domenica 2 febbraio 2014

Pillole d'autore: Roberto Bazlen

Roberto Bazlen
Di Roberto Bazlen e della sua importanza tanto seminale quanto misconosciuta (dal grande pubblico) per il mondo editoriale italiano del Novecento avevamo parlato qui un paio di anni fa.
In «Scritti» (Adelphi, 1984) sono raccolti gli strumenti e le piccole opere di un’officina infinita, nella quale Bazlen si divertiva a leggere, sezionare, consigliare e sconsigliare agli editori e agli amici i libri che si accavallavano durante le sue giornate. Bazlen, lo ricordiamo, fu colui che fece conoscere i libri di Italo Svevo a Montale, innescando la valorizzazione dell’autore de «La coscienza di Zeno».

Edizione di riferimento: Roberto Bazlen, Scritti (a cura di Roberto Calasso), Adelphi, 1984.


28 aprile 1954, Sologub – Il demone meschino
Riletto due anni fa, a direi vent’anni dopo la prima lettura, ho avuto la sensazione di trovarmi davanti a uno dei libri più perfetti o almeno più vivi per me, di quell’immenso periodo che va dalla fine del secolo alla prima guerra mondiale e che, passato il periodo di latenza che segue a pochi anni la morte degli scrittori e la prima morte dei libri, sta per riaffiorare e nel quale i meno-di-trent’anni di oggi faranno scoperte emozionanti e troveranno le radici più vicine, e finora sconosciute, di tutti i loro motivi e di tutti i loro problematismi.
L’unica riserva sollevata da Quarantotti Gambini è che tutto quel che l’autore comprendeva o di cui aveva coscienza lo spiegava troppo. È vero, ma con le due sole eccezioni, mi pare, di Hamsun (particolarmente in Misteri) e di Thomas Hardy, tutti i libri di quel periodo sono, per il nostro gusto, spiegati troppo. Era il momento in cui nascevano le nuove formulazioni psicologiche, e la letteratura narrativa migliore e più attuale era tutta sul limite fra la creazione di immagini spontanee e la formulazione di determinatori comuni; pensa com’è diventato illeggibile il probabilmente più grande narratore di quell’epoca, Pontoppidan, che è stato il primo a creare consapevolmente un personaggio nel quale l’uomo e il destino sono una cosa sola, ed è stato costretto a spiegarlo così esaurientemente che il suo più bel romanzo non è, ora per noi, altro che lo svolgimento programmatico di una scoperta diciamo psicologica.
Ora prescindendo da quanto è spiegato in Sologub, vedi quanto non è spiegato, quanto non è stato «capito» dall’autore, o capito dopo, e gli si è imposto con un’autonomia così violenta per cui dietro gli estetismi, i trucchi, la nascita del balletto russo, gli effetti calcolati, tutto si svolge nel vero e grande mondo dell’anima; lo si legge come se fossimo divisi dai nostri sogni da una trasparentissima pelle d’uovo. Ti confesso per esempio, per restare a un elemento molto evidente, se vuoi banale, e che in un autore attuale sarebbe «facile», che leggere della donna sulla porta che fuma, e particolarmente quelle ultime boccate, di fumo nero, alla fine del libro, mi ha fatto venire la pelle d’oca; e tutto, vedrai, quando lo leggi, sotto quel tanto di liberty dell’epoca, è più autentico, più mitico (scusa la parola), più sogno che in direi ogni altro libro del primo quarto di secolo. Le novelle di Heinrich Mann, in confronto, sono il filo di ferro, non soltanto di fuori, come del resto lui voleva, ma hélas, anche di dentro.
E poi c’è una volontà di dosare (e il dosaggio è riuscito), il bene e il male, il bianco e il nero, che, per quanto alla gente furba potrà sembrare meccanico, porta a un equilibrio di luci come non l’ho incontrato spesso, a quello strano montaggio di turpitudine naturalistica e di «bellezza» greco-apollineo-stilizzato-decadente-balletto russo, equilibrato come, in tutta la letteratura moderna, forse soltanto qualche volta in certe intenzioni di Forster.
(a Luciano Foà, Casa editrice Einaudi)
7 maggio 1959, Tomasi di Lampedusa
Suspicione verso il Gattopardo: giustificatissima. Comunque non rientra nella categoria delle opere con polenta a due centimetri sotto la superficie, e l’entusiasmo per le quali ci fa intravvedere gli abissi di inconsistenza dei nostri migliori amici (Ladri di biciclette, Cristo s’è fermato a Eboli, dott. Živago – e mi sto già torcendo quando penso alla pubblicazione dell’epistolario di Saba) – è il libro di un provinciale cólto; con vera cultura (molto passata) nel sangue; responsabile; intimamente soigné; piuttosto simpatico; e ciò che in Italia conta molto, ricco (materialmente). – Come costruzione è affrettato, quasi un polittico con spazi disuguali, e molto disarmonici, tra quadro e quadro. Si sente il bisogno di buttar fuori, d’urgenza, alla meno peggio, più roba possibile prima di morire. Non è un gran che; comunque la pagina più brutta vale tutti i «gettoni» [Bazlen qui si riferisce alla collana di Einaudi diretta da Vittorini, ndr] […] Riassumendo, un buon technicolor da e per gente per bene.
Tra la «arte» e il technicolor, se vado al cinema, voglio il technicolor e non certo Un condannato a morte è fuggito. – L’hai visto? Merita per capire a che punto siamo. Con tutto il malinteso di scarno, essenziale, antirettorico, senza compromessi col gusto del pubblico (ma io povero diavolo sono il pubblico!), rinuncia agli effetti, onestà fino in fondo e bovarismi consimili, il regista ha avuto la spudoratezza di rubarmi tre quarti d’ora di vita per mostrarmi un nessuno che (of course sotto l’assillo della morte) si prepara di nascosto la corda per fuggire, in una cella, solo. Vedere per credere. (Mi pare primo premio di Venezia).
(a Sergio Solmi)

