mercoledì 29 febbraio 2012

"Due di briscola", una crime story mediterranea



Due di briscola

di Franco Legni

Curiosando Editrice, 2011


pp. 215
€ 10,00



Il romanzo d’esordio di Franco Legni, “Due di Briscola”, dimostra tutta la sua esuberanza e irriverenza fin dalle prime pagine. Ci troviamo invischiati insieme al protagonista, Nichi Moretti, in una crime story “mediterranea” (con tappa turistica a Praga) costellata di personaggi di tutto rispetto: galeotti in fuga, narcotrafficanti, spacciatori, prostitute, una spogliarellista nana e zingari psicopatici. Con un roster [1] del genere è più che naturale aspettarsi una Royal Rumble [2] coi fiocchi. Il romanzo non delude infatti le aspettative, diretto, nudo e crudo, con uno stile e un linguaggio degno di un paragone con Chuck Palahniuk, quest’opera d’esordio segna di sicuro un successo nella vita di Franco Legni, di mestiere avvocato, proprio come il suo protagonista ed evidente alter ego, Nichi. Ciò che si nota immediatamente nel romanzo è infatti la difficoltà da parte del lettore nel separare autore e protagonista, e, pur non essendo un’autobiografia, si fa fatica persino ad immaginare Nichi con un volto che non sia quello di Franco, ed è altrettanto impossibile non affezionarvisi sin dal principio.

La storia inizia in Italia e ruota attorno 
all’ingiusta incarcerazione dell’avvocato, incastrato dal suo migliore amico (nonché spacciatore di cocaina) Biancaneve. Dopo una rocambolesca fuga dal carcere Nichi si reca a Barcellona e cerca rifugio in casa dei parenti di Biancaneve, fuggito a Praga dopo aver incastrato il suo ex-migliore amico. Nella metropoli spagnola la vita di Nichi cambierà totalmente, dagli agi del suo mestiere e della sua comoda casa si ritroverà catapultato in un’esistenza da fuggiasco e ladruncolo da strada, obbligato a dormire in una vasca da bagno. Da qui in poi le vicende si susseguono in un intreccio mai noioso e sempre tenuto vivo grazie a qualche colpo di scena inserito saggiamente nell’arco narrativo.

Ciò che stupisce piacevolmente nel romanzo è il “circo” di personaggi che movimenta le vicende, quasi tutti sapientemente caratterizzati, i loro ritratti emergono in maniera del tutto naturale dalle parole delle voci narranti, alternativamente quelle di Nichi e di Biancaneve, e il lettore non avrà mai difficoltà nel ricordare chi era questo o quel personaggio, poiché ognuno ha dei tratti fisici, psicologici, comportamentali e caratteriali che lo rendono unico e facilmente riconoscibile, pur senza scadere dello stereotipato o nel banale. E’ in questo modo che “La Lorenzona”, Ramona, Iskra, Sandra e gli altri personaggi faranno letteralmente breccia nell’immaginazione del lettore. Sono proprio loro il punto di forza del romanzo, persone fallite, che contano poco e niente nella società, ma che annaspano per mantenersi a galla nel fango che li circonda. Ognuno contiene del potenziale, ognuno può essere un vincitore, ognuno di loro è un Due di Briscola appunto, la carta che tra quelle buone vale di meno.

Tecnicamente l’opera di Franco Legni è quasi impeccabile, la narrazione in prima persona dei due personaggi principali, Nichi e Biancaneve, viene interrotta a sprazzi da qualche breve o brevissimo capitolo che passa invece al narratore onniscente in terza persona o ad un’altra voce narrante. L’azione si svolge sempre al presente, che rende il tutto più immediato e incisivo, ma non mancano le narrazioni di eventi passati nelle vite dei personaggi oppure lunghe riflessioni, mai noiose e sempre originali. Tutto ciò crea una buona miscela che contribuisce a tenere incollati al libro. Per quanto riguarda il linguaggio utilizzato, è sempre diretto, vi è un uso frequente di slang, volgarità e parolacce, cosa più che giusta dati i personaggi che agiscono nella storia. Ciò che colpisce maggiormente è l’incisività del modo di scrivere di Franco Legni, le parole sono come pugni, veloci e dinamiche, i dialoghi credibili e naturali, e non vi è nessuna traccia di artificiosità che farebbe scadere indubbiamente il realismo, a cui l’autore ha prestato molta attenzione all’interno dell’opera.
Volendo cercare il pelo nell’uovo nel romanzo di Legni, ho notato una certa somiglianza negli stili delle due voci narranti, che, appartenendo a due personaggi totalmente differenti, sarebbero dovuti essere più differenziati a mio parere. Il giudizio finale non può che essere positivo, un’opera divertente ed energica, uno spaccato realistico del mondo del crimine, indubbiamente una lettura leggera, ma dai contenuti maturi e profondi.


A. Dario Greco

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[1] termine anglosassone entrato nell'italiano, spesso in ambito giornalistico, per indicare quella che in Italia indichiamo come "rosa della squadra", il roster è infatti l'elenco dei giocatori sotto contratto con una determinata società sportiva in un determinato campionato.
[2] incontro di Wrestling in cui numerosi lottatori si sfidano contemporaneamente sul ring con l’obbiettivo di rimanere l’unico contendente all’interno dello stesso.

Giuseppe Pontiggia: Il giocatore invisibile



Il giocatore invisibile
di Giuseppe Pontiggia
Mondadori 1978


Il protagonista, il Professore, subisce un attacco anonimo sulle pagine di una rivista che si occupa di filologia classica: il suo accusatore trova che il Professore non abbia dato una spiegazione esaustiva dei vari significati della parola "ipocrita".
L'attacco, per quanto sembri banale (ma allo stesso arguto perché l'accusatore intende sottolineare una caratteristica dell' accusato) si dimostra un colpo fatale per il Professore, che dopo aver letto la lettera, si butta in un ricerca travagliata e nevrotica per individuare l'autore di quelle parole. Questa ricerca lo porterà a riflettere sulla propria vita privata, ma anche sull' ambiente lavorativo, dove si troverà in difficoltà per i dubbi e le insicurezze che lo portano a non fidarsi di nessuno, anche se lo stesso stato di insicurezza lo induce, spesso e volentieri, a consultarsi con i suoi colleghi.
Il giocatore invisibile è ambientato nella Milano degli anni Settanta, in un ambiente universitario velato dalle rivalità tra professori. La ricerca dell'autore della lettera farà emergere la debolezza della forma mentis del professore, il quale non potrà più proteggersi dietro le certezze delle sue conoscenze letterarie, e si dimostrerà fragile e insicuro; questo stato emotivo non gli permetterà di notare la soluzione del suo problema per il semplice motivo che il Professore stesso non vorrà vederla e cadrà vittima della propria estrema razionalità.
Questo giallo psicologico è caratterizzato proprio da un'attenta riflessione sulle norme del linguaggio, rimarcato a tal punto che spesso troviamo i protagonisti ad essere ossessionati dall'etimologia delle parole, o addirittura dalla grafologia della scrittura dell' anonimo accusatore.
La decisione di Pontiggia di lasciare alcuni personaggi nell' anonimato, oppure avvalendosi di appellativi (come "il professore") probabilmente è un intento ironico, che vuole proprio farci concentrare sull' essenza della narrazione e sulle problematiche esistenziali che cerca di far emergere dai vari personaggi.
Difatti il mondo interiore dei protagonisti viene svelato senza pietà al lettore, nei loro comportamenti più gretti mediante una continua messa a fuoco esterna. Lo scardinamento dei personaggi è dato dalla scrittura distaccata ed essenziale, che permette di riscontrare lucidità dei dialoghi ed uno stile ironicamente disincantato.
La struttura dell' intero romanzo è caratterizzata da una "scrittura a scacchiera" (il gioco degli scacchi è tema ricorrente nella trama), che sembra riprendere le tempistiche di accelerazione o rallentamanto del gioco, con momenti di suspense estremamente lenti, o momenti veloci dove i dialoghi vengono compressi al limite dell'essenziale.
 D. Kandrija

