venerdì 15 aprile 2016

Anche noi l'America: The Book of Unknown Americans

Foto di Debora Lambruschini
Anche noi l'America
di Cristina Henriquez
NN editore, marzo 2016

Traduzione di Roberto Serrai

pp. 320
euro 17

Non so davvero da che parte iniziare per parlarvi di questo libro. Cosa posso dire, che mi è piaciuto moltissimo, che mi ha commossa e spinta a riflettere, che mi ha fatto indignare, cambiare prospettiva rispetto ad alcune cose? Che poco o nulla ho in comune con l’autrice e la storia che racconta eppure certi sentimenti sono in fondo gli stessi, ad ogni angolo del globo, ti entrano dentro e parlano al cuore? Che l’ho letto in un solo giorno, soppesandone comunque ogni singola frase, e che una volta chiuso c’è voluto però un po’ di tempo in più per ritrovare il giusto distacco e cercare le parole giuste per analizzarlo (ma in questo, in effetti, temo di non essere riuscita del tutto, almeno fino a qui)?
Si, Anche noi l’America è tutte queste cose, è tutte queste emozioni, è il libro meno perfetto che abbia letto di recente eppure è anche tra quelli che più mi hanno coinvolta, con il carico di sentimenti che porta con sé la lettura di questa storia. Ed è una storia che ne contiene molte altre, alcune solo accennate, altre strettamente intrecciate a quella dei suoi protagonisti, fino alla fine. Una coralità che si rispecchia nella scelta di una narrazione in prima persona ma mediante l’espediente del narratore multiplo, per dare voce ad una manciata di personaggi – alcuni protagonisti della vicenda, altri solo comparse – e alle loro storie, tutti accomunati dal fatto di essere arrivati lì, in quella sperduta cittadina del Delaware, come immigrati.

