sabato 3 settembre 2016

Un saggio che riscrive la cartografia gattopardiana: intervista a Maria Antonietta Ferraloro


Chiunque legga Il Gattopardo lo avverte: una delle cose più affascinanti è riuscire a vedere lo spazio del romanzo, quello dei palazzi nobiliari, della città di Palermo e di Donnafugata, che l’autore confessa essere un misto di luoghi che appartengono a Santa Margherita del Belice e a Palma di Montechiaro: non dunque alla cittadina siciliana con cui sceglie di dissimularli. E la curiosità dei luoghi del libro cresce ancora, nel lettore, quando scopre che sono gli stessi della vita dell’autore: leggendo attentamente i Ricordi d’infanzia ci si affaccia sugli ambienti del Gattopardo e li si vede con lo sguardo malinconico di Lampedusa, cui li avevano sottratti la guerra e alcune vicende familiari. A questi luoghi si aggiunge villa Piccolo a Capo d’Orlando, la residenza dei cugini di Lampedusa, alla quale l’autore è sempre stato legato in modo particolare. Sono questi i luoghi siciliani considerati lampedusiani da sempre, almeno fino al 2014, l’anno in cui è uscito Tomasi di Lampedusa e i luoghi del Gattopardo di Maria Antonietta Ferraloro, insegnante e saggista siciliana, che ha dato una svolta agli studi sul principe palermitano. Il saggio ricostruisce un periodo sino a ora quasi del tutto sconosciuto della biografia umana e letteraria di Tomasi. Inoltre, rilegge il romanzo secondo i dettami della geocritica, ossia l’analisi dello spazio nel testo letterario e svela anche un altro luogo lampedusiano: Ficarra, paese natale dell’autrice, che ispirò determinati passi del libro e personaggi come quello del personaggio-soldato, così centrale nell’architettura narrativa gattopardiana, o di don Ciccio Tumeo. Aggiornato metodologicamente e caratterizzato da un andamento spiccatamente narrativo, il testo di Ferraloro è stato accolto molto positivamente dai lettori e dalla critica. Gioacchino Lanza Tomasi, figlio adottivo di Lampedusa, lo ha definito “un saggio pieno di novità e dalla bibliografia importante”, specificando che “in Italia non c’è nulla di simile”.

La tua ricerca affonda le radici nelle storie della tua infanzia. Quali storie si raccontano da sempre su Tomasi di Lampedusa e che tu hai sentito da bambina nel paese di Ficarra? 
Le storie che gli anziani consegnavano a noi bambini erano tante, e tutte egualmente favolose. Verità e fantasia si intrecciavano in maniera inestricabile; i particolari mutavano di volta in volta, come in un paesaggio continuamente visitato dal vento. Ma il centro del racconto era sempre lo stesso: narrava dell’arrivo di un principe a Ficarra. Quando lo scrittore giunse nel paese, stava attraversando uno dei periodi più bui della sua esistenza. Era semplicemente uno dei tanti sfollati che la guerra aveva scaraventato lontano dalla propria casa, dalla propria città, dalla rete rassicurante degli affetti. Inoltre, ormai da tempo, della favolosa ricchezza che era appartenuta alla sua casata, non era rimasto più nulla. Ma, per i ficarresi, la condizione di indigenza del principe era del tutto irrilevante. Il cunto mi restituiva intatto il fascino incredibile di un uomo silenzioso, alto e corpulento, dotato di un’intelligenza fuori dal comune e dalla memoria prodigiosa. Riuscivo a immaginare Tomasi mentre chiacchierava di letteratura con suo cugino Lucio Piccolo, l’autore dei Canti Barocchi. Mi bastava poco per vederli assieme, mentre passeggiavano per le viuzze del paese, per sentirli recitare ad alta voce i brani amati, o i versi di poeti antichi e moderni. L’idea che dentro Il Gattopardo potesse poi esserci finita Ficarra mi inorgogliva.

Enrico Iachello, nel libro Immagini della città, idee della città, parla del “gioco dell’identificazione” vecchia passione dei lettori del Gattopardo, che hanno sempre cercato di individuare quali fossero quelli che Tomasi di Lampedusa descrive nel suo romanzo. Effettivamente i luoghi gattopardeschi coincidono con quelli dell’autore: la casa natale, la villa di Santa Margherita del Belice e quella dei Piccolo a Capo d’Orlando non soltanto rivestono un ruolo importante nelle pagine del libro, ma costituiscono l’identità dell’autore...
In effetti, il pericolo che si corre dinanzi al capolavoro di Tomasi è proprio quello di forzare la mano al processo identificatorio: autori come Bufalino o Vargas Llosa ci hanno già messo in guardia. Bisognerebbe sempre tenere a mente che, nel romanzo, gli spazi – e gli episodi, i personaggi, le dimore – serbano solo in parte la loro dimensione “reale”. Allo scrittore basta ricorrere a un dettaglio inatteso, a una messa a fuoco imprevedibile per ristabilire i veri equilibri. «La potenza creatrice dell’artista» salta fuori imperiosa e rimescola le carte. Tuttavia, probabilmente, trovare dei punti di contatto tra il dato reale e l’arte, rassicura lettori e critici: ci permette di recuperare la dimensione “umana” del genio, di gettare uno sguardo, per quanto affrettato, dentro il suo laboratorio. Detto questo, è innegabile che Tomasi, per tutta una serie di motivi a cui tento di dare una risposta nel libro, abbia instaurato un rapporto simbiotico con i luoghi nei quali è vissuto. Prima del mio saggio, però, il soggiorno in questo paese era stato considerato come una semplice stazione di transito nella vita dello scrittore. Invece, complice il particolarissimo periodo storico in cui va collocato, entra di diritto nella cartografia gattopardiana. Leonardo Sciascia, che è il primo a dar vita al filone di ricerca sui luoghi tomasiani, dovette intuirlo. Infatti, già nel 1965 chiese a Lucio Piccolo di accompagnarlo a Ficarra. Non dimentichiamo che era stato proprio il poeta, che possedeva case e terreni in questo borgo, a convincere Tomasi a soggiornarvi.