Anche Gloria aveva parlato di questo libro: clicca qui

martedì 28 febbraio 2012

"Vuoti a perdere": dodici racconti che riescono a restituire un senso

Vuoti a perdere
di Pervinca Paccini


Autodafé edizioni, 2010
pp.125



L’impresa di descrivere la città e il malessere contemporaneo che vi alberga non è facile. Il rischio è quello di mettere in linea una serie di personaggi superficialmente abbozzati che dialogano sì, ma senza saper dire qualcosa di reale sul nostro mondo, qualcosa di bruciante e vero. I personaggi di Pervinca Paccini, invece, la realtà ce la sanno raccontare eccome. Premio delle Arti e della Cultura del Circolo della Stampa di Milano nel 2011, la raccolta di racconti Vuoti a perdere sa offrire una panoramica estremamente completa dell’universo metropolitano e delle sue sfaccettature attraverso una galleria di figure che danno vita a racconti quotidiani, comuni e che il lettore può riconoscere come molto - troppo - vicini. Una raccolta di questo tipo è un organismo particolare: si compone di tanti fili che si devono annodare in un tutto armonico e coerente, pur mantenendo la propria individualità e autonomia. Spesso si leggono raccolte di racconti che sono semplicemente messe uno dopo l’altro, legati da semplici elementi esteriori. In Vuoti a perdere c’è qualcosa che tiene unite le diverse narrazioni e che porta chi legge ad appassionarsi alle vicende quasi si trattasse di un’unica trama romanzesca. Non si creda che il testo manchi di varietà di spunti e di prospettive, perché la pluralità dei punti di vista è la cifra comune di questo caleidoscopio urbano (e anche umano). Ciò che lega la raccolte è, piuttosto, l’osservazione acuta della realtà che ci circonda, quell’attenzione alle dinamiche sfuggenti che si creano nell’ordinario e che, raccontate come fa l’autrice, acquistano un che di “straordinario”, considerato quanto poco siamo abituati a guardarci veramente intorno. 
Ecco, Vuoti a perdere è un libro che ti stana dal tuo angolino di mondo e ti convince a guardarti in giro e

Guido Morselli, fobantropo

Ricordato, ogni volta che se ne parla, quasi sempre più per la sua sfortuna editoriale che per il valore delle sue opere, Guido Morselli (Bologna, 1912 – Varese, 1973) è, nella storia della letteratura novecentesca, il classico outsider. Rifiutato dalle menti di riferimento del periodo (su tutti Calvino e Sereni), non rinunciò però a scrivere, accumulando tanto materiale (un diario, romanzi, saggi, articoli, racconti) che dal 1974 in poi la Adelphi ha proposto nel corso degli anni.
Mal prese, come è normale che sia, il muro contro cui continuamente sbatteva, tanto che con forzate semplificazioni di stampo più giornalistico che storico-biografico si diffonde non raramente la convinzione che sia per questo, che si sia suicidato, nella notte tra il 31 luglio e il 1° agosto 1973; è importante dire che proprio il 31 luglio trova nella cassetta della posta due manoscritti – rifiutati – del suo Dissipatio H. G., per cui sembra di avere in mano la pistola fumante (non solo metaforica). Ma è anche più importante ricordare come il tema del suicidio Morselli lo avesse già affrontato in un articolo del 7 settembre 1949 sul TEMPO di Milano (“Il suicidio”), quando ancora non era a regime la sua odissea per la ricerca di una pubblicazione: come a dire, i rifiuti editoriali non furono che una concausa di un gesto che di certo, ci sentiamo di dire, non fu improvvisato. Dal Diario:
«Suicida per amore della vita», 13 gennaio 1945.

lunedì 27 febbraio 2012

Come e perché curarsi dai media


Come difendersi dai media
di Enrico Cheli
La Lepre Edizioni, 2011

pp. 206
€ 16


Enrico Cheli ha scritto diversi libri sulla comunicazione ed è un esperto di tecniche di autoconsapevolezza e di sviluppo umano: personaggio quindi sicuramente titolato ad analizzare gli effetti indesiderati che i media possono avere "sulle persone, sulle loro idee, opinioni, emozioni e identità", come si propone appunto questa sua ultima pubblicazione.
Quando poi a questa competenza si aggiunge un linguaggio semplice, limpido e divulgativo, l'effetto è di quelli che meritano lo sguardo attento di una lettura utile ma piacevole.
Lo stile è apparentemente leggero ma in realtà molto documentato ed equilibrato, ricordando per molti aspetti quello del grande psicoanalista e sociologo Erich Fromm: a mio avviso uno dei punti di forza di un libro ben scritto e ben strutturato.
Una buona parte dell'opera è dedicata, come dice il titolo, alla difesa dai media o meglio alla difesa dagli "effetti indesiderati dei media", in particolare attraverso tecniche meditative yoga di autorilassamento o di autoconsapevolezza, con descrizione dettagliata di vari esercizi pratici.

Personalmente, pur immaginando che anche questa parte possa essere apprezzata da diversi lettori, ho trovato più interessante tutto il "contorno" ovvero la descrizione degli effetti psicosociali dei media su adulti e bambini o detto in altre parole ho apprezzato più la diagnosi che la cura.
L'autore precisa subito che non è un demonizzatore dei media.
Ne riconosce infatti l'importanza e la "centralità nella società contemporanea"

The Help: la forza delle parole

The help
di Kathryn Stockett
Mondadori, 2010

pp. 526
€ 10.50

Traduzione di A. Colombo

“La verità è che non me ne importa granchè del voto. Non mi importa di mangiare allo stesso bancone dei bianchi. Quello che mi importa è se tra dieci anni una bianca dirà ad una delle mie figlie che è sporca e la accuserà di rubare l’argenteria”

Jackson, Mississipi, estate 1962: nella profonda periferia americana ipocrisia e discriminazioni vanno in scena giorno dopo giorno, sempre uguali a se stessi, e nulla sembra possa turbare la quotidianità di quelle famiglie di bianchi fintamente perfette e felici. Non certo gli echi lontani del mondo al di là della provincia che si muove e si interroga. Non le canzoni cantate da quel tipo strano che parla di “tempi che stanno cambiando”. Non i discorsi infervorati di quel reverendo che agita i neri.
Niente di tutto questo parrebbe sconvolgere la tranquillità e il conformismo degli abitanti di Jackson, né tantomeno mutare i rapporti e le convenzioni tra padroni e domestici: tra bianchi e neri. I neri, che crescono i figli degli altri per mettere da parte ogni spicciolo guadagnato con fatica per sperare di poter costruire un futuro migliore per i propri, in un’epoca in cui per una ragazza di colore non c’era altra scelta possibile se non diventare domestica presso qualche famiglia di bianchi.

Eppure,

domenica 26 febbraio 2012

Pillole d'autore: Thomas Stearns Eliot


LA DESOLAZIONE DELL’UOMO MODERNO: THOMAS STEARNS ELIOT

Thomas Stearns Eliot (Saint Louis, 26 settembre 1888 – Londra, 4 gennaio 1965) è stato uno dei più importanti poeti di lingua inglese del secolo scorso. Vincitore del premio Nobel per la letteratura nel 1948, fu un pensatore e un critico raffinato, capace, come pochi, di dare alla poesia e al mondo che le stava intorno una dimensione nuova. Eliot, infatti, si definiva un modernista; fu il portavoce delle inquietudini della modernità, un raccoglitore di canti silenziosi, in quell’Europa, tra prima e seconda guerra mondiale, ridotta allo stremo, fisicamente e psicologicamente. E con l’inquietudine e la fragilità della psiche Eliot ebbe spesso a che fare nella sua vita.

