martedì 7 aprile 2009

Un miracolo liberatorio


Michail Afanes'evic Bulgakov

Il Maestro e Margherita

pp.481 ca

edizioni BUR

prezzo: € 8

"Un miracolo che ognuno deve salutare con commozione", ecco il commento del premio Nobel Eugenio Montale all'apparire dell'opera più matura e controversa del Maestro russo vent'anni dopo la morte di quest'ultimo. Un ritardo spiegabile con la censura staliniana oltreché la presunta incompiutezza del romanzo, sottoposto da parte dell'autore a numerosissime redazioni e rimaneggiamenti fin sul capezzale, all'ombra di quel 1940 che gli chiuderà gli occhi con una sclerosi renale. Ritornando al parere lusinghiero presentato da Montale, esso è principalmente dovuto alla grande fantasia lirica che accompagna ad ogni pagina la penna dell'autore donandole quella leggiadria non tanto stilistica quanto di contenuti condensata nel surrealismo o realismo magico già visto in Diavoleide. Una struttura prettamente sinfonica, ricca di temi, di strumenti e di voci, che dopo aver raggiunto vette elevate di significato si sgonfia negli ultimi capitoli fino ad una conclusione nel silenzio palingenetico di un mattino. A guidare il lettore pagina dopo pagina interviene una figura di narratore (quasi un direttore d'orchestra di una sinfonia, appunto) originale e nuova nel panorama letterario, non essendo definibile né come strettamente interno od esterno, ma semplicemente un tramite, un collettore di informazioni a forma di imbuto, un qualcuno che ha ascoltato le vicende direttamente dai suoi personaggi e che ne riproduce fedelmente le personali sensazioni, con qualche sporadica apparizione in prima persona. La quantità di personaggi, un variopinto campionario della borghesia medio-alta borghese e del presunto ceto culturale, potrebbe facilmente stordire senza la rapida ricostruzione ed identificazione di ognuno al momento della ripresa di quel filo narrativo.
Un'interpretazione univoca è quasi impossibile, data, a questo punto, le moltissime tematiche a cui l'opera di Bulgakov si accosta sia sfiorandole che incorporandole come fili nella propria trama. Lo zoccolo duro della narrazione è costituito dal desiderio insano e quasi smanioso di attaccare e distruggere, nella "realtà letteraria", la società russa (moscovita nel particolare) appena mutata sotto il processo di metamorfosi bolscevico-staliniano, tarpata dall'avanzare dello Stato nella vita privata, tramortita da una inspiegabile fiducia nella "civiltà" del proprio prossimo (ricorre spesso l'invocazione "cittadino!"), smarrita nei cavilli della rigida burocrazia russa e considerata vittima consapevole e sacrificale degli interessi dei più potenti. Su questo sfondo cupo intriso di una razionalità che ha del paradossale Michail Afanes'evic Bulgakov introduce come termine irrazionale della sua personale guerra all'
homo sovieticus niente di meno che il Diavolo in persona, Woland. Quest'ultimo avrà dedicato a sé la prima cordicella narrativa, intrecciata con temi di tonalità vicine al colore bluastro e pallido della società e della cultura sovietica in lenta decomposizione, ma a tratti ravvivata da punte di sana e rubiconda ironia. A questa cordicella si sovrappone un frustulo, un resoconto frammentario della vita di Ponzio Pilato, che intende smentire in parte quella religiosità solenne e partecipata ma allo stesso parziale della Passione di Gesù Cristo contenuta nel Vangelo di Matteo (26-28) e trasportata nell'aria dalle note della Matthauspassion di Johann Sebastian Bach. E a questo punto società, religione e cultura subiscono la smentita di Woland che nell'economia narrativa è la voce fuori dal coro, il deus ex machina litterarum il quale con un occhio alla celebre citazione faustiana che funge da epigrafe al romanzo si può definire come "una parte di quella forza che eternamente vuole il Male ed eternamente compie il Bene". Non è uno scontato pathei mathos (s'impara dal dolore) sofocleo, attenzione. Woland, il diavolo, non è altro che l'esternazione di quel male insito nella società, il ritorcersi contro di quella parte di noi stessi che vive hobbesianamente di cattiveria. Nella sua materializzazione essa, facile immaginarla per chi abbia visto Il miglio verde, assume i lineamenti di un personaggio enigmatico ed ironico sviluppato su di un gioco di ipotesi creative e fantasiose, in un'opera di sostanziale sottrazione di materiale alla realtà, ed accompagnato da un gruppetto di servi ognuno caratterizzato da una personalità propria ed autonoma, con debiti nei confronti dei peccati e dei vizi capitali. A tal proposito viene sottolineata l'effimera materialità del denaro, distribuito da Woland e tramutatosi in valuta straniera (trafficare in valuta straniera era un reato dell'epoca) od in cartacce nelle mani dei riceventi.
Ed una volta sfilate queste cordicelle irsute dal brullo contesto sovietico per poi inanellarle sui ghirighori della propria fantasia, l'ex medico Michail innesta il motivo dell'amore, quello che darà poi il nome al suo componimento (in)completo: il Maestro e Margherita. Da premettere che qualsiasi rapporto d'amore precedente alla comparsa del Maestro è praticamente riprodotto in serie per ogni personaggio: "pubblica moglie" (cfr.: La città vecchia, Fabrizio De André) e amante un po' meno pubblica, il tutto in un rapporto di subordinazione della donna alle voluptates maschili, un amore infedelborghese. Questa unidirezionalità del desiderio d'amore viene sovvertita ed ampliata con una nuova freccia di Cupido nel rapporto tra i due veri protagonisti della narrazione, che come tutti del resto, non possono essere classificati a prescindere tra le file di uno o dell'altro concetto, siano essi Bene e Male o altre opposizioni marcate, senza compiere un turpe atto di banalizzazione dello scritto di Bulgakov. Tenendo presente uno dei consigli di Calvino nelle sue "Lezioni Americane" (scusatemi se lo cito spesso, ma è uno dei miei punti di riferimento) e guardando con commozione alla fantasia lirica, quasi alimentatasi dalla poesia primitiva teorizzata da Vico, del "Maestro e Margherita", si può anche provare in quest'epoca affamata di giudizi come Bdelicleone (cfr.: Le Vespe, Aristofane) a non sottintendere nessun messaggio nascosto, nessuna morale se non la stessa opera letteraria. Perché fornire sentenze inequivocabili laddove lo stesso autore si è astenuto dalla classica morale esopica eplicitata a fine favola? Questa non è una favola e assolutamente non pretende di essere giudicata, di insegnare o di impartire un qualsiasi tipo di lezione, ma come afferma Eridano Bazzarelli è "un'opera di grande liberazione fantastica, che ci affascina con la sua ambiguità e i suoi colori", utile per uscire, rielaborando Kant, da quello stato di minorità intellettuale impostoci dalle sovrastrutture (cfr.: Karl Marx) della ragione.



Adriano Morea