venerdì 30 settembre 2016

#CritiComics | Un Frankenstein a fumetti a metà tra il romanzo e i film

Frankenstein di Mary Shelley
di Giulio Antonio Gualtieri e Riccardo De Stena

Star Comics, 2015

pp. 111
€ 15.00


Una delle particolarità del Frankenstein di Mary Shelley è la sua capacità di non mostrarci mai nulla dei fatti salienti e al contempo farci invece sprofondare in dettagliate descrizioni dei paesaggi cui Victor Frankenstein è solito affidare i suoi pensieri durante lunghe cavalcate o vagabondaggi. È tutto in questa dicotomia lo scontro tra nichilismo e romanticismo che la Shelley usa come scheletro per il suo romanzo: se da una parte la scrittrice ironizza velatamente sugli ideali romantici (prendendo di fatto in giro anche il marito e la sua cerchia di amicizie) costruendo con Victor Frankenstein un personaggio concentrato solo su sé stesso, sui propri pensieri e su ideali cui non è mai in grado di essere all'altezza, dall'altra si adopera per nascondere agli occhi del lettore qualsiasi immagine che evochi una metodologia o una procedura usata da Frankenstein per portare in vita il mostro. Certo, la Shelley accenna agli studi di Victor e qualcosa ce lo fa intuire, ma l'oscurità con cui è ammantata la nascita del mostro non è altro che l'ennesimo tassello con cui la scrittrice pone le basi per il nichilismo che pervade il Mostro, l'uomo moderno davvero sofferente perché in reale connessione col mondo e i suoi abitanti, altro che la tristezza aristocratica e pigra dei romantici.

Non è un caso quindi che Frankenstein, pur non essendo l'unico classico horror a essere adattato, parodiato e omaggiato innumerevoli volte, sia l'unico che vive in stretta simbiosi con i suoi adattamenti, perché se il romanzo porta alla storia la colonna portante di temi e personaggi, sono invece i film a creare tutta l'estetica di quel mondo. Il laboratorio di Victor, il suo camice bianco, il lenzuolo con i piedi del mostro che sporgono, e poi la sua fronte ampia, gli elettrodi sul collo, quell'espressione spaventosa eppure così capace di trasmettere delle emozioni sotterranee. Il merito va tutto a James Whale e Boris Karloff, rispettivamente regista e attore dell'adattamento cinematografico del 1931 che scolpisce nell'immaginario comune tutta l'iconografia e la procedura di rivitalizzazione assente dal romanzo della Shelley. In realtà il film di Whale (insieme al suo sequel La moglie di Frankenstein) ridefinisce in parte anche il personaggio del Mostro, rendendolo più buono e meno pessimista rispetto all'originale, sempre una vittima di Frankenstein ma meno intelligente rispetto al mostro del romanzo e quindi meno feroce nella sua vendetta e meno depresso, un personaggio con quel tipo di malinconia perfetta da compatire senza sentirci mai in colpa.


È per questo motivo che chi si appresta a scrivere un adattamento al Frankenstein di Mary Shelley non deve solo rendere conto a un libro e al suo bagaglio tematico, ma deve anche pagare pegno nei confronti di un film che è stato capace di dare una forma visiva al libro da cui è tratto. È questo il modo in cui lo sceneggiatore Giulio Antonio Gualtieri e il disegnatore Francesco De Stena affrontano l'adattamento del romanzo realizzato per la collana Roberto Recchioni presenta: i Maestri dell'Orrore edita da Star Comics.

La sceneggiatura di Gualtieri non fa affidamento esclusivamente sulle didascalie e quindi elimina quasi del tutto il narratore, se non quando effettivamente utile allo svolgersi della storia. Questo gli permette di alleggerire la struttura del racconto e  seguire in maniera precisa il romanzo, senza essere obbligato dalla foliazione a saltare scene o modificare il tempo di permanenza dei personaggi sulle pagine. Così il Mostro appare pochissimo, ma Gualtieri riesce a farci sentire la sua presenza e non omette mai né l'eterno dolore cui è costretto, né la terribile ferocia della sua vendetta. Invece l'onnipresente Victor ammorba come un virus quasi ogni tavola. Lui è sempre al centro della scena, col suo corpo e i suoi pensieri, anche quando l'azione si svolge lontano da lui. È Victor il centro di tutto, e il suo sguardo è quello ci guida all'interno della storia, eppure la vicinanza a un personaggio così sottilmente disgustoso non fa che aumentare in noi il desiderio di respingerlo, allontanarlo, in modo da concentrarci sul Mostro. Nonostante questa vicinanza al personaggio principale, il Frankenstein di Gualtieri rimane un po' distante, poco emozionante e coinvolgente, se non nei momenti in cui lo sceneggiatore spinge sull'horror o mette in campo i confronti diretti tra Victor e la sua Creatura (anche a livello di scrittura i momenti migliori del fumetto).


Francesco De Stena fa un grandissimo lavoro su costumi e scenografie, davvero dettagliati e credibili. La sua attenzione per la natura e i fenomeni meteorologici ci calano nell'atmosfera giusta del racconto, e sono perfetti per scandire i vari passaggi della storia. De Stena paga il suo debito cinematografica con un laboratorio molto classico, ma che trova però la sua nota di originalità nei tubi che penetrano direttamente nelle carni della Creatura. Una Creatura molto diversa dall'iconografia classica, che De Stena rappresenta come un incrocio tra Swamp Thing di Bernie Wrightson e i mostri di Jack Davis. Questo mostro più coriaceo e putrefatto del solito, brilla anche per una recitazione davvero ben gestita da De Stena, che gioca con una base limitata di espressioni (dovuto alla fisionomia del personaggio) riuscendo a imprimergli rabbia primordiale e aristocratica saggezza.

Il Frankenstein della coppia Gualtieri - De Stena è un lavoro ben fatto, un adattamento rigoroso ma che riesce a ritagliarsi i suoi spazi e le sue punte di originalità.

Della collana I Maestri dell'Orrore abbiamo recensito anche:
Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde
Dracula
Alle montagne della follia


Matteo Contin
@matteocontin