mercoledì 14 dicembre 2011

I Diari di Katherine Mansfield

Diari
di Katherina Mansfield
Robin Edizioni, 2011


pp.256
€ 16,00

Katherine Mansfield Beauchamp, nata nel 1888 in Nuova Zelanda, è considerata tra le scrittrici di maggior talento del secolo scorso, in particolar modo per la produzione di racconti brevi. Con opere come “Prelude”, “Daughters of the Late Colonel”, “At the Bay” e “The Garden Party” si impone come autorità nel genere della short story.
La scrittura incomprensibile
I Diari sono stati raccolti, tra il 1927 e il 1954, dal secondo marito, John Middleton Murry, critico letterario e romanziere, sposato nel 1918. In apertura troviamo un frammento datato giugno 1910, ma le annotazioni in senso cronologico incominciano dal 1914, prima di quell’anno, infatti, Katherine distrugge tutti i suoi scritti. La presente traduzione fa riferimento all’edizione 2002 della Minnesota University Press, Katherine Mansfield’s Notebooks edita da Margaret Scott.
I Diari di Katherine Mansfield offrono una prospettiva dalla quale guardare la vita di questa scrittrice, passando da momenti di leggerezza, riflessioni, aneddoti che si trasformano in spunti per narrazioni, fino a passi intensi, persino drammatici, legati ad eventi che hanno segnato la sua esistenza. Fra di essi predomina la scomparsa dell’amatissimo fratello Chummie, morto durante la prima guerra mondiale, un ricordo dal quale Katherine non riesce a staccarsi. La perdita del fratello ha rappresentato per lei uno spartiacque che divide passato e presente. A ciò si associano i ricordi dell’infanzia spensierata e la nostalgia della propria terra, la Nuova Zelanda, da cui si separa a soli tredici anni. L’immagine del paese d’origine torna insistentemente, soprattutto nella contrapposizione con la società borghese inglese alla quale Katherine non sente di appartenere.
La lettura accompagna le sue giornate riportando nel diario notazioni dai libri preferiti.  È affascinante conoscere il suo pensiero su autori e personaggi, individuare le proprie interpretazioni, come in questo caso:
Avevo riletto tutto L’Idiota, molto attentamente, sono ancora più dubbiosa di prima circa il carattere di Nastassja Filipovna. A dire la verità non è dipinta alla perfezione. Anzi direi che è ritratta piuttosto male. E mentre leggiamo, aumenta in noi una specie di irritazione, un fascino deluso che alla fine riesce quasi a cancellare le prime, davvero meravigliose ʻimpressioniʼ su di lei. A che cosa mirava insomma, Dostoevskij?”.
E poi c’è Cechov, da Katherine molto apprezzato e che sicuramente ha influenzato la sua produzione di racconti brevi. Sono tanti altri i grandi nomi che hanno ispirato l’autrice, leggendo i cui diari è possibile conoscere da un punto di vista esterno al nostro…scrittori che richiamano altri scrittori, appunti, fugaci riflessioni che arricchiscono chi legge.
Katherine vive per la scrittura, ma al tempo stesso dichiara le difficoltà dell’atto creativo, l’incapacità di dare forma a ciò che già esiste nella mente, ostacolo comune agli scrittori. Questo impedimento la scoraggia come nel seguente passo:
 “Che cosa mi rende così difficile il momento della creazione? Se dovessi ora sedermi e cominciare a scrivere, semplicemente, qualcuna delle storie, nella mia mente già tutte scritte e pronte, passerebbero intere giornate. Sono tante, tante! Siedo: sono lì, così, perfette che se, vincendo la mia pigrizia, dovessi prendere la penna, dovrebbero scriversi da sé. Ma bisogna pur ʻfareʼ! Non trovo un posto per scrivere, come vorrei: la sedia non è comoda…eppure, anche se mi lamento, questo sembra il posto e questa la sedia”.
Con il fratello Leslie, detto, Chummie
La malattia di Katherine Mansfield occupa spazio nel suo racconto a partire dal novembre 1917, quando si ammala di tubercolosi, minando la sua già cagionevole salute: soffriva, infatti, di reumatismi che le compromisero il cuore. Le precarie condizioni fisiche si sovrappongono ad uno scenario drammatico, quello della Grande Guerra. Per le cure necessarie soggiorna a Bandol nel Sud della Francia, dove trova una città completamente devastata, per poi arrivare a Parigi, nel febbraio del 1918, che proprio in quei giorni inizia ad essere bombardata. I collegamenti tra la capitale francese e Londra sono interrotti e Katherine non può ritornare a casa. Questa permanenza di tre settimane peggiora la propria salute, ma la scrittrice, nonostante lo sconforto ed il costante pensiero della morte, non perderà mai la forza per continuare a lottare sino alla fine, il 9 gennaio 1923. Il suo diario si conclude il 10 ottobre 1922 con queste parole:
Ho scritto queste pagine per me. Posso osare mandarle a J.? Ne può fare l’uso che meglio crede. Deve vedere quanto io l’amo.
E quando io dico ʻho pauraʼ, non ti crucciare, amor mio. Noi tutti abbiamo paura quando ci troviamo nella sala d’aspetto di un medico. Eppure, dobbiamo entrare là, se l’altro che resta può mantenersi tranquillo, è questo tutto l’aiuto reciproco che ci si può dare…
Tutto ciò mi sembra serio e audace. Ma ora che io ho lottato corpo a corpo con questi pensieri, ora tutto è finito. Mi sento felice…infinitamente felice. Tutto va bene”.                                                        
Con il marito J. M. Murry
I Diari di Katherine Mansfield, dunque, coniugano la spontaneità delle riflessioni più disparate a momenti di sofferenza che permettono al lettore di penetrare la psicologia dell’autrice come, del resto, il genere del diario consente. Lo consiglio a chi si appassiona alla vita degli scrittori e non solo alle loro opere e quando si ama un autore, credo sia difficile non entusiasmarsi nell’apprendere anche i fatti più banali che lo caratterizzano. Al contrario, lo sconsiglio a chi preferisce una narrazione più lineare e compatta, in quel caso può orientarsi versi i racconti brevi, di cui Katherine Mansfield è stata indiscussa maestra. Infine raccomando il libro a tutte le donne: l’irregolarità delle annotazioni, le contraddizioni, i pensieri più vari, la forza e la fragilità di Katherine fanno dei diari un irrinunciabile testo da tenere con noi.


Martina Pagano