Le vecchie vite lasciate alle spalle, in qualche luogo mai dimenticato del Sud America, per cercare di costruirne una – più giusta, più sicura – negli Stati Uniti, terra ancora una volta di speranza e possibilità. In quel condominio di modesti appartamenti, arrivano un giorno anche i Rivera, cuore di questa storia: Alma ed Arturo, che insieme alla figlia Maribel hanno lasciato il Messico e tutto ciò che conoscevano, affetti e comodità, per dare alla figlia la migliore delle possibilità. Perché la bella Maribel, quella figlia a lungo desiderata che quasi come un miracolo era arrivata a completare la loro vita insieme, a colorarla con la gioia delle risate e delle sue piccole ribellioni, quella ragazza non esiste più: un brutto incidente, l’ospedale, la consapevolezza che qualcosa si è rotto per sempre. E la quattordicenne allegra, indipendente e vitale che i suoi genitori conoscevano è come se ad un certo punto si fosse persa, nello spazio tra l’incidente e le settimane in quel letto d’ospedale; è una ragazza silenziosa, con un danno celebrale permanente che l’ha costretta a imparare di nuovo a vivere, cambiando forse per sempre ciò che era.
È quindi con la speranza di assicurare all’amatissima figlia l’assistenza adeguata che i Rivera hanno scelto di lasciare la vecchia vita per trasferirsi negli Stati Uniti, dove trovare tutto l’aiuto per Maribel che in Messico non era possibile. Qui, nel palazzo di Alfonso Angelino, dopo l’estenuante trafila burocratica e il lungo viaggio sul retro di quel furgone rosso da cui osservare l’America che sfila un luogo dopo l’altro, i Rivera sono arrivati pieni di timori e di speranze, la nostalgia fortissima per ciò che hanno abbandonato ma sostenuti dalla certezza che nonostante tutto era questa l’unica scelta possibile, per il bene di Maribel. E se la strada verso l’integrazione sarà durissima in un Paese fatto di regole e codici che non conoscono, almeno nel palazzo di Fito la comunità latinoamericana che vi risiede non esita ad accogliere l’ultima famiglia di immigrati giunta fin lì con la sua storia di dolore, speranza, difficoltà.
Sono le voci di Alma, la madre della ragazza, e di Mayor, l’adolescente figlio dei vicini, i Toro, ad alternarsi nel raccontare la storia, mentre qui e là si aggiunge il coro di alcuni degli amici e conoscenti che partecipano alla vicenda o semplicemente la osservano, ognuno con la propria personale storia di immigrazione e promesse non esattamente mantenute. Ogni cosa è nuova e difficile, anche solo fare la spesa, preparare i pasti cercando di non lasciarsi sopraffare dalla nostalgia per i sapori di casa, impossibili qui da replicare; è dura vivere in un appartamento minuscolo e spoglio, accettare l’unico lavoro che ha permesso alla famiglia di arrivare fin lì seguendo le regole, una nuova trafila burocratica da affrontare, la barriera linguistica che sembra impossibile superare. E per Maribel, ogni giorno dopo l’incidente significa imparare di nuovo a camminare, a concentrarsi sulle persone che le parlano, a non perdere il filo dei pensieri, a ricordare le cose e cercare di non sentirsi smarrita, diversa, in qualche modo difettosa, mentre i suoi genitori la osservano, preoccupati che qualcosa di brutto possa di nuovo accadere, attenti a proteggerla dal mondo, a dimostrarle affetto e comprensione, sperando che la parte più dolorosa delle loro vite sia rimasta laggiù, in Messico:
A quel tempo volevamo solo le cose più semplici: mangiare del buon cibo, dormire sereni la notte, sorridere, ridere, sentirci bene. Ci sembrava di averne diritto, noi come chiunque altro. Certo, se ci penso adesso, capisco quanto sia stata ingenua. Ero accecata da un moto di speranza e dalla promessa del possibile, convinta che nelle nostre vite non fosse rimasto più nulla in grado di andare storto.
Nel momento stesso in cui Maribel e Mayor si incontrano, all’arrivo dei Rivera nel palazzo, tra i due nasce un legame sottilissimo ed immediato che il tempo naturalmente rivela. Affascinato da quella ragazza bellissima e silenziosa, che qualche volta sembra perdersi, Mayor finisce per innamorarsi, cercarne la compagnia, desiderando proteggerla dal mondo senza per questo accettare di trattarla come una creatura fragile, diversa, incapace di vivere e sentire come gli altri. Forse Maribel è davvero diversa, forse l’apprensione di Alma e il senso di colpa che la donna porta con sé dal giorno dell’incidente servono davvero a difenderla dal male del mondo, eppure per Mayor e Maribel stare insieme diventa sempre più naturale, anche quando i genitori di entrambi si oppongono all’amicizia che li lega.
E in questa sua seconda prova nel romanzo, Cristina Henriquez – apprezzata autrice di short stories e di un romanzo precedente, The World in half, pubblicato in Italia nel 2010 da Fazi editore – da voce a quegli “americani sconosciuti”, spesso rilegati ai margini di una società diffidente, ridotti ad uno stereotipo, per raccontare invece una storia di sentimenti, affetti e difficoltà che tocca il cuore.
Noi siamo gli americani invisibili, quelli che a nessuno importa nemmeno di conoscere perché gli hanno detto di avere paura di noi e perché forse, se facessero lo sforzo di conoscerci, si renderebbero conto che non siamo poi così cattivi, e forse addirittura che siamo molto simili a loro. E chi odierebbero, allora?
Una storia, che si legge a livelli differenti, non priva di imperfezioni, ma capace comunque di farscoperta dell’amore e delle sue piccole pazzie che per, di insicurezze e desiderio, timori e diversità. Ma è anche, si diceva, una storia che ne contiene al suo interno molte altre: l’amore e i sacrifici che si è disposti a fare per proteggere le persone a cui teniamo, i segreti e le colpe che ci portiamo dentro impossibili da confessare, l’incapacità di un genitore di vedere oltre le apparenze e l’immagine dei figli che si è costruita e comprenderli ed accettarli per quelli che invece sono veramente. Ed è, naturalmente, riflessione sulle difficoltà di essere un immigrato, le barriere linguistiche, la diffidenza, la paura, l’integrazione, il sogno americano costretto a fare i conti con una realtà spesso brutale, cinica e piena di pregiudizi. I contrasti generazionali, acuiti da identità divise tra una patria del cuore che tuttavia non si conosce e l’appartenenza al luogo che è casa, nonostante tutto. Sentirsi diversi, non del tutto accettati, costretti sempre a dimostrare di avere gli stessi diritti di chiunque altro, di appartenere davvero a quel luogo. Perché ogni giorno sembra necessario dimostrare di esserne degni, seguire le regole con maggior attenzione degli altri, chinare il capo:
Foto di Debora Lambruschini
riflettere. È, in primo luogo, il racconto della
So che certa gente qui pensa che vogliamo portargli via tutto, ma a noi interessa solo diventare parte della società. Vogliamo dire la nostra. Questa è anche casa nostra. […] Questo posto sta cambiando, però. C’è uno scontro tra culture. Io cerco di trasformare questo palazzo in un’isola per tutti i profughi lasciati sulla spiaggia. Un porto sicuro. Non permetto a nessuno di mettermi i bastoni tra le ruote. Se qualcuno vuole dirmi di andare a casa, mi limito a guardarlo, sorrido con educazione e gli dico: «Ci sono già».
Casa, il difficile processo di integrazione, i mille volti differenti della solitudine, la nostalgia per ciò che ci si è lasciato alle spalle – gli affetti, una vita cambiata per sempre, una comunità a cui appartenere – sono sentimenti che accomunano qualsiasi emigrante in ogni parte del mondo, a cui Henriquez da voce mediante le storie e i personaggi fittizi di questo romanzo ma anche attraverso il bel progetto tumblr dove trovano spazio le testimonianze di quegli immigrati e cittadini di seconda, terza generazione arrivati negli Stati Uniti, lasciando dietro di sé un pezzo della loro identità.