Trasferitosi dagli Stati Uniti all’Inghilterra, per studiare a Oxford, dopo aver conseguito una prima laurea in filosofia ad Harvard, sposò a Londra la ballerina Vivienne Haigh-Wood, di salute cagionevole ed instabile mentalmente (per lei, il poeta decise di trasferirsi definitivamente nella capitale inglese dove si affermò come scrittore ma anche come direttore della casa editrice Faber & Faber). Le difficoltà legate alla loro vita matrimoniale fecero cadere in depressione lo stesso Eliot, che decise di separarsi dalla moglie non prima di averla fatta ricoverare. La morte di lei, pochi anni dopo, lasciò il poeta profondamente turbato, prigioniero di un sotterraneo senso di colpa leggibile fra le righe dei suoi poemi. Dal Canto d’amore di J. Alfred Prufrock (The love song of J. Alfred Prufrock) a La terra desolata (The Waste Land), a Gli uomini vuoti (The Hollow Men), incluse le poesie pubblicate singolarmente, l’opera di Eliot è un echeggiare di sensazioni, emozioni forti, passioni di matrice religiosa, spirituale, politica, etica, in cui vita privata e sentimenti personali sembrano nascondersi. Eppure, fra i continui riferimenti al mito, alle opere di scrittori come Dante, Shakespeare, alla Bibbia (soprattutto in La terra desolata), il suo parlare è deciso, privo di fronzoli, di metafore. Teorico del correlativo oggettivo, Eliot utilizza immagini ben definite, oggetti, per descrivere e concretizzare uno stato d’animo, un pensiero. Le sue poesie sono infatti dense di piccoli accadimenti; sono un pullulare di situazioni, di uomini-morti che guardano lucidamente e ironicamente la tela stracciata della propria vita, di dialoghi fitti, senza interlocutori, e di domande come: “Oh, quando finirà lo scricchiolio del cuore?” (da Esercizi per le cinque dita, Versi per un gatto persiano), quando, insomma, avranno fine i tormenti umani, ora che la modernità, la guerra, la decadenza, hanno portato con sé fuoco e miseria?

sabato 25 febbraio 2012

CriticaLibera: l'umorismo di Edgar Allan Poe


Dall’adolescenza alla tomba, Poe visse un’esistenza tormentata - visitato da fantasmi di speranze deluse, ossessionato dalla morte nell’amore, dalla stupidità, dalla quasi follia di tanti suoi gesti, dalla vana attesa del successo, della sicurezza e della felicità. In un mondo indifferente che valutava il denaro più della poesia egli trovò sollievo unicamente nell’annientamento di se medesimo.
Così Philip Lindsay definisce Edgar Allan Poe nella sua biografia dello scrittore americano. Dalla sua descrizione emerge il ritratto di un uomo triste e allucinato, perennemente sgomento, incapace di sprazzi di allegria. Questa è, infatti, l’immagine che scaturisce dai racconti orrifici più famosi di Poe - il quasi autobiografico William Wilson, The Fall of the House of Usher, The Pit and the Pendulum etc.
In realtà, accanto a questi celebri racconti del terrore, in cui l’atmosfera è effettivamente tesa e allucinata, coesistono racconti meno noti, che possono essere definiti senza esitazione umoristici. Ne esamineremo sei - The Man who was Used up, The Spectacles, Le Duc de L’Omelette, Bon Bon, X-ing a Paragraph e Diddling Considered as One of the Exact Sciences - cercando di estrapolare da essi le caratteristiche principali dell’umorismo di Poe.
Poe si è interessato all’umorismo anche da un punto di vista critico. Nel 1836 recensì per il Southern Literary Messenger   le Georgia Scenes di Longstreet.
Seldom in our lives have we laughed as immoderately over any book as over the one now before us.
Poe è capace di ridere, e anche di far ridere, prova ne sia che la recensione alle Georgia Scenes non è soltanto un saggio sull’umorismo, ma è anche un saggio umoristico. Per esaltare la cultura di Longstreet, Poe afferma che egli è
learned in all things appertaining to the biped without feathers.
Poe apprezza notevolmente l’umorismo di Longstreet, soprattutto per il suo realismo, per la capacità dell’autore di riprodurre bozzetti genuini di vita del Sud. Tuttavia, balza immediatamente agli occhi il fatto che l’interesse di Poe si appunta soprattutto su alcuni dei racconti di Longstreet, che egli gode particolarmente nel riportare. Uno di questi contiene una scenetta in cui un viaggiatore assiste inconsapevole alle prove di una recita, credendo si tratti di verità. Corre perciò al salvataggio di un disgraziato a cui dei malviventi avrebbero strappato un occhio. Un’altra scenetta apprezzata da Poe è quella di un maestro di scuola picchiato selvaggiamente dai suoi alunni a cui non ha concesso le vacanze pasquali. Un’altra ancora è la riproduzione di un gioco diffuso nel sud-ovest, durante il quale un povero papero è sottoposto ad atroci torture finché uno dei giocatori non riesce a staccargli di netto la testa. Poe definisce tali azioni “barbare” ma il lettore avverte sicuramente quanto in realtà esse risultino divertenti per lui. 
Sorge quindi il dubbio che l’umorismo di Poe sia particolare, basato sul sadismo e sulla bizzarria. Tornando alla definizione di Lindsay, dovremmo correggerla in questo senso: Poe era un uomo strano, allucinato, il quale, tuttavia, sapeva ridere, per lo meno di un riso sinistro e beffardo
Prendiamo in esame

venerdì 24 febbraio 2012

Il Salotto: “Il tenero peso dell’ombra” e la presenza dei simboli


Il tenero peso dell'ombra
di Sandra Vergamini


Edizioni Lepisma, Roma 2011


pp. 84
€ 12


Se l’ombra avesse consistenza, e non fosse soltanto forma, peserebbe quanto una parola spezzata, quanto un bacio sognato, quanto una candela che sta per spegnersi. Per la poetessa Sandra Vergamini (qui il link al suo sito web), torinese di nascita ma lucchese di adozione, la nostra ombra non è muta, e pesa quanto uno sguardo accecato da ciò che cerca: accecato da se stesso. La sua raccolta, intitolata Il tenero peso dell’ombra (Edizioni Lepisma), offre brevi poesie dense di tormenti,  «sogni sgualciti» che il vento rende «aquiloni impauriti dall’altezza del volo», e dà voce ai pensieri che, come sabbia, scivolano «senza suono dalle mani». L’obiettivo della Vergamini è raccontare l’amore, cogliendo dal sentimento quello che ancora non è stato detto, rielaborando interamente Pedro Salinas, le cui poesie appaiono spesso ritrasformate da una nuova luce tra le pagine del libro. 


Mi vien subito da chiedere: Sandra Vergamini manipola l’amore? 
Da sempre il tema del dolore - che inevitabilmente l’amore procura- mi ha spinto a cercare di analizzare, forse “manipolare” come scrive lei, il sentimento stesso, per tentare di capire come sia possibile, amandosi, giungere a situazioni che hanno davvero del paradossale, considerando che sono generate da un sentimento che per sua natura dovrebbe portare gioia e bene. Tra le tante, stimolanti per la stesura definitiva della raccolta, sono state le riflessioni che Luis Carlos Restrepo fa nel suo saggio Il diritto alla tenerezza. Proprio nell’amore tra uomo e donna, scrive Restrepo, il desiderio di fusione e la conseguente perdita di identità portano inevitabilmente a un’incontrollabile "condizione di dipendenza" che, nell’impossibilità di “perfetta fusione” con l’altra persona, genera una frustrante situazione di “frammentazione dell’io” e un profondo smarrimento. Il rifiuto di questa scissione può portare, nel più conosciuto connubio amore-odio, ai maltrattamenti e alle violenze presenti fin troppo spesso nei rapporti di coppia. Il doloroso e difficile percorso di accettazione della “condizione di dipendenza” del tormento interiore e della tensione prodotta dalla diversità dell’altro, invece, può facilitare l’approdo alla tenerezza intesa come apertura verso l’altro, con la propria ed unica individualità, intesa come tolleranza delle proprie ed altrui debolezze, imparando, in primo luogo, ad essere teneri con se stessi.

