giovedì 5 agosto 2010

Gradiva: Sogni e Deliri nella novella di Wilhelm Jensen e nel commento di Sigmund Freud

Gradiva
di Wilhelm Jensen e Sigmund Freud

Collana Studio Tesi, 1992

Nel 1906, a pochi anni dall’inizio del nuovo secolo e dalla pubblicazione della sua famosa Interpretazione dei Sogni un entusiasta Sigmund Freud leggeva Gradiva, su consiglio di Jung. Il successo della novella di Jensen deriva in larga parte dall’analisi e dal commento dettagliato che il padre della Psicoanalisi scrisse su di essa nel 1907, a solo un anno di distanza da una lettura che lo aveva affascinato e conquistato immediatamente. Lo studio di Freud sulla Gradiva non mancò di suscitare un notevole interesse nella, allora limitata, cerchia degli psicoanalisti e anche in quella dei letterati poiché rappresentava la scelta di un tipo di indagine nuova da un punto di vista contenutistico e formale.
La passione per l’arte, l’archeologia in particolare, è il nucleo fondamentale dell’opera di Jensen e del commento freudiano, nonché un elemento che accumuna i due autori dal punto di vista biografico. Freud nel 1907 potè prendere direttamente visione del bassorilievo che raffigura la Gradiva ai Musei Vaticani di Roma. Con la descrizione di quest’opera comincia la novella di Jensen che racconta di un giovane archeologo tedesco, Norbert Hanold, il quale rimane a tal punto colpito dal bassorilievo della Gradiva da comprarne una copia da porre nel suo studio. L’osservazione intensa dell’immagine, che rappresenta una figura di giovane donna che incede in maniera solenne ed elegante (come il dio Mars Gradivus l’avanzante, da cui il nome), arriva a catturare a tal punto le sue attenzioni e le sue energie da portarlo a uno stato di delirio (“eccesso di fantasia”) che trova espressione in alcuni sogni e in un viaggio a Pompei al termine del quale, con l’aiuto di una Gradiva in carne ed ossa, potrà liberarsi dallo stato delirante che si era impossessato di lui, rompendo definitivamente il circolo dell’allucinazione.
Più volte, nei suoi scritti critici e nelle lettere, Freud manifestò la sua predominante passione per l’archeologia e collegò intimamente la metafora di Pompei, sepolta dalla cenere e riemersa grazie agli scavi, a quella della rimozione e della successiva riscoperta dei materiali inconsci grazie alla psicoanalisi. Pompei, non a caso, è la protagonista della novella di Jensen e il fulcro del commento freudiano in cui sogni di sapore archeologico e ricerca psicoanalitica si legano e si spiegano vicendevolmente. Nell’opera di Jensen, che secondo Freud rappresenta l’esposizione poetica di un vero e proprio caso clinico, si trovano gli elementi necessari per definire alcuni processi e categorie fondamentali della psicoanalisi come quella di rimozione, ab-onirizzazione, delirio, inconscio, coazione a ripetere, paranoia, erotomania, ritorno del depresso e soddisfazione sublimata del desiderio. E ancora appare essenziale una riflessione sul rapporto tra arte e psicoanalisi che Freud approfondisce largamente quando sostiene che poeti e psicoanalisti sono accumunati dalla stessa ricerca nel terreno dell’inconscio e del sogno (“quei sogni che non sono stati inventati da alcuno e che invece sono stati inventati dai poeti”) e parla di “sapienza poetica”.
Secondo Cesare Musatti Freud ha trasformato il caso letterario in un caso clinico-psichiatrico e ha in questo modo dato vita alla corrente della critica letteraria psicoanalitica che muove dai tratti letterari delle opere per rintracciarne i moventi più profondi, inconsci e si basa sulla convinzione che i principi che regolano la semantica e la sintassi del linguaggio dei sogni siano gli stessi che governano la tematica e la costruzione formale delle opere letterarie.
La novella di Jensen ha un andamento scorrevole e assolutamente godibile; da un punto di vista letterario e stilistico appare caratterizzata da essenzialità e dal ritorno frequente dei medesimi motivi. Anche chi non fosse uno studente o uno specialista del settore dovrebbe, a mio parere, affiancare alla lettura dell’opera quella del commento di Freud che permette di cogliere particolari altrimenti difficilmente evidenziabili. Molto interessante sarebbe anche legare Gradiva ad altre successive novelle di Jensen quali L’ombrellino rosso o Nella casa gotica che, come la prima conterrebbero – secondo Freud – spunti di carattere autobiografico poi letterariamente sviluppati in modo da costituire ancora una volta un interesse in ambito psicoanalitico.
Si tratta, insomma, di un unico percorso che collega arte, letteratura, psicoanalisi e mitologia e le universalizza nel tentativo di cogliere i processi interiori dei personaggi, considerati come individui viventi (si vedano le analisi freudiane sul Macbeth di Shakespeare o su Romersholm di Ibsen), e di estrapolare dall’opera motivi e simboli che hanno un significato nascosto.

Claudia Consoli