Tra gli ostacoli più evidenti, le differenze culturali e soprattutto la barriera linguistica, difficilissima da superare. E la lingua, le parole, sono ancora una volta un tema centrale in questa storia:
L’inglese era una lingua così densa, contratta. Tante lettere dure, come muri in miniatura. Non si apriva nelle vocali come lo spagnolo. La gola aperta, la bocca aperta, i cuori aperti. In inglese i suoni erano chiusi. Cadevano a terra, con un tonfo. Eppure c’era qualcosa di maestoso.
Ci sono le difficoltà di fronte ad una lingua che non è la propria, ma che rappresenta la chiave per accedere al mondo del quale si è scelto di far parte, comprenderne i codici, integrarsi. Ed è un ostacolo con cui soprattutto Alma, tra i Rivera, sembra tenuta a fare i conti, nella quotidianità resa più difficile e solitaria dalla mancanza di comunicazione. Parole che non si trovano, o che semplicemente non sono abbastanza per esprimere i sentimenti, il dolore, né in una lingua né nell’altra:
Non c’erano abbastanza parole in spagnolo, né abbastanza parole in inglese per quante lezioni avessi potuto frequentare, né abbastanza parole in nessun’altra lingua sulla terra, non c’erano le parole giuste, niente che fosse all’altezza della profondità di ciò che provavo.
E i silenzi, quelli di Maribel, che tuttavia solo Mayor sembra riconoscere pieni di significato e sentimenti sempre differenti, attento solo a conoscere la ragazza che è oggi, senza preoccuparsi di quanto possa essere mutata da quella che era un tempo, dalla vita che i genitori immaginavano per lei:
[…] volevo più di ogni altra cosa che tutto le andasse bene e alla fine ancora più che bene, perché volevo che si trasformasse di nuovo nella ragazza che era una volta, e che quest’ultimo anno fosse solo una strana e crudele deviazione che ora potevamo lasciarci alle spalle senza doverla imboccare mai più […]
C’è un senso di tragicità imminente fin dalle primissime pagine, che emerge nella ricostruzione dell’incidente in Messico, nelle difficoltà e nelle paure che gettano un’ombra su quella vita negli Stati Uniti che con fatica i Rivera tentano di costruire e, soprattutto, nelle parole di Alma, nel senso di colpa che a tratti sembra schiacciarla, nel dolore di cui la sua voce è carica di fronte ad un pericolo ancora indefinito. Un velo di tragicità controbilanciato dalla dolcezza del primo amore, da una ragazzina che forse in qualche modo torna alla vita, e dalle storie nonostante tutto piene di speranza di quei personaggi che affollano il palazzo.

A quelle persone, a quelle storie reali, ho pensato mentre sulla pagina le vite dei Rivera, dei Toro e dei personaggi che vi gravitano intorno raccontavano le loro, consapevole di quanto la realtà a volte possa essere molto più brutale della finzione, la speranza presto spenta di fronte alle difficoltà. Perché il difetto principale di questo romanzo è il tono un po’ troppo uniforme delle voci dei personaggi chiamati a contribuire al racconto, la linearità del sentire comune, da un punto stilistico e contenutistico, che certo non ne pregiudica il giudizio decisamente positivo, ma non soddisfa appieno l’ambizioso progetto dell’autrice. E confrontandolo con l’edizione originale, possiamo notare – e anzi, vale sempre la pena sottolinearla laddove se lo merita – la cura e la precisione della traduzione, consapevoli quindi che i piccoli difetti riscontrati nel testo hanno radici in una narrazione ancora in divenire, molto matura per certi versi e ambiziosa, che a tratti cede di fronte al desiderio di universalità intrinseco del genere e a costruire una storia ricchissima di spunti e motivi di riflessione non sempre all’altezza. Imperfezioni che comunque, come si diceva, è piuttosto facile perdonare, di fronte soprattutto ad una lettura che si fa emozionale e ricca, le cui sensazioni suscitate riescono ad andare oltre la parola fine.

Ed è questo, per me, il senso di leggere una storia e trarne piacere, qualsiasi forma narrativa si scelga: scoprire qualcosa in più su noi stessi e il mondo che conosciamo, mettere in dubbio le nostre certezze, guardare il mondo e la vita con occhi diversi, interrogarsi, indignarsi, sorridere, piangere, oltre lo spazio breve di un libro.

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