Ma che tipo di tenerezza? 
Questa mia ultima raccolta non racconta la tenerezza nell’accezione comune che la pone in antitesi alla passione amorosa, quasi come una sorta di freddezza che impedisce di entrare a pieno nel vortice dei sentimenti provocati dalla passione stessa, ma canta di una tenerezza che è come una conquista ottenuta a proprie spese dopo che l’estasi, l’egoismo, il rancore, il vuoto e tutte le altre facce della passione amorosa, ci hanno attraversato e lasciato deboli e consapevoli della nostra e altrui fragilità. La via che imbocchiamo dopo aver sperimentato la prossimità dell’odio e la facilità con cui riusciamo, anche amandoci, a ferirci a vicenda.

La Vergamini scava all’interno del sentimento. Con un calcolo che potrebbe apparire banale, aggiungerei che stare sulla superficie del sentimento è raccontarlo, scavare al suo interno è raccontare ciò che non si riesce a trovare. Se potessimo scavare, cosa troveremmo? In altre parole, cosa ci manca del sentimento?
Nella ricerca interiore, nello “scavare” che lei cita, un avamposto privilegiato credo ci venga offerto dall’amore, che si pone come una delle più alte esperienze di conoscenza dell’altro e, di conseguenza, di noi stessi. L’amore ci dà la prima esperienza di armonia con qualcosa che non è il nostro ego e ci apre perciò all’altro, ci rende vulnerabili ed esposti all’eventuale ferita del rifiuto, ma pronti ad uscire dal nostro bozzolo per entrare nel mistero del mondo. Questa ricerca si avventura certo in terreni sconosciuti e impronunciabili proprio per l’inadeguatezza stessa della parola a definire l’indicibile, ma credo che anche la poesia, come la musica, «insegua il mistero dell’ineffabile, dell’inesprimibile, perché su di esso c’è infinitamente, interminabilmente da dire» (V. Jankelévitch). E la poesia, come disse Ungaretti, è poesia solo quando porta in sé un segreto, un segreto che forse non riusciremo mai a capire e a definire, ma che si sente e si respira nei versi. L’arte in genere è, dunque, il «tentativo di ridire e di far risuonare una lingua non scritta e non detta» (Merleau-Ponty).

Le sue poesie si concentrano molto su emozioni spezzate, carezze che non arrivano, voci senza parole, illusioni. Come mai le interessa questo lato dell’esistenza? 
Certamente, nel quadro di ascolto del silenzio del mondo che ho descritto, ha giocato un ruolo molto importante la perdita di mia madre, avvenuta nella mia prima infanzia. L’assenza è certo l’impasto di cui sono composta, e, nonostante sia riuscita, anche attraverso la poesia, a elaborare e superare il trauma, ogni nuova forma anche minore di mancanza, di vuoto, riattiva l’antica assenza, come recita la poesia Sei tu, dedicata a mia madre, che chiude la raccolta. Non è però un’assenza vuota, ma piena di simboli, perché, citando Benjamin, «il più alto grado di presenza è l’assenza».

Sei tu

Fra cielo e terra
raccolgo le conchiglie che ho perduto.
Mi attiri ma non capisco dove
qui è tutto già così scontato
eppure mi accendi percorsi.
Nella tua assenza fioriscono miraggi
si rovescia ancora il secchiello
e non trovo più il sasso levigato
rosso striato a forma di cuore.
Non puoi svelarmi l’angolo nascosto
ma non hai mancato la promessa
cadi ancora con me
ed ogni volta sei tu che mi rialzi
mi aggiusti i fiocchi del vestito
e mi spingi sul sentiero più lungo.

Dario Orphée

La storia del corpo medievale con Le Goff

Il corpo nel Medioevo
di Jacques Le Goff
in collaborazione con Nicolas Truong

Economica Laterza, 2008

Traduzione di Fausta Cataldi Villari
1^ edizione: 2003

€ 9.00
pp. 189

Oltre le guerre, le dinamiche di potere, le carestie e le scoperte conosciutissime, la mentalità del Medioevo rivela continuamente aspetti ancora da scoprire. E affidarsi a uno storico medievalista del calibro di Le Goff è garanzia di un lavoro gestito con serietà ma senza intellettualismi. Così l'opera composta con la collaborazione di Truong immerge il lettore nella controversa concezione del corpo nel Medioevo.
Nella prima sezione, muovendosi tra prove documentarie, letterarie e iconografiche, Le Goff si sofferma sul rapporto complesso tra bagordi carnascialeschi e astinenza quaresimale, verso la fuga dai peccati ritenuti più gravi, quali la lussuria e la gola. A queste tematiche fondamentali si ricollegano la concezione della donna, i tabù del sangue e dello sperma, il ruolo delle lacrime e della risata, ...
Come è comprensibile, la percezione del corpo è pesantemente influenzata dai dettami del Cristianesimo; tuttavia, non sorprenda che il corpo trovi sempre un modo per riaffermare la propria importanza. In particolare, nella seconda sezione dedicata alla vita e alla morte nel Medioevo, il corpo è protagonista: si discute la tesi della “morte addomesticata” medievale, così come si riflette sul legame tra medicina, innovazione e religione.
Più discorsiva, la terza parte è dedicata alle pratiche di “civilizzazione” del corpo, ovvero alla maggiore raffinatezza a tavola, all'alimentazione più curata, ma anche alla coltivazione della bellezza femminile e della gestualità.
L'ultima sezione del libro passa in rassegna i vari impieghi metaforici della corporeità per indicare strumenti del potere, della religione… I capitoli e i paragrafi assicurano una divisione chiara e una concisione ammirevole; fin eccessiva, verrebbe da dire. Potremmo ritenere l'opera come un invito all'approfondimento, incoraggiato da un modesto sistema di note e soprattutto da una bibliografia finale accurata, ricca di titoli per soddisfare le proprie curiosità.
Più consigliato per gli appassionati di storia ma non addetti ai lavori, che potrebbero invece ritenere l'opera troppo poco approfondita.  Fondamentale per chi si occupa di storia della letteratura e dell'arte medievale.

