martedì 23 ottobre 2012

Moreno Montanari, "La filosofia come cura"



La filosofia come cura
di Moreno Montanari


Mursia, 2012

pp. 162
14,00



La nuova collana "Tracce" di Mursia favorisce un approccio discendente alla filosofia, un calarsi della speculazione verso l’individuo, aiutandolo nella sua vita quotidiana. Il saggio di Moreno Montanari, La filosofia come cura, è un excursus sul pensiero filosofico, con particolare attenzione per i filosofi di contenuto psicanalitico e per le filosofie orientali, in una sorta di fusion fra Hegel, Nietzsche e le pratiche di meditazione, il tutto integrato in senso olistico. Il testo si situa all’interno dell’odierno orientamento antinegativo, ribaltandolo.
L’immagine che oggi siamo obbligati a dare di noi è quella di persone positive, solari, sane, benestanti e sempre felici. Ogni sofferenza, ogni riflessione sulla morte e sulla malattia, sull’utilità o meno della vita, devono essere occultate, rimosse, bandite, altrimenti si è negativi, si attira il male, si porta male agli altri. Essere infelici non è più in voga, l’uso di antidepressivi è aumentato in modo esponenziale, chiunque provi emozioni difficili da gestire, chiunque abbia subito un lutto, prende una pasticca salvifica, come se piangere un morto non fosse più naturale. E non solo si ricorre ai farmaci per gravi depressioni postraumatiche, ma anche per piccoli disagi, come il non aver voglia di studiare o sentirsi giù di corda durante le festività.
Si hanno tre approcci alla sofferenza: quello medico, che considera il male come prodotto organico e lo cura con i farmaci medicalizzando ogni aspetto della realtà, quello psicosomatico, che lo cura con la psicanalisi, e quello scelto da Moreno, cioè il filosofico.
Sin dai tempi di Eraclito, la filosofia ci esorta a non giudicare, a non sentenziare ciò che è bene e ciò che è male, ciò che va mantenuto e ciò che va estirpato. Anche il male, come ogni altro elemento, fa parte del tutto, in una visione olistica. La sofferenza non è figlia del peccato né è malattia, ma una risorsa da non trascurare o rimuovere. Moreno Montanari ci spinge a rivalutare il negativo e il dolore come straordinari stimoli al raggiungimento di un sé più autentico. Star male anche psicologicamente, aiuta a rafforzarsi, a reagire, a sopportare, che non vuol dire soffrire inutilmente o idealizzare il dolore.
L’esperienza della sofferenza, per quanto dolorosa possa essere, reca infatti con sé la possibilità di attivare forze, qualità, riflessioni e sentimenti che diversamente non conosceremmo né attiveremmo mai. (pag. 30)
Moreno parla di iatrogenesi della malattia. È il medico a stabilire che siamo malati o depressi trasformando problemi esistenziali ed umani in patologie da curare con le medicine, togliendo al paziente la responsabilità della sua vita, rendendolo dipendente da figure esterne.
Il saggio affronta il problema della sofferenza dal punto di vista ermeneutico. La sofferenza crea angoscia, angst, e l’angoscia è la spinta, la chiamata, che permette un’interrogazione sullo stile di vita, volta al raggiungimento di un io più vero. L’autenticità, si badi, non è intrinseca al soggetto o innata, ma un modo di porsi nella realtà e con gli altri, un modo, insomma, di vivere.
L’autenticità non è solo il frutto della consapevolezza che si guadagna interrogandosi sul proprio modo di essere al mondo, ma anche l’effetto della decisione di appropriarsi delle proprie possibilità d’essere, progettandole a partire dalle nostre peculiarità più proprie, ovvero da ciò che più ci caratterizza. (pag. 26)
Heidegger parla di contrapposto al si passivo. Non essere autentici significa adattarci agli obblighi del si passivo, per debolezza e per incapacità di assumerci la responsabilità di ciò che davvero siamo, adagiandoci in un comodo conformismo senza prenderci davvero cura di noi stessi, come la filosofia insegna a fare.
