giovedì 17 luglio 2014

Intervalli delicati tra una voce e un contrabbasso



Come un respiro interrotto
di Fabio Stassi
Sellerio, 2104


pp. 305


Predisponetevi con delicatezza a questa storia di una cantante e di un musicista che mai incideranno ufficialmente un brano ma che dispongono di dosi di tecnica e sensibilità fuori del comune. Predisponetevi con delicatezza a questo libro fatto di intervalli: momenti di trama lineare, con efficaci ricostruzioni di certe atmosfere degli anni Settanta, si alternano ai ricordi di Sole, questo è il nome della cantante, relativi specialmente alla sua famiglia, variegata nell’origine e dunque foriera di infinite suggestioni.

La famiglia di Sole: mi soffermerei su di essa perché è un romanzo nel romanzo. Il padre, la madre, il fratello, gli zii, i nonni che via via scompaiono per ragioni biologiche come dovessero abbracciare il destino del mondo. In casa si accavallano dialetti e silenzi, motti e occhiate. È una famiglia che ha attraversato il Sudamerica e la Sicilia, poi si è fermata a Roma, a Trastevere. Perché più a nord di Trastevere un simile nucleo non poteva andare. Le sue generazioni si sono intossicate dell’aria umida e salata dell’oceano, con viaggi speranzosi, i discendenti riversano conoscenze di vita e ricette culinarie sugli ultimi nipoti: Sole e Tommaso, appunto. Sole però era… Sole, perché «la prima nipote fimmina che nasceva dopo cinquant’anni». Una specie di risarcimento. L’astro di ciascuno, anche se un pizzico di più lo era per nonna Lupe, tutta caponate e cantilene da milonga.


Sole: 
«… riprese a bocca chiusa lo stesso motivo, immobile, dal suo sgabello. La voce le uscì come un’emorragia». 
È una frase breve eppure di una densità ostinata. Così ce la descrive Matteo al primo incontro, quando lui è tornato da un viaggio allucinante nella Yugoslavia al seguito di uno zio che voleva ricercare la vecchia fiamma conosciuta in tempo di guerra. A Roma, Matteo viene reclutato per un concerto da suo fratello che gli anticipa che esordirà una nuova cantante. Ma Matteo ha già deciso come suicidarsi alla fine della serata. Non aveva fatto in conti con questa Madonna laica che… 
«quando calò finalmente su tutto la liberazione di un accordo, mi avvicinai alla sua schiena, alle sue spalle magre, inspirai forte il suo odore fino a riempirmi i polmoni. Mi hai salvato la vita, le dissi tra i capelli. Ma nel chiasso degli applausi, nessuno sentì le mie parole».
Proverà a restare sempre questa, Sole. Legata alla sua arte e alla sua fisica capacità di modulare i suoni, alla sua essenza tanto da non amare, in fondo, alcun uomo, farci l’amore, certo, o maturare una confidenza composta anche di nudità e letti condivisi senza alcuna deriva sessuale. Sole resiste e canta. Sono universi duri quelli dove si esibisce: si spara, si lotta per il diritto alla casa, si ragiona se entrare o meno in clandestinità, si erigono comunità coraggiose di reduci del Movimento, si accolgono disperati, si assiste ai funerali di quei reduci.
Finché Sole avrà la forza di cantare di tutto questo, per tutto questo, resterà viva. La sua vitalità è la forza che fa risalire nella gola di chi ascolta le canzoni che lei canta, come fossero, appunto, respiri interrotti. Poi, i familiari muoiono, i sogni svaniscono e la società retrocede nell’individualismo. Il corpo mostra i primi segni di decadenza e non lo si riconosce più. Non resta allora che andarsene con la propria solitudine. Perché la solitudine è sorella del silenzio e Sole questo non poteva accoglierlo.
Matteo lo capisce un giorno, a un concerto molto particolare, che quello di Sole è semmai «… un destino di cecità…» non certo di stonature. Si meriterà di essere il destinatario dell’ultimo messaggio, di un biglietto che fa tornare alla mente il titolo della foto che ritrae Alessio Boni immortalato da Maya Sansa ne “La meglio gioventù”. Guarda caso, anche lui, nel film, si chiamava Matteo.
Ecco, certe pagine di questo libro, certi passaggi, rovistano l’animo come scene di quella pellicola: stesse atmosfere, stessi umori. Potremmo dunque parlare degli anni Settanta, degli sconfitti che restavano abbarbicati a quel termine, compagni, come a un totem. Ma l’ultima annotazione la dedichiamo alla scrittura, allo stile: c’è calore in Stassi, un tepore che bisbiglia e include. Fosse uno spartito lo potremmo «… suonare soltanto sulla tastiera spezzata di un contrabbasso».

Marco Caneschi

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