Gloria M. Ghioni 

giovedì 23 febbraio 2012

Capolavori d'inutilità

Capolavori d’inutilità
Giacomo Coniglione

Il Filo, Roma 2007

pp. 97
€ 12

Anche Capolavori d’inutilità, come molte opere prime che mi è capitato di leggere, condivide con queste la necessità esistenziale di attraversare l’Io: checché ne dica la critica (che da una motivato rifiuto dell’Io lirico e autoriflessivo è giunta al suo attacco quasi aprioristico), credo che questo testimoni di una necessità genuina, quasi terapeutica della scrittura, con alle spalle il grande precedente sabiano.
In Coniglione il soggetto poetico è diretto, più che esporsi fa mostra di sé al lettore quasi con spavalderia, ma votandosi all’abbassamento e alla riduzione (“Sono in vendita non più a cari prezzi / e nemmeno nelle vetrine d’alta moda”; Realtà), talvolta in chiave neocrepuscolare, memore di Corazzini (“Chi sono? […] Cane che si lascia accarezzare. Cane che non sa più abbaiare”, Epigono). Del resto, il candore infantile che qua e là emerge (“Il mio cuscino è bianco perché / batte contro i meandri di un cuore puro”, Fantasmi) è un’arma a doppio taglio, perché se da un lato porta a guizzi di freschezza (“A letto come un sicomoro / al vento. / Di notte e di giorno è impossibile chiudere / le palpebre ad un gatto”, Sicomoro; “Sorride la luna coi suoi quarti di chilo. // Un sole pallido aspetta un pupazzo di neve”, Stagioni), a volte cade preda del naivismo o del canzonettistico (“T’amo più delle onde: contale e saprai quanto!”, Onde). È l’autore stesso a mettere le mani avanti sul valore dell’opera: “Capolavori d’inutilità è il mio frutto acerbo”, scrive in una poesia che dà alla raccolta il suo ossimorico titolo, servendosi di una metafora morta (“frutto acerbo”), salvo poi rivitalizzarla (è il caso di dirlo!) con riferimenti a Eva e al serpente che è “la mia penna”.
Il rischio del pietismo, implicito in questa posizione, è però quasi sempre scongiurato a favore di un’ironia forse non immemore dell’ultimo Montale: così nei versi “mi hai lasciato / perché il mio profumo mancava di etichetta” (Passione esaurita), il tema dell’abbandono amoroso, di per sé classico e abusato, viene vòlto in una denuncia alla società dei consumi, senza monumentalizzare il dolore privato. Da questo punto di vista, Coniglione sembra istintivamente orientato verso l’esterno, perché l’io sembra più che altro un pretesto, un contenitore per parlare del mondo: il contrario del paradigma lirico, dunque.
In questa linea anti-estetizzante leggo il titolo “Capolavori d’inutilità”, un rovesciamento ironico e amaro del concetto dell’arte per l’arte, impraticabile oggi se si vive appena a contatto con la realtà e ci si lascia permeabili ad essa. Per questo sull’espressionismo prevale il senso comune, la narrazione, la necessità di restare aderente alle cose. Non è allora un caso che la permeabilità di Coniglione sia fisica, sensuale e materica più che intellettuale; sia insomma tattile, gustativa e olfattiva molto più che visiva, con frequenti richiami al cibo: “Le mie fette di pane non ungi di marmellata / e ti accontenti / di briciole”, Fette di pane; “Di lacrime amare ne occorrono ancora / se ti ostini a fare la pasta in casa”, Rondine).
Strettamente correlato a questa materialità è il campo semantico dello sporco, del vischioso, che spesso si carica di connotazioni di colpa, l’abdicare a una presunta innocenza (“Finisci di lavare il fango delle tue espressioni / tutte da decifrare col pane”, Modifiche). La sintassi semplice, quasi sempre paratattica, la sostanziale convergenza di sintassi e verso, la facilità di lettura che ne consegue contribuisce anch’essa a rendere il medium della scrittura il meno mediato possibile, malgrado alcuni passaggi troppo letterari, malgrado un’ottima tenuta ritmica (“Di nuovo dispare il giorno / tra i palmizi del deserto”, Rewind).
Più incerto si fa invece il tono quando l’oggetto dell’attenzione diventa la cosa pubblica, e la denuncia – forse non potendosi o non sapendosi appoggiare alla stessa evidenza terrestre – corre sul filo del qualunquismo, della rabbia non affinata dalla pazienza della comprensione (“i burini / politichesi – accozzaglia di bacarozzi legittimati – / mostrano il meglio del peggio”, Noocrazia). Serve un lavoro di sgrossatura, che nel frattempo, ne sono certo, si è almeno in parte realizzato (il libro è stato pubblicato quattro anni fa). Scrivendomi, l’autore si è chiesto se sarei riuscito a “rintracciare nel nulla quel poco di buono che forse c’è”, con un richiamo alla dedica leopardiana in esergo al suo libro (“A chi sa vedere nel nulla il tutto”); ma, soprattutto, con un’umiltà e una disponibilità all’ascolto non nuova negli esordienti che finora ho recensito, antidoto all’immagine dello scrittore come individuo vanesio e presuntuoso, refrattario alle critiche e alla crescita, rovello del critico che non sa se smussare i toni o ricorrere al silenzio.
E in questo libro del buono, o più che buono, c’è senz’altro, come dimostrano i seguenti brani, dove i punti di forza di Coniglione (fisicità, partecipazione, immediatezza, estrosità) si coniugano a una maggiore tenuta del testo e a un’articolazione più ricca del contenuto:
Temuto l’inganno e ordita la tela
il ragno
è mangiato dal suo stesso parto.
Comincio ad usare forbici e colla.
Finisco con corde e sacchi di gomma.
Scoppia la plastica
e anche mio figlio disperde la cenere.
(Prigioniero)


D’incanto si spezza la trave
per colpa di una pagliuzza,
delicata come il bucato che stende al sole
di giugno i panni sporchi di aprile.
(Panni sporchi)

Qualche bavaglio rimane
per coprirci la faccia
che ora brucia al sole della casa vuota.
(Partenza)

Prima di concludere e scusandomi con i lettori e con l’autore per l’apparente divagazione, sento necessaria una precisazione, che vuole essere soprattutto una messa in guardia a tutti gli aspiranti poeti: noi redattori di CriticaLetteraria siamo schierati contro l'editoria a pagamento (di cui Il Filo rappresenta quasi un esempio per antonomasia; per discussioni all’interno di questo sito, rimando all’intervento di Paolo Mantioni qui). Ora, è vero che per la poesia il discorso è un po’ diverso e perfino case editrici di qualità non si esimono dal chiedere un contributo ad autori anche affermati: ma sarebbe bene distinguere tra case editrici che operano delle scelte e mettono dei filtri tra l’arrivo dei manoscritti e la loro pubblicazione, e altre che pubblicano a occhi pressoché chiusi e poi lasciano l’autore a se stesso subito dopo la pubblicazione. Insomma, poiché alcuni editori vengono meno al loro dovere di selezione e promozione, è necessario che sia lo scrittore a selezionare una rosa di editori seri a cui proporsi (utilissima dunque la mappatura fatta dalla nostra rubrica Editori in ascolto), e a pretendere che il proprio lavoro venga preso in seria considerazione.

Davide Castiglione

Editori in ascolto - Elliot Edizioni


Editori in Ascolto
--- intervista a Loretta Santini per Eliott Edizioni --

Quando è nata la vostra casa editrice e con quali obiettivi?
La Elliot è stata fondata nel 2007  con l’idea di creare un collettivo di lavoro composto da persone provenienti da esperienze decennali in diverse case editrici, persone libere di scegliere titoli di qualità e novità nel campo letterario internazionale.

Come è composta la vostra redazione? Accettate curricula?
Lavoriamo soprattutto con persone interne, non abbiamo praticamente consulenti esterni e molti dei giovani che lavorano sia in redazione che negli altri settori (ufficio stampa, ufficio diritti, commerciale…) sono stati assunti dopo uno stage.

Qual è stata la vostra prima collana? E il primo autore?
Siamo partiti subito con tre collane, due di narrativa (Scatti per la contemporanea e Raggi per i modern classic) e una di non fiction (Antidoti). I nostri primi autori sono dunque stati tre: Francesca Lia Block con il suo Angeli pericolosi (nella collana Scatti), Daphne Rooke con il romanzo Io e Mittee (nella collana Raggi) e Richard A. Posner con il Piccolo libro del plagio (nella collana Antidoti).

Se doveste descrivere in poche parole il vostro lavoro editoriale, quali parole usereste?
Direi che si lavora con grande passione e in un’atmosfera di grande condivisione e discussione tra tutti noi.

A distanza di 5 anni dalla fondazione della vostra casa editrice, quali obiettivi ritenete di avere raggiunto e a quali puntate?
Abbiamo raggiunto una buona riconoscibilità di marchio, sia a livello di linea editoriale che di progetto grafico e questo ci ha permesso anche di guadagnarci la stima di lettori che ci seguono assiduamente. Siamo soddisfatti della caratterizzazione delle nostre tre collane, ognuna con una personalità ben definita e ognuna che offre, nel suo genere, testi di qualità, lavorati con cura. Alle tre collane originarie se ne è aggiunta una quarta – Schegge – dedicata ai thriller, per la quale  cerchiamo romanzi che cerchino di apportare qualche elemento di originalità nel genere come è stato ad esempio con i libri di Sebastian Fitzek. Per il futuro vogliamo poter continuare a pubblicare bei libri, conquistando nuovi lettori e mantenendo quelli che ci seguono da tempo.