Le filosofie orientali - il buddismo in particolare - costituiscono un grande aiuto in questo processo di presa in carico e cura di noi stessi, se non le si considera come religioni, né come filosofie, ma piuttosto come vere e proprie psicoterapie.
Il buddismo ritiene disagio e dolore come qualcosa da esperire perché è nell’esperienza stessa che sta il mezzo per superarla, in una parola, il viaggio è già la meta e il male va sentito, attraversato, non allontanato.
Non dovremo considerare i disagi, emotivi e fisici, le preoccupazioni, le paure e le sofferenze di cui faremo esperienza come ostacoli da evitare lungo il sentiero che conduce al superamento della sofferenza perché essi stessi costituiscono invero il sentiero. (pag 32)
Sulla strada della conoscenza di sé sono controproducenti l’isolamento e l’individualismo. Solo il confronto con l’altro ci rivela a noi stessi e mette in evidenza la reale portata di qualità che ci immaginavamo solo di possedere. Uscire da noi stessi ci fa vedere come gli altri ci vedono e non con quell’identità falsa che ci siamo costruiti, il “falso sé”.
Il soggetto che si sente esasperatamente manchevole, si dota, ma solo immaginariamente, di qualità che vorrebbe avere perché le riconosce come vincenti. Sotto questa spinta l’individuo può addirittura arrivare a convincersi di possedere realmente quelle qualità che ha solo immaginato. […]Così, allorché ci si trovi a rendere direttamente conto di tali presunte qualità in occasioni pubbliche (durante le interrogazioni a scuola o all’università, in determinate prove al lavoro, nel confronto amoroso ecc) si resta schiacciati dal timore del giudizio degli altri e dalla preoccupazione per la difficoltà e l’importanza, assolutamente spropositata, che la prova assume ai nostri occhi e, terrorizzati dalla paura di non avere affatto quelle qualità che ci s’illudeva di possedere, si rischia di restare bloccati, di desistere dall’affrontare la prova o di cadere nel panico. (pag. 44)
Oggi si è depressi non più per senso di colpa ma per senso di inadeguatezza. L’uomo naturalmente tende alla completezza ed enfatizza l’importanza di ciò che gli manca rispetto a ciò che ha. Lacan ha addirittura ipotizzato che l’uomo cerchi solo in maniera fittizia di realizzare il proprio desiderio ma in realtà lavori per mantenerlo. È utile un ridimensionamento dei desideri alla luce di quanto effettivamente è alla nostra portata, imparando ad apprezzare ciò che abbiamo già e a convivere con ciò che ci manca. Il vuoto non produrrà più allora horror vacui ma sarà un nulla privato delle sue qualità negative, un nulla positivo, il veicolo per condurci da una realtà soggettiva, pensata e individualistica, alla realtà vera, e a noi stessi nella nostra autenticità.
La meditazione ci viene in soccorso, allenandoci alla sospensione del giudizio, ed è una pratica che va sempre riconquistata con l’allenamento. La respirazione aiuta a rilassarsi e ad agire sui nostri pensieri e le nostre emozioni. Le difficoltà che incontriamo nella meditazione costituiscono esse stesse il sentiero verso la realizzazione.
Il nostro carattere è il nostro destino, sebbene il futuro non dipenda esclusivamente da noi perché alla sua concretizzazione concorrono molte variabili esterne. Cercando di controllare il nostro mondo per renderlo comodo e sicuro, lo restringiamo finendo per vivere un surrogato di vita. L’abitudine non è di per sé dannosa, lo è semmai l’inconsapevolezza che la accompagna. Conoscere le nostre abitudini e ciò che le provoca vuol dire conoscere se stessi.