Il tuo libro ha conquistato molti lettori, viene studiato all’università e il suo valore è stato riconosciuto anche da Gioacchino Lanza Tomasi. Cosa ha portato al paese di Ficarra?  
Il mio libro prende spunto dal cunto su Tomasi che ha accompagnato la mia infanzia e parte della mia giovinezza, ma va subito oltre. Il racconto di quel tempo viene filtrato attraverso le maglie strettissime del recupero e del vaglio delle fonti storiche, documentarie e biografiche; dell’analisi testuale e soprattutto cronotopica del romanzo; di un’indagine critica centrata sull’intero macrotesto tomasiano. Le ricerche sono durate cinque anni. Il saggio che ne è venuto fuori è stato concepito come un’indagine storico-letteraria, anche se non rinuncia alla narratività della scrittura. Gioacchino Lanza ha avuto parole molto generose, nei riguardi del mio lavoro. E ha voluto tenere a battesimo il libro, a Palermo, assieme ad Antonino Buttitta. 

Il cunto era parte integrante della memoria collettiva, permeava profondamente il tessuto del borgo, ma rimaneva circoscritto, per lo più, entro i suoi confini. 
Il libro, invece, porta “fuori” oltre questo perimetro, il legame tra Tomasi e Ficarra e, soprattutto, ne dimostra l’importanza. Il paese viene ormai considerato, come è giusto, una meta gattopardiana. Già qualche mese dopo la pubblicazione, sono arrivati i primi turisti. A seguire, per la prima volta nella sua storia, sono giunti anche i tour operator. Oramai anche i siti specializzati in turismo letterario hanno cominciato a occuparsi del libro e del paesino nebroideo. C’è anche dell’altro, sebbene non sia ancora stato tradotto all’estero, il saggio sta incuriosendo studiosi e lettori di varie parti del mondo. Suppongo sia per queste ragioni che il libro non circoli solo nei Dipartimenti di Italianistica, ma sia entrato tra i testi consigliati in alcune Facoltà legate al Turismo o a Economia e Commercio.

Parlaci degli eventi che il 9 e il 10 agosto si sono svolti a Ficarra e che hanno celebrato Tomasi di Lampedusa e Il Gattopardo, come sono andati? È la prima volta che si organizzano in questo luogo manifestazioni dedicate a Lampedusa?
Da qualche anno, subito dopo che io ho discusso la tesi di dottorato da cui è stato tratto il saggio, alcune associazioni culturali presenti sul territorio, con l’avallo del Comune di Ficarra, organizzano una “Due giorni gattopardiana”. Il numero delle presenze è in costante crescita. Il paese sta vivendo una grande occasione di crescita culturale, oltre che economica. Sono certa che un’amministrazione accorta saprà far fruttare al meglio quest’opportunità.

Si può dire che ci siano molti affezionati lettori curiosi dei luoghi lampedusiani? Secondo te cosa dovrebbero fare le istituzioni che tutelano la cultura italiana per dare valore a questo patrimonio?
Tomasi è tra gli autori più letti, tradotti e amati al mondo. Immagino che, per un lettore, recarsi nei luoghi in cui il suo autore prediletto è vissuto o da cui ha tratto ispirazione abbia lo stesso valore che sfogliare le pagine di un suo libro. Come i libri, i luoghi si svelano lentamente, consegnano i loro segreti soltanto ai lettori più fedeli e pazienti. Purtroppo viviamo in tempi bui, in cui le istituzioni latitano: la parabola discendente che attraversano i Parchi letterari ne è un esempio lampante. Al di là di poche, luminose eccezioni, non sempre chi dovrebbe tutelare l’immenso patrimonio artistico-letterario italiano si mostra all’altezza del proprio compito. Bisogna probabilmente ripartire dal basso. Rimboccarsi le maniche è d’obbligo. Ognuno, nel proprio piccolo, dovrebbe tornare ad assumersi le proprie responsabilità. La scuola, ad esempio, può fare più d’ogni altra agenzia culturale. Piuttosto che perdersi nei meandri di uno sterile nozionismo, potrebbe intanto ricominciare a educare alla bellezza i propri ragazzi.

Lorena Bruno
@Lorraine_books

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