Un libro che vi è rimasto nel cuore e che continuerete a riproporre al vostro pubblico.

Il fallimento di una famiglia e di un paese intero. Pastorale americana come romanzo della caduta di una generazione.

Pastorale americana
di Philip Roth
Einaudi, 1997

€ 14,00

Pastorale americana è un' opera completa. Se il genere del romanzo nasce per compiere un’analisi profonda del mondo interiore di un personaggio e della sua interazione con il mondo esterno, questo è esattamente ciò che Philip Roth fa. Ma c’è di più, lo sguardo dello scrittore non si posa solo Seymour Levov e sulla storia della sua famiglia, ma sulla storia dell' America intera. La vicenda del protagonista, da sempre soprannominato lo Svedese, è quella di un giovane ebreo, alunno modello, atleta acclamato, entrato nel corpo dei marines, professionale conduttore dell’azienda paterna, marito e padre ideale. Una storia vincente quella di Levov, così esemplare e irreprensibile da sembrare finta perché priva di macchia alcuna. Un uomo mitizzato, lo Svedese, di quelli che tutti guardano da lontano per paura che, una volta rivoltagli la parola, il mito possa crollare. Dietro questa facciata di trofei e successi si cela il dolore e la sofferenza di una famiglia distrutta da una bomba, la ribellione di una figlia cresciuta nell’agio di un contesto socio-familiare alto-borghese, educata al rispetto e all’amore, logorata da un’insoddisfazione interiore che la porterà a commettere, mossa dall’odio, dei gesti sanguinosi. Dietro la storia di Merry si nasconde l’irrequietezza di tutta la generazione di giovani che travolse con i suoi atti terroristici l’America, alla fine degli anni ’60, negli anni della guerra del Vietnam. La disperata ricerca delle motivazioni che mossero questi ragazzi diventa occasione per compiere una riflessione più generale sulle metamorfosi che un paese attraversa nel giro di cinquant’anni, e anche più. Ma non si creda che Pastorale americana sia un mero romanzo politico-sociale che sfrutta i personaggi come strumenti per la definizione minuziosa di un contesto storico e dei suoi principali avvenimenti. Il romanzo di Philip Roth è incentrato essenzialmente su un sistema di personaggi la cui psicologia viene indagata profondamente, con uno scandaglio così preciso da risultare, a tratti, insopportabile. Forse perché dietro le loro paure e dietro i più tristi fallimenti ogni lettore può scorgere l’ombra dei propri. Difficile decidere se in Pastorale americana sia più il contesto storico-sociale a indurre a un approfondimento psichico dei personaggi, o le fisionomie di questi ultimi a delineare un ritratto completo dell’America. Tale è il livello di perfezione dell’osservazione di Philip Roth, che diventa impossibile scindere i due poli del romanzo senza considerarli, infondo, le due facce di una stessa medaglia. Nessuno dei personaggi, anche quello apparentemente più marginale, è delineato in maniera superficiale. Con poche battute l’autore riesce a fare cogliere tutti gli aspetti della loro personalità e ricostruisce dinamiche complesse quali i rapporti familiari, le lotte generazionali, gli odi razziali, l’ansia di una rivoluzione politica, sempre e solo attraverso le parole e i gesti dei personaggi. Nulla è astratto nel romanzo, tutto è terribilmente concreto,

mercoledì 22 febbraio 2012

Il Salotto - Il verso (privato) di Mirko Risso


 A Genova, narra la leggenda, la poesia nasce dall'aria, dal mare e dalla focaccia. Tralasciando l'ultima nota gastronomica, l'aria che si respira nei carruggi - una babele di lingue e di popoli - e quel mare che, con la montagna alle sue spalle, chiude la città in un fazzoletto di terra, nutre da sempre la poesia genovese e ligure. Esempi sono Montale, Sanguineti, Sbarbaro, De Andrè e Caproni, livornese di nascita, ma genovese d'adozione.
I versi di Mirko Risso, all'esordio con il bel libro, (Privato) (Arduino Sacco Editore, 2010), nascono proprio dall'aria che si respira a Genova e da quel mare in cui la città sembra cadere. Ma Risso non si ferma alla tradizione; questa semmai è un punto di partenza per un percorso poetico personale, percorso il cui primo approdo mette in luce la ricorrenza di alcune figure, la costanza di determinate tematiche e un'attenzione alla forma che denota già una certa maturità. Nella prefazione ai versi viene esaltata un'influenza montaliana -indiscutibile-, ma a mio personalissimo avviso Risso è più vicino a Caproni e, uscendo dalla Liguria, a Pasolini, con quel verso spesso spezzato dal segno di punteggiatura e il ricorso quasi ossessivo all'enjambement.
Non mi dilungo oltre e lascio la parola al poeta.


Quando mi sarò deciso
d'andarci, in paradiso
ci andrò con l'ascensore
di Castelletto

(Giorgio Caproni)

Partiamo dal titolo, (Privato). Le parentesi sono l'elemento fondamentale, come a voler sottolineare il rapporto intimo che la poesia stabilisce con il poeta, ma anche con il lettore. Vedo giusto, oppure mi sbaglio?
Il titolo è uno degli elementi la cui gestazione è stata più travagliata, fino all'ultimo non era ben definito nella mia mente. Sono passato da titoli complessi via via a sempre più semplici, fino a (Privato), che rispecchia, almeno ai miei occhi, il contenuto dei singoli testi che riguardano situazioni personali, e quindi private, ma anche, come ben dici tu, il rapporto intimo che sia l'autore che il lettore hanno - o dovrebbero avere - con il testo poetico, qualsiasi testo poetico. I segni delle parentesi stanno lì a sottolineare tutto questo. Tra l'altro molti di coloro che hanno letto il libro non se ne sono accorti, cioè hanno pensato che le parentesi fossero un semplice segno grafico della copertina, mentre invece sono stati una mia scelta. Senza le parentesi il significato del titolo si attenua, o potrebbe addirittura cambiare.

Una prima lirica di cui vorrei parlare è la seguente:
La neve piano sospira, tinge,
straniera, di grazia immobile
crogiuoli di malsicure valli sul mare.
Fendono le brume i tuoi cigli,
di questo candore d'istante
non godono, lontani; il bianco
manto si scolora, riaffiora il bruno
sudicio dei carruggi, nido al brulicare
di blatte in un fondo di vita.
Nei tuoi versi affiora il contrasto tra il candore della neve e la condizione in cui versano molti dei vicoli. Tuttavia il loro sapore decadente è affascinante, mentre da questi versi ne esce un po' con le gambe rotte. Si tratta di una protesta civile contro il degrado in cui versa la città vecchia, e quindi una dichiarazione d'amore? Qual è il tuo rapporto, da poeta e da uomo, con una città che ha dato natali ed ispirazione ai grandi del XX secolo (e penso non solo a Montale, ma soprattutto a Sanguineti e De Andrè)?
Io amo moltissimo Genova, città dove sono nato e dove vivo, nonostante abbia tutta una serie di problemi, anche gravi, che le istituzioni non riescono o non vogliono risolvere. E' una città che ha poco da offrire ai giovani, soprattutto dal punto di vista del lavoro. Penso però che sia, a differenza delle grandi città, il giusto compromesso tra metropoli e provincia, una città a misura d'uomo, dove la durezza si accompagna alla bellezza del luogo, e dove ci si possa spendere senza tradire una certa idea del mondo, tipicamente genovese. Questo almeno nella mia personale mitografia di Genova. Citando Giorgio Caproni: 
Qui forse potrei vivere,
potrei forse anche scrivere:
potrei perfino dire:
qui è gentile morire.
Senza dubbio c'è impressa nei versi una dichiarazione di affetto, di fascino per la Genova vecchia, in quell'occasione innevata. Manca però l'intenzione di critica sociale o protesta civile. Si tratta piuttosto di una interiorizzazione della città, quindi il testo va inteso come una specie di correlativo oggettivo. Le forme di vita più umili, le blatte, certi individui ai margini della società civile che si possono incontrare nei vicoli genovesi, non sono necessariamente qualcosa di negativo, anzi De Andrè ci ha costruito tutta una poetica, e così alcuni nostri moti interiori.