Lettere a Montale (1925 – 1930)

1/9/25
Mio caro Eusebius [Bazlen chiamava così Montale poiché il poeta non aveva mai accolto il suo suggerimento di scrivere una poesia sul personaggio schumanniano di Eusebius, ndr],

ritorno a Trieste, con febbre altissima; la malattia necessaria per rimettermi, moralmente, a posto, e permettere la rifioritura di patologie dimenticate e soppresse a Bocca di Magra. Però dati gli effetti drastici e corrosivi di quella settimana di vita insolitamente sana, eque rivalutazioni di vecchie mie forme di vita con relativa scoperta di nuove e […] verità.
Mi ho fatto dare, da Italo Svevo, i suoi due primi libri: dimmi se devo mandarteli a Monterosso, o pure a Genova. Il secondo libro: “Senilità”, è un vero capolavoro, e l’unico romanzo moderno che abbia l’Italia (pubblicato nel 1898!). Stile tremendo! Te ne scriverò, più a lungo, quando l’avrai letto. Ne manderò una copia anche a Solmi, ed una a Pellegrini. Hai letto “la coscienza di Zeno”? Devi superare le prime 200 pagine, che sono piuttosto noiose.
[…]
Con affetto tuo
Bobi

16/11/25
Mio caro Eusebius,
“Senilità”, per Somaré, a tua disposizione. Devo mandarla a Genova, o, direttamente a Milano? In questo, secondo, caso, mandami il suo indirizzo. – Ho letto, finalmente, tutta “coscienza di Zeno” di cui non conoscevo che poche pagine. Mi è sembrata infinitamente superiore a Senilità; ti avverto che non è autobiografica che in piccola parte, e ti consiglio di guardarla, p. es., sub specie bovarismi. […] – Siete diventati matti di volermi far collaborare a una rivista? Io sono una persona per bene che passa quasi tutto il suo tempo a letto, fumando e leggendo, e che esce ogni tanto per far qualche visita o per andare al cinematografo. Per di più manco completamente di spirito messianico divulgativo, e non ho mai inteso nessun bisogno di partecipare agli altri le mie idee, tanto meno a lettori di riviste. Se avete bisogno di indicazioni, scoperte, bibliografie, ecc. vi aiuterò molto volentieri. Ora sto mettendomi al corrente della nuova letteratura inglese ed americana, se vuoi, col tempo te ne scriverò.
[…]
Saluti cordiali a tua sorella,
tuo Bobi

25/Settembre/1928
Mio caro Eusebius,
Sono stato molto addolorato per la morte di Schmitz. E sento molto – la sentono tutti – la sua mancanza. – Scorso in libreria il Tuo articolo su S. sulla Fiera Letteraria (Non la compero “per principio”, come non ho mai comperato un giornale): ho paura che il Tuo articolo si presti troppo ad essere interpretato male, ed a far sorgere la leggenda d’uno Svevo borghese intelligente, colto, comprensivo, buon critico, psicologo chiaroveggente nella vita, ecc. Non aveva che genio: nient’altro. Del resto era stupido, egoista, opportunista, gauche, calcolatore, senza tatto.
Non aveva che genio, ed è questo che mi rende più affascinante il suo ricordo. Se puoi, e se avrai occasione di scrivere ancora di Schmitz, metti a posto più possibile: la leggenda della “nobile esistenza” (dedicata unicamente – ad eccezione dei tre romanzi – a far soldi) è troppo penosa, e troppo ignobile.
Gli ho voluto – malgré tout – molto bene, come non ne ho voluto che a poche persone. –
Giorni or sono, visita di condoglianze in casa Schmitz, con la Figlia che racconta storielle tutte da ridere di suo padre. Tenterò di farmi dare in mano tutta l’opera postuma, e di evitare la pubblicazione dell’opera omnia. Sarebbe un disastro. Credo non ci sia nulla di pubblicabile. Ma darò un’occhiata, e – se sarà possibile – Ti manderò i manoscritti. – Sua moglie – a quanto pare – migliora.
[…]
Affettuosamente
tuo Bobi

Piero Fadda

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