Italia, evoca le immagini degli assalti di trincea, combattimenti corpo a corpo per la conquista di pochi metri di terreno, per il Re e per la Patria.
Non serve specificare che fu una guerra sporca che mise in campo l'uso delle bombe all'yprite e al fosgene e rovinò una generazione nella mente e nel corpo; per non parlare poi di ragazzi della classe del '99, buttati in trincea che ancora non erano ragazzi.
La Prima Guerra Mondiale rimanda alle battaglie in montagna combattute dai battaglioni di alpini che, contro gli austriaci di Cecco Beppe, difendevano i regi confini. Il romanzo di Renato Costa ingloba questo pezzo di storia, ma respira in maniera molto più ampia facendo luce sulla fine dell'Ottocento in uno dei quartieri di Padova: il Portello.
Ancora oggi quartiere più popolato da studenti e da bar economici, ha vissuto nel corso degli anni un progressivo processo di riqualificazione: è rimasto vivace e variopinto, sede di festival e manifestazioni lungo il fiume che, da punto di accesso in città, è diventato nucleo di gran vitalità soprattutto nei mesi estivi.
Con una ricerca storica minuziosa e una ricostruzione impeccabile, l'autore accompagna in questo quartiere sia padovani che foresti: i primi, sovrappongono immagini in seppia a quello che conoscono attualmente della città, gli altri hanno uno sguardo su una città ai margini degli scenari narrativi. Senza pedanteria, la Storia scorre in maniera piacevole, narrando dei movimenti socialisti di inizio secolo e sui sentimenti di neutralità e pacifismo allo scoppio del conflitto, e si mescola al costume con incursioni sulla vita nella saggia Padova.
Ma dove il romanzo dà il meglio, soprattutto per chi patavino non è e potrebbe perdersi nei vicoli portellani, è la parte della guerra. Don Piero, dopo un inizio difficile visto che viene mandato in guerra proprio in quanto fermo sostenitore della pace sui giornali diocesani e figlio di un socialista, diventa l'uomo dei casi difficili. Lui e il suo attendente maggiordomo napoletano, detto Mimmo Sfiga per le sue poco fortunate uscite in battaglione, vengono mandati là dove serve diplomazia, coraggio e forza per amministrare la situazione. Perché in un esercito così grande, le sacche di irridenti e facinorosi restano. Accompagniamo così questo Don Chisciotte con il suo Sancho Panza (che piace immaginare come Mr Carson di Downton Abbey) sulla Forcella dell'Avvenire, guidata dal Terribile, dove senzadio, anarchici e pacifisti sfuggono a ogni controllo. Con personaggi degni del Mondo Piccolo, don Piero diventa loro compagno e difensore, in grado di ispirare i più alti atti d'eroismo. Lo vediamo scontrarsi e rischiare la vita nel battaglione del folle capitano Bertelli che di decimazioni e frasi fatte sull'amore verso il Re. Per poi rientrare a Padova, una città che sta subendo un pesante bombardamento e le prime avvisaglie dell'epidemia di spagnola. Perché Sant'Antonio può vegliare sulle cose perdute e richiama a casa i propri figli.
Un romanzo che racchiude un garbo e un'ironia guareschiana, con un don Piero forse meno violento del suo parallelo emiliano, ma capace di far ruotare intorno a sé storie vere che sembrano favole. Anche se il fiume che mormora sotto i suoi piedi non è grande come il Po.   
Giulia Pretta