Una delle liriche che mi ha più colpito recita:
La foglia è muta,
il proprio dolore non fiata,
non brucia nell'ansia
quando il cielo sgronda
buia furia e pioggia: sbattuta
da ogni lagrima si scuote,
la foglia, serena torna
alla verde pace sospesa
tra vuoto e ramo attende
il sole che verrà
La foglia come metafora della caducità della vita, della fragilità se vuoi dell'esistenza umana a me ricorda l'Ungaretti di 
Si sta come
d'autunno
sugli alberi
le foglie
Nei tuoi versi però la foglia mi pare combatta per rimanere attaccata all'albero e quindi alla vita...
Devo dire, benchè io ami molto Ungaretti, che non ho mai subito o ricevuto un influsso diretto dalla sua poesia, almeno non consapevolmente. Questa foglia è parte integrante e fondamentale dell'albero, è lo strumento col quale un organismo complesso si nutre di luce. Il testo è incentrato su questa cosa fragile e appesa al ramo per tramite di un niente, che tuttavia resiste alla violenza degli elementi. E questa foglia siamo noi, dunque io leggo la poesia come un'esortazione alla tenacia, e una descrizione della condizone dell'uomo, braccato da qualcosa che lo sovrasta, ma aggrappato alla sua vita, a un senso della vita nonostante tutto, che può essere molte cose, ognuno dovrebbe saperlo per sé.

Ci sono alcune figure che ritornano nel testo, a dimostrazione di un'attenzione anche in fase di progettazione globale del libro. Una di queste è quella del «cerchio chiuso», quasi a riprendere la parentesi del titolo e cercare di dare una dimensione intima delle tematiche che affronti, tra cui l'amore 
Qui
la dolcezza
è carta moschicida,
l'amore
questa musa di pietra
che mi si sgretola
tra le mani
e la condizione di incertezza della vita dell'uomo.
In realtà il libro è nato da se, come si suol dire. I singoli testi erano già scritti, alcuni anche da molto tempo, e indipendenti l'uno dall'altro. Il lavoro è stato quello di fare una cernita e scartare il superfluo e poi mettere quel poco che era rimasto in ordine - non cronologico. Intendo dire che non c'è stata una volontà precisa di costruire un libro che ha influenzato la composizione dei singoli testi, il libro è venuto dopo. Naturalmente ho eliminato tutti i testi che avrebbero portato la raccolta verso altre strade, ma la scelta è stata anche dettata da un certo rigore stilistico.
La figura del cerchio mi affascina molto, è un abito in cui mi identifico spesso, nel bene e nel male. Sta per ripetizione infinita, magari di situazioni reali o mentali da cui non si riesce a uscire, e quindi sta per un qualcosa di chiuso, una cella metafisica. Il cerchio è rassicurante - anche per questo è una trappola -, luogo dove ci si riconosce, è lo specchio dove ogni mattina ci si guarda e si viene osservati da se stessi. Può essere il ventre materno o il bicchiere che intrappola la mosca. Per quanto riguarda gli altri due temi, sono un po' come due mostri sacri che non si possono non affrontare nella vita: l'amore e la morte. Se da un lato considero l'amore come parte integrante dell'esistenza, e quindi non necessariamente di segno positivo, dall'altro credo la caducità della condizione umana essere ciò le da valore: siamo qui per un determinato tempo, cerchiamo di fare del nostro meglio.

La tua poesia non trova rifugio nell'endecasillabo, ma si nutre piuttosto di un ricorso quasi ossessivo all'enjambement. La rima non è così frequente, esattamente come la strofa, nei pochi casi in cui se ne ha più d'una, non è regolare. Il ricorso al verso libero, ma anche a una figura forte come l'enjambement è sintomo di rottura degli schemi, ma comunque attenzione alla forma? Mi pare che in questo modo il verso riesca a seguire i movimenti della tua lingua, ma allo stesso tempo non la imprigioni in un metro che forse non le apparterrebbe.
La forma in poesia è fondamentale, così come lo è nell'arte in genere. La forma o lo stile sono scelte precise che vanno tutt'uno con i contenuti. Nella mia modesta esperienza di scrittore, parto da un verso o un concetto che mi suona, e poi costruisco tutt'attorno per aggiunte il resto del testo, seguendo il ritmo che sento in ciò che scrivo. Al mio orecchio, nonostante usi un verso libero, i testi devono "suonare", e l'enjambement, assieme a una frantumazione interna al verso, all'uso della rima interna, creano questo movimento. Un metro troppo rigido non permetterebbe di esprimermi, ma non è possibile scrivere poesia senza attenzione al suo lato formale.

Infine, l'infanzia è un tema che affronti con estrema cautela, quasi a volerne preservare la purezza. E il confronto è con la vita del poeta ormai adulto. Ne Il fanciullo felice chiudi così: 
Così è la mia vita schiusa
nel giro di una piazza,
tutta franti cerchi, giochi stanchi
e strozzati canti
per difetto per eccesso di -
La lirica si chiude in un "finale aperto" sulla vita: mentre l'infanzia è un periodo chiuso, ben definibile e felice, la vita da adulto sembra non avere certezza. Siamo perciò condannati ad un lotta eterna? Un po' come la foglia di poco fa...
L'infanzia è stato sen'altro per me un periodo felice, chiuso in se stesso, ma non irraggiungibile. Mi piacciono molto i bambini, con cui tra l'altro lavoro, e credo che non sia impossibile mantenere un certo grado di "infanzia" dentro di sé, e farlo vivere anche da adulti. La vita da adulto non è per forza infelice, ma è geneticamente assurda, e l'nfelicità può derivare dalla coscienza dell'assurdo e dall'impossibilità di dare una risposta a questa condizione. Contro l'assurdo dell'esistenza, la sua incertezza (per come la vedo io) l'uomo può opporre la resistenza della foglia sul ramo, che è la tenacia di ogni giorno, Sisifo condannato dagli dei a portare un macigno sulla cima per l'eternità. Albert Camus così chiude un suo libro: 
Anche la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice.


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Intervista a cura di Alessio Piras

Il disprezzo di Moravia: invito alla lettura



Il disprezzo
di Alberto Moravia
Bompiani, 2000
pp, 320. € 9,90

1^ edizione: 1954

Pubblicato nel 1954 da Bompiani, Il disprezzo di Alberto Moravia narra la storia coniugale di Riccardo Molteni, sceneggiatore cinematografico, ed Emilia, pacata dattilografa di provincia. In una Roma borghese degli anni ’50 Riccardo racconta come i sentimenti della moglie verso di lui si siano lentamente ma inesorabilmente affievoliti e poi mutati, fino ad arrivare a quel solenne disprezzo che sembra inspiegabile sia agli occhi del protagonista sia agli occhi del lettore, ma che pure Moravia sceglie come titolo. Perchè è il disprezzo, personificato e tangibile nei dialoghi, che diventa personaggio e modifica i ruoli dei protagonisti, anzi diventa protagonista lui stesso, motore da cui scaturisce ogni azione e reazione della coppia.
Io ti disprezzo...ecco quello che provo per te, ed ecco il motivo per cui non ti amo più...Ti disprezzo e mi fai schifo ogni volta che mi tocchi...Eccola la verità...ti disprezzo e mi fai schifo.
È un sentimento incomprensibile e indefinibile: Emilia stessa non riesce a dare una coerente ed esaustiva motivazione del suo cambiamento e per tutto il libro impera l’ossessivo “perchè?”, che si fa ora violenta e morbosa curiosità ora razionale indagine psicologica che esige una definizione: perchè Emilia disprezza suo marito?

