venerdì 5 gennaio 2018

Margo Jefferson, "Negroland"



Negroland
di Margo Jefferson
66th and 2nd, 2017

traduzione dall’inglese di Sara Antonelli

pp. 256
€ 16,00

[...] trovo ancora che “Negro” sia una parola sbalorditiva, illustre e terrificante. Una parola che trovi sui manifesti con gli schiavi fuggiaschi e sugli editti con i diritti civili; nelle convenzioni sociali e negli sbruffoni all’angolo della strada. Una parola di una lingua tonale il cui significato varia in base alla collocazione e al contesto, e ai modi in cui la Storia curva, sbanda, avanza e ristagna.
Non solo un autobiografia, non solo un libro di memorie, Negroland è una testimonianza diretta sulle dinamiche sociali sviluppatesi all’interno della borghesia nera (anzi, “Negra”) dell’America negli anni dal secondo dopoguerra a oggi. Periodo cruciale nella storia degli Stati Uniti, che vede il graduale, travagliato passaggio dalla segregazione razziale alla concessione dei diritti civili (de iure ma non sempre de facto) alle componenti “non bianche” della società.
Margo Jefferson, critico teatrale per il New York Times e docente universitaria, in questo libro rievoca gli anni dell’infanzia e della gioventù, passate all’interno di una rassicurante famiglia agiata, a sua volta campione di quel mondo parallelo costituito dalla upper class afroamericana, quella “aristocrazia di colore” i cui valori e aspirazioni furono, sostanzialmente, l’assimilazione sociale e culturale alla borghesia bianca attraverso la mera riproposizione delle stesse ipocrisie e rigidità.

Figura fondamentale nel processo di acquisizione di consapevolezza nella giovane Margo è la madre Irma, donna intelligentissima e concreta che educa le figlie in modo pragmatico, perfettamente conscia sia dell’ostilità della popolazione bianca sia della falsità del proprio microcosmo sociale:
“Ci consideriamo Negri della classe elevata e al contempo americani dell’alta borghesia” [...] “Ma per la gran parte della gente noi siamo ‘Negri come tutti gli altri’.”
Quello che maggiormente colpisce in Negroland è l’atteggiamento critico tenuto dall’autrice nei confronti dei Negri benestanti, preoccupatissimi di assomigliare ai bianchi – che volentieri li vedrebbero tornare nelle piantagioni – al punto non solo di rifiutare il contatto con i Negri delle classi non abbienti, quasi vergonandosene, ma addirittura alimentando una competizione, non dichiarata ma implacabile, con i Negri appartenenti alla propria condizione sociale. Negroland è infatti un mondo crudele, che riprende le dinamiche interattive tra “sommersi” e “salvati” (la “guerra fra poveri”, in altri termini), in cui avanza chi ha la pelle un po' meno scura, i capelli un po' meno crespi e il naso un po' meno largo, secondo una graduatoria basata su criteri inesorabili, minuziosamente descritti dall’autrice.
Atteggiamenti ipocriti e assenza di solidarietà aiutano Margo e sua sorella a crescere in un ambiente privilegiato e a frequentare scuole non segregate in cui, tuttavia, la differenza fra bianchi e Negri (anzi, fra bianchi e non bianchi) pesa come un macigno e si manifesta perfino negli aspetti più banali del quotidiano, come l’esclusione di Margo e degli altri ragazzi Negri dalle feste di compleanno dei compagni bianchi e dalla necessità di raddoppiare gli sforzi per competere nell'universo bianco.
Il processo di maturazione di Margo, da ragazzina accondiscendente e succube a donna consapevole del proprio spazio nel mondo, avviene parallelamente all’evoluzione sociale avvenuta negli Stati Uniti, il cui perbenismo quasi vittoriano degli anni Quaranta-Cinquanta, denso di razzismo, viene scardinato e superato, almeno nelle sue manifestazioni peggiori, a opera dei movimenti di aggregazione e di protesta. La legge sui diritti civili, le reazioni all’assassinio di Martin Luther King, le manifestazioni contro la guerra in Vietnam, le Pantere Nere e il movimento studentesco sono momenti in cui Margo Jefferson acquisice finalmente la condizione adulta, in tutte le sue sfaccettature.

Proprio quest’ultimo punto fa di Negroland un libro particolare e interessante; la Jefferson ha la capacità di narrare le vicende americane dagli anni Quaranta in poi analizzandone le dinamiche sociali interetniche secondo una prospettiva critica e inedita, che rifiuta il vittimismo ma, al contrario, pone l’accento sulle responsabilità di tutti gli attori coinvolti nel processo.

Scritto con passione, ironia e assouta onestà intellettuale, Negroland è un testo attualissimo pur nella sua collocazione storica, che permette l’incursione nell’animo di una persona in evoluzione in un ambito sociale disorientante e contraddittorio, particolarmente faticoso per chi porta il fardello del colore della pelle e del sesso "sbagliati", secondo un percorso immutabile in ogni momento storico.

Stefano Crivelli

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