venerdì 21 luglio 2017

Dimenticare, superare e onorare il passato: tre missioni diverse unite dal medesimo ideale

Le donne del castello
di Jessica Shattuck
HarperCollins Italia, 2017 

Traduzione di Elisabetta Lavarello

pp. 476
18,00€



Sulla Seconda Guerra Mondiale si è scritto tanto (e forse troppo), scegliendo prospettive sempre diverse e talvolta anche originali (come si scriveva anche qui). Mancava tra le mie letture il racconto del conflitto con gli occhi delle donne tedesche, le uniche ad avere una prospettiva ravvicinata della recrudescenza a cui è stata soggetta la società civilizzata del Novecento. Jessica Shattuck sceglie proprio Le donne del castello bavarese di Burg Lingenfels in rovina per portare alla luce le ferite del nazismo di chi la Storia ha indicato come il male assoluto, ma che ha avuto un dolore spesso dimenticato e sottovalutato.
Nel corso di una festa organizzata proprio nel castello di Burg Lingenfels nel 1938 Albrecht von Lingenfels e il migliore amico di sua moglie, Connie, decidono che è il momento di prendere una posizione contro Hitler. Nello stesso momento Marianne von Lingenfels giura, a loro insaputa, di prendersi cura delle mogli e dei figli di ogni membro del gruppo di cospiratori, decidendo di fare dell’assistenza alle donne e ai bambini la sua personale battaglia contro il Führer. Finita la guerra, tra le ceneri della sconfitta della Germania nazista, Marianne torna con i figli dopo alcuni anni nell’imponente castello degli antenati di suo marito. Lo fa da vedova di un membro della Resistenza, assassinato il 20 luglio 1944 in seguito al complotto fallito per uccidere Adolf Hitler; sola, stanca, avvilita dalla tristezza, non cede alla tentazione di lasciarsi andare e mantiene fede alla promessa fatta con caparbietà e tenacia. Così, a uno a uno, Marianne riporta al castello i preziosi resti del gruppo di difensori della libertà, salvando prima Benita e Martin, moglie e figlio di Connie, poi Ania, la moglie di un membro della Resistenza polacca, e i suoi due ragazzi, rifugiati in uno dei tanti campi che ospitano i milioni di sfollati a causa della guerra, infine tanti altri bambini e vedove rimasti soli in un mondo di crudeltà. Appena Marianne riunisce queste due donne e le loro famiglie, scampate dalla guerra e provate dai tanti disagi, è convinta che il dolore e il passato condiviso siano il collante che le terrà unite per sempre, novelle guerriere di una nuova vita irta di sfide.


Le donne del castello nasconde dietro il titolo di un romance dalla texture leggera e piacevole una vicenda appassionante, con personaggi a cui ci si affeziona e grazie al quale si guarda alla Storia in un’ottica nuova. Una scrittura piana e di ampio respiro coinvolge e appassiona sia sul piano emotivo che narrativo, in un ritratto drammatico della guerra e delle sue ripercussioni, mostrando cosa significhi, per delle donne tedesche sole, sopravvivere tra stenti inimmaginabili e sforzarsi con grande dignità di trovare una parvenza di vita tra le rovine sparse intorno a sé. Rovine concrete, ma soprattutto intangibili: Marianne, Benita e Ania sono state testimoni di eventi indescrivibili, ma la sfida più grande è affrontare il presente cercando di non ancorarsi troppo al passato e ricominciare nella felicità e nell’amore (come desidera fortemente Benita), lottando affinché la memoria collettiva non faccia cadere nell’oblio ciò che è stato (la missione quotidiana di Marianne) o ricacciando indietro il dolore provando a riacquistare una normalità senza scossoni (di cui si convince Ania).  Le donne del castello, pur possedendo gli elementi tipici del romanzo che si basano su fantasia e inventiva, sviluppa il suo intreccio narrativo traendo spunto da fatti accaduti nelle realtà riuscendo a coniugare con efficacia i due fattori che lo rendono un libro dal profondo significato: ognuna con il suo passato da gestire, le tre personalità delle protagoniste riescono a fare squadra gestendo la nuova vita facendo della solidarietà la loro guida. Marianne, Benita e Ania lottano per degli ideali concreti, quali la libertà, la democrazia e l'uguaglianza, divenendo un esempio per tutte noi donne del Ventunesimo secolo che dal passato possiamo trarre una lezione di vita fondamentale per godere del presente e vivere il futuro con ottimismo, forza e tenacia.

Federica Privitera

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