martedì 21 febbraio 2012

Il salotto - “Dietro a una Piuma Bianca”, di fronte la natura. Intervista a Sergio Mangiameli

Dietro a una Piuma Bianca
di Sergio Mangiameli

Puntoacapo Edizioni, 2010



Tutto ha inizio su un taxi, un classico taxi giallo di New York. Sergio Mangiameli è seduto sui sedili posteriori e osserva la città. Pensa alla neve e alla sua amica Liliane, una donna piena di poesia. Poi, uno chalet, un pianoforte, una tazza di caffè e alcune note di Brahms. La chiave di violino che apre “Dietro a una Piuma Bianca” coincide con l’impetuosità dell’autore: rabbia, vecchi ricordi, voglia di libertà. Ma anche amore per la natura…
È vero, sono debitore nei confronti della natura in generale, della montagna in particolare. La montagna mi ha salvato in adolescenza dal senso di profonda incomprensione che vivevo in famiglia. Lasciavo la tensione a valle e in montagna trovavo la serenità; cosa peraltro che mi succede anche oggi a 47 anni, per tornare in pace con me stesso dopo il lavoro. Devo sentire con una certa frequenza il senso di appartenenza alla natura, come correre nei boschi più remoti o sciare sulla neve intonsa.


Metaforicamente, ciò che troviamo tra le pagine di un libro è un’immagine, vista da differenti prospettive: un lupo in gabbia. Lo scrive anche: 
A cosa serve trattenere un lupo in gabbia, se i suoi occhi sono altrove e non ci guardano nemmeno? (p. 38)
Di chi sono quegli occhi? Sono i suoi?
No, non sono i miei occhi. Sono gli occhi di tutti coloro che vogliamo tenere sotto chiave per paura di perderli. La prova è semplicissima: si apra la porta e si veda chi rimane.


Nel romanzo scorrono pensieri della sua infanzia. E scorrono anche antidoti per liberarsene: uno di questi è l’istinto. Che tipo di istinto?
L’istinto mi ha portato a risalire i fianchi della montagna, di quella che qui si dice “’a Muntagna”, l’Etna. Non sapevo cosa avrei trovato, ma l’attrazione era forte. E la mia vita è cambiata. L’istinto mi ha portato a conoscere alcune persone, certi luoghi, compiere determinati viaggi, che mi sono serviti per il cambiamento che volevo e che è ancora in opera. Credo che ognuno di noi abbia il potere di attrarre eventi e soprattutto persone, che ci servono per imparare; poi dipende da noi scegliere cosa farne di queste persone. 


A circa metà libro fa capolino un capitolo intitolato “Dimenticare”. Lei scrive una frase, secondo me, da incidere su marmo: 
...dimentichiamo di dare ascolto ai bambini. (p. 51)
Se ce ne ricordassimo, infatti, ricorderemmo noi stessi. È così? 
Esattamente. I bambini sono come gli animali: essenziali. Vivono il tempo presente, come gli animali. Giocano seriamente, e danno fondo a tutte le loro energie, qui e adesso, come gli animali. I bambini hanno in sé il senso della vita, qui e adesso. Roba che gli adulti equilibrati e affidabili tendono a dimenticare, vivendo costantemente in un tempo futuro di piani e programmazioni. Cioè, scollati dalla realtà, con tutto quello che ne comporta. Ai bambini, io affiderei la consulenza di un Parco Naturale, per esempio*.



Infine, tornerei al concetto “natura”. La mia domanda è: cosa si impara da essa? 
S’impara il ruolo. Se si pensa che la Terra c’è da quattro miliardi e mezzo di anni e l’uomo è arrivato l’ultimo milione, si capisce la proporzione e dunque il ruolo. Noi siamo figli di questo mondo come tutte le altre specie viventi, col compito di consegnarlo a chi viene dopo esattamente come a noi è stato consegnato. La natura di questo mondo esiste da parecchio tempo prima di noi, e dunque non è la natura ad aver bisogno dell’uomo, ma il contrario. Conservare la natura e averne cura non è solo rispetto, ma un atto di egoismo per il senso di appartenenza che in fondo sentiamo tutti, e che ci permetterebbe di vivere meglio. Se poi osserviamo il comportamento naturale di alcune specie viventi molto intelligenti e sociali, come per esempio il lupo, possiamo capire anche che se la nostra società avesse regole rispettate con ruoli ben definiti di ogni componente, non ci sarebbero devianze. Nel branco dei lupi c’è una coppia fissa fedele a stessa per tutta la vita, col maschio che fa da capobranco; c’è una gerarchia ben precisa in cui però tutti collaborano alla vita del branco; ogni lupo è sempre pronto a dare la propria vita per qualcosa che sente più grande di sé e che continuerà dopo di sé, che è appunto il branco. L’associazione che ho fondato, che è basata proprio sul senso di appartenenza alla natura, si chiama Piuma Bianca e prende il nome dalla forma della coda del Malamute**.


*Il capitolo “Dimenticare” è il testo di un esperimento artistico: il trailer “Per un soffio di vento” http://www.youtube.com/watch?v=rLuxcrHpu7c di Gian Maria Musarra, musica di Giovanni Sollima, voce di Aldo Leontini. “Per un soffio di vento” è stato finalista al Catania FilmFest 2011.
**Per maggiori informazioni: http://www.facebook.com/pages/Piuma-Bianca/195997427109778 



intervista a cura di Dario Orphée

Alda Merini, Elettroshock


Elettroshock
di Alda Merini


Stampa Alternativa, 2010

pp. 96
12,00 euro

Non si può capire lo spasimo che accompagna gli attimi che precedono la stesura di una poesia. Nessuno riuscirà mai a capirlo... È qualcosa di fisico: i miei muscoli subiscono contrazioni, convulsioni. Sono i tremendi elettroshock cui ti sottopone la poesia.
Poche pagina di agile lettura, in cui Alda Merini compenetra i suoi temi radicati (misticismo ed erotismo) del suo percorso poetico insieme con persone e avvenimenti che hanno segnato la tormentata vicenda biografica.
...la poesia è vita e la vita è poesia. Bisogna soprattutto vivere, stare fra la gente, avere contatti con le persone che ci interessano, magari andare a vedere un buon film, altrimenti si parla solo di sé stessi.
Elettroshock è una raccolta di poesie, prose foto e aforismi che, quasi e veloci pennellate, vogliono ricordare il grande e profondo lavoro poetico di un' artista tormentata, che durante la sua vita ha dovuto subire diversi elettroshock, tra cui anche quelli manicomiali.
Questo volumetto è introdotto da un' intervista di Guido Spiani, che durante un viaggio in macchina appositamente organizzato intervista Alda.
Il viaggio intervista avvenne nel 1991 e fu trasformato in un libro Millelire, Le parole di Alda Merini, che, grazie anche al prezzo bassissimo, la fece conoscere a una più vasta platea.
La poesia non la satura mai? Ci sono momenti in cui mi esaspera a tal punto che vorrei prendere la macchina e andarmene. Amo viaggiare, magari anche senza ritorno: la fine.
Il continuo rimando, nelle prose e nei versi, delle proprie memorie e visioni, permette alla Merini di instaurare con il lettore un rapporto di vicinanza, confidenziale.
La poesia è totale. È innegabile che in essa vi sia una compartecipazione del dolore... Alda abitava in un vulcano: costruiva paradisi e inferni con grande facilità, come un camaleonte cambia continuamente colore, con la facilità dell'istinto e delle naturalezza.


D. Kadrija