Conoscere se stessi significa valorizzare i propri talenti senza rincorrere quelli che non ci sono propri. Imparare a decidere è la cosa più difficile e la si ottiene solo con l’abitudine a farlo, smettendo di delegare agli altri la responsabilità del nostro destino. La crisi odierna dei valori e dei riferimenti ci costringe a decidere senza un ordine esterno condiviso e questo ci spaventa, non lo viviamo come libertà ma piuttosto come schiacciante responsabilità. L’uomo nietzschiano è stremato dal suo essere sovrano di se stesso, dalla sua sovramoralità.
Nella vita tutto è possibile ed è facile che le nostre aspettative non si realizzino. Invece di tendere ad un’irraggiungibile perfezione, meglio familiarizzare con l’incertezza, con la possibilità del fallimento, della malattia, della morte. Si è autentici solo se si è consapevoli della nostra indeterminatezza e caducità. Le illusioni aiutano, ma è solo il confronto con la scomoda realtà che ci rende veri. Non si può rimanere fermi a ciò che si è senza cercare di migliorarci ma nemmeno volersi del tutto diversi, pena la depressione, il senso d’insufficienza e d’inidoneità. Noi siamo ciò che crediamo di essere ma anche ciò che non sappiamo di essere, in una continua oscillazione fra io ideale e io reale.
È nella vita e non nell’ideale che si realizza la nostra identità. (pag. 74)
Non dobbiamo quindi conformarci a un ideale autoimposto o imposto dall’esterno ma adattarci alla vita che scorre, che ci vuole sempre diversi, che è imprevedibile e che non si lascia controllare da noi.
Anche il passato va rivisto, poiché, se non lo si può cambiare, si può però considerare ciò che è stato in modo diverso, modificando l’influenza degli eventi su di noi, superando i sensi di colpa, comprendendo che noi siamo come siamo proprio grazie a ciò che abbiamo vissuto.
Siamo l’esito di quanto abbiamo vissuto, siamo ciò che ci è accaduto e il modo in cui lo abbiamo elaborato: il nostro presente comprende tutto il nostro passato e ogni volta che diciamo di sì ad un solo istante della nostra vita la riaffermiamo nella sua interezza. (pag. 90)
In conclusione al suo saggio, Moreno si sofferma sul suo filosofo preferito, Nietzsche, concentrandosi sul concetto di nichilismo. La nostra è una società in cui Dio è morto, i valori hanno carattere umano e storico e ci siamo accorti che la vita non ha alcun senso. Questo però non deve indurci a una forma di nichilismo passivo, bensì al suo contrario, al nichilismo attivo. La vita non ha senso, è vero, ma non per questo non è bella. La vita ha valore così com’è, solo perché è vita, non ha bisogno di un senso, di un fine, di una trascendenza che la ordini e la muova. Vivere è già il meglio che ci sia, al di là del bene e del male, e senza mettere l’uomo al centro delle cose, bensì in armonia con la biosfera.
Secondo Moreno, l’unica possibilità di dare senso all’esistenza è la comunione con gli altri. Solo se anche gli altri vedono ciò che noi vediamo e odono ciò che noi udiamo, possiamo essere certi dell’esistenza del mondo e di noi stessi.
Tutto ciò che nasce è destinato a morire, spesso senza preavviso. Agli occidentali viene insegnato a negare la morte, a considerarla un tabù impronunciabile. Ma la morte deve essere oggetto di meditazione, poiché solo pensandola, solo mettendoci nei panni di chi sta per morire, si può dare valore alla vita, apprezzarla, non sprecarla, mirando all’ascesi, alla cura di sé, alla liquidazione di ogni alibi per la propria condizione. In questo modo la morte non ci terrorizzerà, non tanto nel suo processo cruento, quanto per lo strazio di una vita che finisce senza essere mai stata vissuta.
È uno sbaglio lasciar consumare le ore nella speranza di giungere alle mete della vita. (pag 80)

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